Senza filtro – L’articolo 39 della Costituzione. Una lettera giunta in redazione

Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (SO)

Vogliamo questo mese dedicare alla lettera inviataci da un nostro affezionato ed attento lettore la rubrica Senza filtro. Una missiva con cui – in termini schietti e a volte ruvidi come piacciono a noi – questo nostro amico, che poi è un amico di tutti, ha inteso dirci la sua sulla tematica trattata in alcuni recenti articoli pubblicati da questa Rivista e che hanno dissertato dell’annoso tema della rappresentatività sindacale.

Egregio Direttore
La voglio ringraziare. Ringraziare davvero di cuore per quello che la Sua rivista ha fatto e sta facendo a mia, seppur indiretta, difesa.Mi riferisco agli ultimi articoli a firma Alberto Borella: L’incredibile esperienza premorte del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (luglio 2019); L’Ispettorato Nazionale del Lavoro e l’equivalenza dei contratti collettivi. Come farsi del male senza motivo (ottobre 2019);La misurazione della rappresentatività secondo Inps, INL, Confindustria e Sindacati: un entusiasmo ingiustificato (novembre 2019). La ringrazio per il coraggio dimostrato nel pubblicare questi contributi, nonostante, e me ne dispiaccio, risultino una voce fuori dal coro. Per l’identico motivo mi auguro che riesca a dare spazio anche alla mia di voce che, per colpa di troppi, negli ultimi anni è rimasta inascoltata, al limite del vilipendio. La ringrazio per aver affrontato il complesso problema della mancanza nel nostro ordinamento di contratti collettivi efficaci erga omnes – e della imbarazzante soluzione rappresentata dal concetto di maggior rappresentatività in termini comparativi delle OO.SS. – senza addossare, come si fa a  sproposito (lo lasci dire a me che sono parte  in causa) la colpa di tale caos all’inattuazione dell’articolo 39 della Costituzione. Sento dire spesso che la mancata realizzazione della disposizione costituzionale fu strettamente collegata al timore delle OO.SS.  che il procedimento di registrazione, i controlli sulla consistenza degli iscritti e soprattutto sulla democratici tà della organizzazione sindacale, diventassero, com’era accaduto  in epoca fascista, un pericoloso controllo statale sulla vita interna del sindacato. L’articolo 39, si vorrebbe così sostenere, era stato pensato male, da incapaci padri costituenti, quindi meglio accantonarlo, dimenticarselo. Obbligati per tale motivo a cercare una alternativa. Un chiaro e strumentale travisamento dei fatti. O come direste oggi – e mi scuso da subito di un linguaggio che per ruolo e cultura non mi appartiene, ma quanno ce vò, ce vò – balle, balle, ed ancora balle. In realtà vi fu – e questa è storia – una forte
opposizione della Cisl (allora legata alla Democrazia Cristiana, partito di maggioranza) a questo meccanismo. Essendo infatti la Cisl fortemente minoritaria rispetto alla Cgil (legata ai partiti di sinistra), un procedimento di contrattazione basato sul principio della “proporzionalità” della rappresentanza negoziale (di cui caro Direttore Le
dirò più oltre) avrebbe consacrato la posizione di maggior forza della antagonista Cgil. Se qualcuno si prendesse la briga di leggersi il libro Diritto Sindacale(edito da Cacucci Editore) di un luminare del diritto del lavoro quale fu Gino Giugni probabilmente la smetterebbe di addossare certe responsabilità al sottoscritto.

La ringrazio per aver fatto chiarezza sul reale problema che riveste l’odierna dinamica contrattuale, che è non di certo la mancata attuazione dell’articolo 39 della nostra Costituzione. Parlo della stupida, cieca insistenza con cui si percorre la strada della rappresentatività comparata dei contratti collettivi di diritto comune al fine di renderli giuridicamente rilevanti,  seppur (per il momento) solo in specifici ambiti: minimali contributivi, accesso a benefici
normativi e contributivi, stipula dei contratti di prossimità, deroghe alle norme di legge. Una pia illusione, l’inseguimento di una chimera o meglio ancora la ricerca de “ l’isola che non c’ è” per richiamare un passaggio dell’autore degli articoli sopra citati.La ringrazio per aver evidenziato i problemi, non solo giuridici ma anche tecnici, che nascerebbero dalla misurazione della rappresentatività sindacale come è stata concepita. Riconoscerla di anno in anno sulla base di parametri riferiti all’anno precedente è un’idea che non può che esser stata partorita da chi la Costituzione, non solo non l’ha mai letta, ma non ne ha neppure inteso il senso di giustizia, di legalità e di equilibrio che l’hanno ispirata.Ma a dire il vero ce l’ho, soprattutto, con coloro che tentano, subdolamente, un colpetto alla volta, di far passare un sistema alternativo a quello previsto dalla Carta costituzionale con la storiella della difficoltà di attuazione dell’articolo 39 che sarebbe insita nella sua stessa formulazione. Ce l’ho con coloro che dimenticano la sentenza della Corte Costituzionale n. 106 del 19 dicembre 1962 con la quale si smascherò (pur non avendo il coraggio di andare fino in fondo) l’escamotage, tentato con la Legge Vigorelli, di ottenere illegittimamente l’efficacia erga omnes degli accordi collettivi allora vigenti. Ce l’ho con coloro che oggi ci riprovano. Con coloro che mi sottovalutano e pensano che io mi possa piegare a questa violenza, rinunciando alla mia funzione di baluardo contro i prevaricatori della Costituzione. Sarò pure vecchio ma combatterò con tutte le mie forze a difesa dei valori con cui e per cui sono nato.
E le dirò di più. Diffido chiunque dal continuare a dipingere l’art. 39 come un articolo pensato male e pertanto inattuabile. La misura è ormai colma e non ci penserò pertanto due volte a sporgere querela per diffamazione.

Ma mi permetta ora – dopo i sinceri ringraziamenti e qualche doverosa tiratina d’orecchie – di dare il mio piccolo, modesto, contributo alla comprensione dell’affaire articolo 39 e sua inattuazione. Me lo consenta perché su questo argomento, lo capirà oltre, ho una certa voce in capitolo.
In primis,per una discussione seria, è necessario rileggerci l’art. 39 della Costituzione e ricordare il contesto in cui ebbe la sua genesi.

“L’organizzazione sindacale è libera.

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici  locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle
quali il contratto si riferisce.

Quello che qui più rileva ed interessa è l’ultimo comma della disposizione con il quale si prevede il meccanismo per cui un contratto collettivo può giungere a vedersi riconosciuta la sua efficacia obbligatoria. Rileggiamolo bene questo passaggio: “I sindacati … possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti,stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

La Carta costituzionale pone un paletto che oggi i più fanno finta di non vedere. Si dice infatti che i Sindacati che vogliono sottoscrivere un Ccnl con efficacia erga omnes non solo devono rispettare la procedura di registrazione ma, soprattutto, dovranno necessariamente intervenire “unitariamente” alla stipula di un unico contratto collettivo
per la categoria di riferimento.
Non possono pertanto esistere più contratti collettivi firmati da diverse sigle sindacali per lo stesso settore. Il principio stabilito è limpidissimo: un solo contratto per ogni categoria professionale. Strano che queste cose le debba evidenziare un “vecchietto” come me, ultrasettantenne, e non gli odierni studiosi della materia giuslavoristica. Forse la spiegazione è perché queste cose io le ho vissute in prima persona, sulla mia pelle, lasciato nel mezzo tra coloro che volevano salvaguardare la struttura del sistema corporativo (pur introducendo la novità del diritto alla libertà sindacale) e chi era contrario ad ogni interferenza pubblica nella vita del Sindacato. Sarà che ancora le rammento le discussioni dei padri costituenti che si accapigliavano su termini, verbi e a volte pure le virgole. Che vi credete che solo oggi volino in aula gli insulti? Certamente, aver vissuto una determinata
realtà rende più facile un’analisi critica, ma diamine stiamo parlando di studiosi della materia giuridica, di storici, di costituzionalisti (o presunti tali), mica di quattro ragazzotti su Facebook!

Vabbè. Toccherà a me spiegarvi la questione.  Non va innanzitutto dimenticato che in sede costituente si era arrivati da un sistema corporativistico di tipo fascista che prevedeva il riconoscimento, per ogni categoria professionale, di un sindacato unico e obbligatorio (chiamato corporazione), inserito nell’organizzazione politico-amministrativa statale e dotato di prerogative consacrate dalla legge (come la rappresentanza legale della categoria, la potestà normativa e tributaria, ecc.).
Con l’articolo 39 non si è però voluto stravolgere in toto la struttura corporativista contrattuale e le sue dinamiche, ma ci si è prefissati di liberare quel sistema da un, non più ammissibile, insopportabile e pregnante controllo statale.
Per capire di cosa sto parlando basterebbe rileggere la Relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana, 1947 che così scriveva illustrando le scelte operate nell’articolo 39:

Per l’organizzazione sindacale, tra i due estremi dell’assenza d’ogni norma – che ha reso in più casi necessario l’ intervento di una legge per rendere obbligatorio il contratto collettivo – e l’opposto e pesante sistema di regolazione minuta e pubblica, a tipo fascista, si è adottato il criterio della libertà senza imposizione di sindacato unico.
Vi è il solo obbligo di registrazione a norma di legge, per i sindacati che intendono partecipare alla stipulazione di contratti collettivi; e questo avviene mediante rappresentanze miste costituite a tal fine e proporzionali per numero agli iscritti nei sindacati registrati.

Scompare, è vero, nel nuovo ordinamento giuridico la previsione di un sindacato unico. Ma pur prevedendo l’esistenza di più sindacati – e ciò in ossequio al principio della libertà di organizzazione sindacale – viene ugualmente richiesto che la partecipazione alla stipulazione dei contratti collettivi, uno per ogni categoria, avvenisse mediante apposite rappresentanze miste e proporzionali per numero agli iscritti nei sindacati registrati.

Da queste poche righe dovrebbe essere chiaro a tutti che un sistema giuridico alternativo che, bypassando l’indicazione costituzionale, consentisse la stipula da parte di diverse sigle sindacali di una pluralità di contratti collettivi, efficaci erga omnes,che disciplinino il medesimo settore – quello che oggi si sta tentando di fare – rischia di essere tacciato di illegittimità costituzionale. Per approfondimenti chiedete pure al mio amico art. 134 della Costituzione; io nasco per occuparmi d’altro.

Oggi, in un sistema contrattuale di diritto comune, registriamo sigle sindacali dei lavoratori che firmano accordi collettivi che si sovrappongono ad altri accordi precedentemente sottoscritti dalle stesse organizzazioni dei lavoratori, ma con altre e diverse organizzazioni datoriali, riguardanti il medesimo settore produttivo. Tanto per fare un primo esempio il settore autoscuole è regolamentato dal Ccnl Confcommercio Imprese per l’Italia e Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil ma anche dal Ccnl Unasca e Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. E vogliamo parlare del Ccnl alimentaristi artigiani a firma Confartigianato, Cna, Casa, Claai e Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil che ha una sezione dedicata alle aziende non artigiane, quindi al settore industriale, regolato da un contratto collettivo ad hoc firmato da una quindicina di sigle datoriali e Fai-Cisl, Flai-Cgil, Uila-Uil?
E perché no, pure di Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil che hanno sottoscritto due distinti Ccnl con Confcommercio Imprese per l’Italia e con Confesercenti? Ai confini del ridicolo.
L’attuale sistema di rapporti sindacali previsti per la contrattazione collettiva non potrebbe mai sopravvivere ad una attuazione “seria” dell’art. 39 della Costituzione. E forse, dico io, è per questo che nessun Sindacato spinge in tale senso.

Così come risulterebbe illegittimo un sistema che escludesse dalla stipula di un accordo collettivo un sindacato che abbia sì ottenuto la registrazione secondo le norme di legge ma non avesse raggiunto la rappresentatività comparata minima secondo i criteri di quell’imbarazzante Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014. Ma si può sapere chi cavolo l’ha scritto? Non mi dica che tra costoro c’erano dei giuslavoristi o addirittura dei costituzionalisti!

E a proposito di rappresentatività. Qui andrebbe fatto un inciso: la norma costituzionale parla di mera “registrazione”, senza richiedere che il sindacato dimostri il requisito della rappresentatività o, come oggi si discute, della maggior rappresentatività in termini comparativi.
Il grado di rappresentatività rileva solo per la costituzione in termini proporzionali delle previste “rappresentanze miste” e, si deve ritenere, inderogabilmente individuate quali attori necessari proprio dalla disposizione costituzionale.
Per dirla in termini brutali il requisito della rappresentatività non è qualcosa di richiesto dalla nostra Carta Costituzionale per la sottoscrizione di contratti collettivi ad efficacia generale, ma solo per la composizione degli attori contrattuali che tali accordi andranno a sottoscrivere. Sarebbe bene che qualcuno se lo ricordasse prima di spingersi oltre in tema di rappresentatività.

Mi scuso dell’intrusione sulla Sua bellissima Rivista, sempre che Ella – ma non voglio, come si suol dire, tirarla per la giacchetta – ritenga utile ospitare questo mio sfogo.
Ovviamente lo spero vivamente anche perché io ci credo nella nostra Costituzione e vederla maltrattata è, ogni volta, un colpo al cuore.
Lo spero perché quando fu discussa e poi varata la Carta Costituzionale io ero presente e, mi creda, son uno dei pochi che può parlare a ragion veduta.

Con i miei più cordiali saluti.
Il vostro, ancora inattuato

art. 39 Costituzione

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