Senza filtro – Lavori socialmente futili (e Rdc)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano

Pina, Gina e Tina sono tre impiegate del comune di Chissadove di Sotto. Sono esattamente le tre addette dell’ufficio “Sport, Cultura, Turismo e Tempo Libero”, nome un po’ roboante e con qualche distonia con la realtà dei fatti. Perché, a esser sinceri, a giudicare dalla forma fisica delle signore in questione la pratica sportiva – fosse anche solo un vago fitness – lascia piuttosto a desiderare. Anche sulla cultura, se si esclude la biografia del Divino Otelma e altre gossippate dello stesso calibro, non è che le tre siano ferratissime; e comunque, per quanto riguarda eventuali manifestazioni (a parte la sagra paesana del pesce fritto) nel comune c’è poco movimento e, per dirla alla De Andrè, le nostre “non brillano certo di iniziativa”. Sul turismo è meglio glissare via, in quanto l’unico turista mai visto a Chissadove era uno che aveva sbagliato strada. L’unico nome davvero azzeccato dell’ufficio in cui sono addette è “tempo libero”. Quello ne hanno. Tanto, forse troppo.

Paolo ha la qualifica di “mediatore culturale” nella grande metropoli di Tuttistretti. Assunto anni fa e passato indenne ad amministrazioni comunali di ogni colore (anche perché per ricostruire l’intero organico del Comune di Tuttistretti non basterebbe una legislatura) ha un ruolo, come dire, sfuggente. A parte la curiosa proposta di un ciclo di conferenze – mai realizzato – dal titolo “Anni ‘70 e lotta armata: una scelta imprescindibile”, anche per amici e conoscenti è difficile capire cosa faccia. Gira tutto il giorno in jeans ed eskimo verde (anche d’estate), con la barba sfatta e l’aria di uno che ha dormito male; è stata a volte notata la sua presenza in qualche manifestazione antagonista in cui tirava sassate anche contro quelli che gli pagano lo stipendio e la mediazione culturale si riduce a qualche occasionale chiacchiera da bar nei quartieri più depressi della città, in cui Paolo aggiunge disperazione e rabbia a chi ne ha già abbastanza di suo.

Rocco invece, fiero abitante di Quicascalasino, non è assunto dal Comune ma da una municipalizzata che ha in appalto i servizi di igiene ambientale. Lui è addetto alla pulizia della Piazza del Comune. Sono 25 anni che lo è, passando di appalto in appalto fra ditte pubbliche e private, tanto per le clausole sociali che regolano tali passaggi lui (come tutti i suoi colleghi del resto) è sostanzialmente intoccabile. Passa il tempo ma lui no e noi ci confondiamo un po’ perché la piazza non è che sia poi così tanto pulita, a parte il passaggio settimanale della macchina pulitrice (che è condotta da un altro addetto). La sua funzione è, per così dire, pittoresca; se qualche conoscente (in paese si conoscono tutti) ha bisogno di lasciare la macchina in sosta vietata ci pensa Rocco, posteggiatore improvvisato, a curare che non gli sia fatta una multa. Al di là di questo, se hai voglia di chiacchierare o di prenderti un caffè a metà giornata, “Rocco c’è”, seduto sulla panchina durante la bella stagione, riparato nell’atrio comunale se fa brutto tempo o freddo. Nell’atrio staziona Giuseppe, suo cugino, che è più fortunato e fa l’usciere comunale: il nostro (quando è presente, perché spesso è latitante) risponde a qualsiasi richiesta di informazione indicando all’istante (nel senso di colui che fa la richiesta, perché in quanto a velocità di risposta Giuseppe ha i suoi tempi … ) la stanza 32, Ufficio Relazioni con il Pubblico. Rocco e Giuseppe hanno un accordo sotterraneo con una tabaccheria del paese, da cui comprano valori bollati che poi rivendono, con un piccolo margine, alla bisogna per qualche malcapitato che ne è sprovvisto e ha fretta. Anche ad un attento ed approfondito esame, eseguito con scrupolo e senza alcun retropensiero pregiudiziale, non risulta facciano altro: Rocco nessuno lo ha mai visto impugnare una ramazza, un aspiratore o un qualcosa di simile (che pure ha in dotazione) e Giuseppe dice numeri diversi dal 32 solo la sera di Natale quando gioca a tombola in famiglia.

Ora, probabilmente penserete che io sia particolarmente malizioso nel notare queste ed altre “curiosità occupazionali” (realmente esistenti e constatate nella mia esperienza, benchè adeguatamente distorte in modo da non essere identificate con i casi reali). Tuttavia credo di non sorprendere nessuno se affermo che per mere ragioni di spazio mi sono limitato a tre casi emblematici ma avrei potuto occupare pagine e pagine, forse addirittura interi numeri della rivista. E se avessi messo insieme, oltre alle mie, le esperienze di tanti (sì, anche le vostre, di voi che avete la gentilezza di leggere queste righe) probabilmente la moltiplicazione dei casi e dei racconti avrebbe assunto proporzioni bibliche, epocali.

C’è l’evidenza di una fetta di popolazione che ha occupazioni (chiamiamole così) a dir poco imbarazzanti, normalmente nel settore pubblico o in quei settori che con il pubblico si interfacciano, ma non solo. C’è poi un’altra fetta di popolazione che il lavoro non ce l’ha e che accetta di fare, nel pubblico, lavoretti di pubblica utilità, i cosiddetti lavori socialmente utili o, in una riedizione attuale della fattispecie, di “progetti utili alla collettività” nell’ambito del patto per il lavoro e del patto per l’inclusione sociale di cui al decreto n. 4/2019 (quello sul reddito di cittadinanza, d’ora in poi Rdc). Questa seconda schiera si divide poi in due categorie: l’una, è di quelli che seguono l’andazzo descritto finora, diciamo che lo fanno giusto giusto perché lo devono fare, e poi anche lì non si sa bene cosa facciano; la seconda, quelli che si danno da fare sul serio, quelli fedeli anche sul poco loro affidato, e magari dal di dentro constatano lo sfascio e le contraddizioni della nostra pubblica amministrazione (intesa nel senso più ampio). A questa eletta schiera si aggiungono i numerosi che nel pubblico o con appalti pubblici vengono impiegati con contratti anch’essi imbarazzanti (stage, co.co.co., a volte anche cose peggiori, a volte anche del tutto gratis) e che spesso trovi a lavorare alacremente. Insomma, noi (lo Stato, la cosa pubblica, siamo noi) paghiamo qualcuno per fare cose improbabili (o meglio, per occupare posti di lavoro improbabili) e poi chiediamo ad altri di fare qualcosa gratuitamente o sottopagato. Che poi magari questo fare è governato dagli stessi occupati improbabili, con risultati finali approssimativi (per usare un gentile eufemismo). Senza contare che, visto “l’impegno” di Gina, Pina, Tina, Paolo, Rocco, Giuseppe e compagnia briscola, uno che col lavoro socialmente utile è tenuto a prestare attività per otto ore settimanali (art. 4, co. 15 del decreto n. 4/2019) al loro confronto è uno stacanovista…

Ora, fatti quattro calcoli, non è nemmeno detto che sostituire gli stipendi dei poco/nullafacenti (il cui costo non è dato solo dagli stipendi, beninteso, ci sono le contribuzioni, i benefit, i corsi di formazione, il mantenimento di postazioni, spazi, dotazioni, indumenti di lavoro, divise, mezzi etc. etc.) con un reddito di cittadinanza non sarebbe, in fondo, un’operazione al risparmio. Lo so che il Rdc non è fatto per quello, lo so che lo scopo è un altro, ma quasi quasi ci farei un pensierino; a casa a non fare nulla, costano meno, ma molto meno.

Ma come, direte, sei favorevole al reddito di cittadinanza? E sei pure favorevole al nullafacentismo? Vi dirò, al netto delle considerazioni che seguiranno, quello che mi lascia perplesso non è certo un’iniziativa che si prefigge la finalità di aggredire certe soglie di povertà, ammesso che ci riesca e che l’operazione sia ben congegnata (cosa che da come è scritta non mi pare proprio, ma in questa fase sospendo il giudizio). Il fatto è che mi sembra che il Rdc sia l’altra faccia della medaglia, ma è la stessa medaglia, di una mentalità di fondo che è la stessa dei “lavoratori improbabili” o per stare al titolo dell’articolo, di questi “lavoratori socialmente futili”. La futilità sta nel considerare l’attività umana nient’altro che qualcosa che serva per campare. Non importa che ci sia un lavoro vero, non importa acquisire competenze, importa che ci sia un posto, cioè uno stipendio, o meglio ancora un “mantenimento”. Che poi sia un lavoro farlocco, una pensione di invalidità o il reddito di cittadinanza dipende da quel che si riesce a razzolare.

Non voglio fare filippiche sulla professionalità – le professioni non sono tutte uguali, ci sono tanti lavori che uno fa obiettivamente giusto perché deve e perché non ha trovato di meglio – voglio solo far notare il numero (piuttosto elevato, nel nostro Paese) di gente che non lavora, ma che non sente alcuna necessità di farlo, addirittura anche quando occupa un posto. Oppure quando occupa, a spese di tutti, benefici che sarebbero destinati a chi ha avuto reali sfortune, non a chi se le accampa (il che, beninteso, non è solo appannaggio del pubblico impiego, dove per fortuna c’è anche gente che lavora bene, ma che raramente viene valorizzata, professionalmente ed economicamente). E sì che solo per la riqualificazione, valorizzazione, pulizia, gestione e controllo del territorio ci sarebbe moltissimo da fare. E comunque un lavoro – qualsiasi lavoro – è, in fondo, uno sguardo sul mondo, il tassello di un mosaico, la costruzione di un pezzetto di realtà.

Io non costringerei chi cerca davvero un lavoro e non lo trova a lavoricchiare otto ore per guadagnarsi la mancetta (oddio, a ben vedere nemmeno così “etta”) del Rdc e la promessa ipocrita di un sistema di ricollocazione (Dio mio, spero che sappiano ciò che fanno, perché con le speranze della gente che ha bisogno non si scherza e a mettere in piedi carrozzoni inconcludenti ci han provato già in tanti). E a proposito di carrozzoni, il rilancio si fa con l’incentivo ad avventure imprenditoriali vere, non con investimenti pubblici a pioggia per cercare di “creare posti di lavoro” (pubblici o privati che siano), il che spesso si riduce a creare altri lavori improbabili e professionalità inverosimili.

No, nessuna mancetta: io farei una semplice sostituzione. A casa gli inconcludenti, ridimensionamento drastico per certi organici gonfiati solo per farci stare amici e parenti e parenti degli amici. A lavorare, al loro posto e con progetti seri (e non lavoricchi o corsi-fuffa di riqualificazione), tutti quelli che hanno voglia di darsi da fare. Agli inconcludenti in esubero, un reddito di cittadinanza, di inclusione, o come volete chiamarlo, ma senza infingimenti o giri di parole: una (piccola) sovvenzione. È quello che han sempre voluto, in fondo. E senza nemmeno l’obbligo – manfrina di fare prestazioni socialmente (in)utili, che otto ore di lavoro alla settimana è da tempo che non sono abituati a farle.

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