Senza filtro – La storia di PETER E GABRIEL

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

 

 

Giananselmo Cattaneo ebbe due figli in età piuttosto avanzata, per l’epoca. Lui e Simona, la moglie, avevano a lungo e senza successo cercato un pargolo, affidandosi anche alla preghiera, alla medicina ufficiale ed alternativa e finanche alla scaramanzia. Quando ormai avevano quasi messo via l’idea rassegnati, arrivarono improvvisi due gemelli. “Troppa grazia” pensò l’Anselmo, mentre la signora Cattaneo fu propensa per lungo tempo a credere che il raddoppio inaspettato fosse dovuto, oltre che alla misericordia divina s’intende, alla foga con cui il marito si … impegnava per il raggiungimento dello scopo. Era il settembre del 1975 e il Cattaneo, preso da una suggestione che forse a qualcuno rammenterà qualcosa, puntò deciso al nome dei figli. “Li chiamiamo Peter e Gabriel” annunciò trionfante ad una moglie perplessa. Anche il parroco non vedeva di buon occhio questa esterofilia, non potendone più di battesimi con nomi esotici quali Michael, Dennis, Jessica e Mellory. Tuttavia davanti al ragionamenti lineari di un Giananselmo sempre più ostinato (“Pietro fu il capo degli apostoli e il primo Papa e Gabriele addirittura un arcangelo, se fossero nati a Londra si sarebbero chiamati esattamente così”) si arrese con un sospiro. E Peter e Gabriel furono.

La Simona ed il Giananselmo crebbero i due gemelli senza l’insana mania di vestirli, pettinarli ed acconciarli allo stesso modo. I ragazzi fecero (per loro scelta) lo stesso percorso di studi – però in classi diverse – e benchè si assomigliassero moltissimo – come d’altronde era ovvio – svilupparono un’apprezzabile diversità di carattere, pur facendo entrambi tesoro degli insegnamenti dei loro genitori, che li avevano tirati su all’insegna del sacrificio, della dignità, della sobrietà e dell’onestà personale.

Entrambi laureati in ingegneria, fu nella carriera lavorativa che il loro percorso si divise. Peter trovò lavoro in una importante impresa multinazionale, mentre Gabriel si occupò (con un trattamento economico sicuramente meno sostanzioso del fratello) in un’azienda di piccole dimensioni a conduzione famigliare intergenerazionale, con una buona nomea non solo a livello locale.

Con un improvviso fast forward facciamo un balzo di circa vent’anni (quel che è successo nel frattempo ai gemelli Cattaneo è molto, ma occuperebbe troppo spazio e non sarebbe utile al racconto) e arriviamo a qualche tempo fa.

Purtroppo il Giananselmo si ammalò, una di quelle malattie incurabili e strazianti, ma a decorso lento e che ti portano ad una progressiva degenerazione non solo fisica ma soprattutto mentale, sicché alla fine non riconosci più gli altri e pian piano nemmeno te stesso.

i due fratelli, la mamma ormai anch’essa anziana, non se la sentirono di abbandonare il padre che tanto aveva fatto per loro, e, seppure con l’aiuto di una badante, a turno e dividendosi equamente il carico fra di loro, lo curarono.

Entrambi, per fare ciò, ebbero bisogno di assentarsi con una certa frequenza dal lavoro, utilizzando i permessi del caso, e laddove essi non fossero stati sufficienti, anche ferie o aspettative.

Quando il Giananselmo, dopo lunga e penosa malattia, passò a miglior vita i due fratelli, tornati alla normale occupazione, si trovarono davanti una situazione lavorativa differente.

L’azienda di Gabriel, quasi tutti presenti al funerale, lo aveva aspettato, sia pure con una certa fatica nel sostituirne temporaneamente la capacità e l’esperienza. Peter invece, che aveva ricevuto un telegramma di condoglianze e qualche sporadico whatsapp da due o tre colleghi, fu convocato da un posticcio direttore del personale il quale cominciò un lungo e fumoso giro di parole, pieno di mission, di vision, di opportunity, di outplacement, di overcoming, di obsolescence… insomma, voi che avete più familiarità di me con l’inglese avrete già capito: con un banale e nemmeno tanto significativo incentivo all’esodo (opps, exit package) Peter fu messo alla porta; in alternativa gli fu offerta un’occupazione di livello estremamente basso che era solo uno squallido e farisaico tentativo di arrivare a sciogliere il rapporto in maniera un po’ più soft.

Ora, prima di qualche commento, dobbiamo inquadrare meglio le due aziende in questione.

Quella di Peter è una lanciatissima impresa internazionale, apparsa spesso sui giornali per la sua politica lungimirante in tema di personale. È un’azienda “smart”, dinamica, scintillante, attrattiva, di successo, che cerca giovani talenti e menti brillanti. E punta tutto sulla competizione. Così Peter, che pure nel momentaccio con fatica aveva portato avanti onorevolmente i suoi impegni lavorativi e aveva un ottimo curriculum nell’azienda, in un momento di difficoltà personale, è stato semplicemente scavalcato, è stato ritenuto, ingiustamente, poco utile alla causa, è stato scaricato. E allora tutta la politica “people oriented”, così tanto decantata, dove era finita?

L’azienda di Gabriel ce la possiamo immaginare: un’azienda che cerca di stare sul pezzo, i figli che sono subentrati al padre con gli immancabili problemi di passaggio generazionale, una politica un po’ ruvida ma efficace con il personale, si punta sulla conoscenza, sulla fiducia, sulla fedeltà. Magari con l’aiuto di qualche consulente del lavoro, si tenta anche qualche salto in avanti, si comincia ad apprezzare il welfare aziendale come mentalità e non solo come risparmio fiscale, si parla sempre più di organizzazione e benessere. Piccoli e semplici, ma attenti. Se la storia finisce qui, perchè adesso partono poche considerazioni, dobbiamo subito avvertire il lettore di due cose. La prima è che, come si suol dire, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Diciamo che il racconto è semplicemente emblematico (o, per la pochezza dell’autore, banalmente didascalico). Il secondo avvertimento è che non si vuole assolutamente sconfinare in una visione manicheista per cui piccolo-è-bello e grande-è-brutto. Per preferenza personale ho voluto tratteggiare la magnifica ma impersonale aziendona e la semplice ma solidale aziendina, ma è da dirsi che la percentuale delle carogne o delle persone – e dei sistemi – comunque incapaci di empatia ed umanità vera trova una distribuzione abbastanza equa. Forse, ma sottolineo forse, il rapporto personale scatta più facilmente e si consolida maggiormente dove le persone sono a contatto con le persone e non con un board impersonale e distante. Ma questo dipende anche dalla capacità dei quadri intermedi, e degli HR manager in particolare, di creare o meno una rete di relazioni significative e solidali, così come – nel piccolo – dipende dalla personalità dell’imprenditore, che se è uno miope o che vede solo i daneè, e non ascolta i buoni consigli, è finita.

Ecco allora che vorrei condividere con voi alcune domande, magari accogliendo in un dialogo ideale (ma alla Rivista si può anche scrivere) le vostre risposte, che certamente arricchiranno quel che posso esprimere io. La prima domanda è: cosa intendiamo veramente quando diciamo che “il lavoro non è una merce”? Partiamo con un pistolotto di diritti giuslavoristici, ci immergiamo in una serie di considerazioni dottrinali, immaginiamo leggi difensivistiche oppure semplicemente riconosciamo anzitutto che il lavoro è qualcosa che coinvolge pesantemente la vita delle persone? Ma questo vuol dire che prima ancora di tanti altri ragionamenti il lavoro è un insieme di relazioni in cui non si può lasciar fuori la parte umana, fatta di esigenze, bisogni, difficoltà, desideri e speranze, che ciascuno porta con sé. Non sempre si possono accogliere, quasi sicuramente non si potranno accogliere tutti – se non in un mondo ideale (ma in un mondo ideale forse nemmeno esisterebbe il lavoro: ad esempio nell’Eden non ve n’era traccia) – ma partire da una dimensione di ascolto e di disponibilità (cioè da un incontro di persone) questo sì, si può fare. Dire che il lavoro non è una merce significa che esso è il luogo della conoscenza e del riconoscimento, significa che il lavoro è un mezzo di espressione e comunicazione di sé, una continuazione – in un luogo costretto da stringenti leggi fisiche ed organizzative – dell’estrinsecazione della libera anima di ognuno. Un luogo dove essere utili, una partecipazione alla costruzione.

Dignità nel lavoro vuol dire questo. E non c’è un lavoro per cui questo non sia veramente possibile, se lo si vuole. Ovviamente la dignità del lavoro si manifesta anche concretamente, in una retribuzione e in condizioni eque. Se no, stiamo facendo poesia a buon mercato. Certo, il lavoro non è una merce anche in senso contrario, se no è un mero mercimonio (appunto), è anche il luogo ove quella libertà si trasforma in operosità e responsabilità. Anche se quel che ti è affidato è poco, non è bellissimo, non è quello dei tuoi sogni. Purchè non si scambi, è ovvio, il senso del dovere con la disponibilità allo sfruttamento.

O, dall’altra parte, l’attenzione alle persone con le comparsate su riviste patinate.

Altrimenti, anche nell’azienda apparentemente più evoluta, tutte le politiche di cui in tanti si riempiono la bocca altro non sono se non un … “pacchetto de luxe”, l’invogliante carta dorata di tante cose attrattive e sicuramente anche di una certa consistenza economica, ma almeno siamo sinceri, non parliamo di persone, di valori, di wellness. Sono solo soldi, anche se con un altro nome e un’altra forma.

Ma anche questo crea, come corollario, mercenari: gente che ci sta solo se e fin quando conviene e altrimenti è pronta a cambiare bandiera in un attimo, forse anche addirittura a tradire. Gente che non è fedele, attenta, proattiva, se non quel tanto che serve per arrivare al bonus di fine anno.

La seconda domanda, che rivolgo a me stesso, è: ma non saranno forse, queste, considerazioni fuori tempo e nostalgiche, all’interno di questa famosa “società liquida” in cui determinati valori contano poco o niente (o, anche se contano, sono sempre più difficili da perseguire)? Può darsi, ma allora la domanda dovrebbe essere: quando abbiamo rinunciato a vederci l’uno con l’altro – e anche a concepirsi con noi stessi – come persone? E in nome di cosa? Quale valore più grande ci ha talmente preso l’esistenza da farci dimenticare l’altro, e nell’altro, in fondo, anche una parte di noi?

Davvero siamo in un flusso che non si può invertire, una giostra che non si può fermare, presi all’interno di logiche che non possono essere discusse?

Personalmente, con tutta la tara che si possa dare alla datazione di queste mie obsolete espressioni, io credo che uno spazio ci sia ancora, ci debba essere. Forse, il periodo che stiamo vivendo qualche dubbio sull’andazzo cinico che abbiamo preso potrebbe farcelo venire. Non si tratta di negare la liquidità, ma di attraversarla. Perchè le persone, quelle no, non sono liquide. Il lavoro come relazione fra persone e riconoscimento dei reciproci bisogni può essere una realtà. Anche con meno enfasi, anche con poche cose pratiche, con piccoli gesti e azioni, che sempre da lì si comincia.

La terza domanda è questa: ma un datore di lavoro e un lavoratore in questo “incontro” possono esser lasciati soli a sè stessi e alle loro dinamiche? Cosa può facilitare la convergenza di questi soggetti, dopo decenni, forse secoli, che li hanno dipinti come portatori di interessi diversi, anzi contrapposti e contrastanti? Probabilmente c’è di bisogno di attori che generino e facilitino il cambiamento: parti sociali più intelligenti e collaborative (meno arroccate su posizioni autoreferenziali e di comodo) professionisti illuminati (ma no, bastano solo una media sensibilità, un po’di ingegno e qualche competenza più mirata a ruoli relazionali ed organizzativi, che di passar carte spesso inutili a burocrati imbelli siamo anche un po’ stanchi), un buon governo dei territori (che sono il luogo della vita e del luogo-lavoro), una legislazione di sostegno – vero, non di facciata – ad una socialità nuova, alle persone che vogliano costruire con le persone, alle iniziative sane e non a misure ideologiche calate dall’alto. Tanto per fare un esempio, non “decreti dignità” poco dignitosi e fallimentari (tanto che quando c’è bisogno di far funzionare davvero le cose, nella concretezza di un’urgenza, subito si devono congelare le norme-ingessamento).

Un verso di Eliot che mi è molto caro recita: “Noi, che non fummo sconfitti solo perché continuammo a tentare”.

Ecco, non tentare questa via, rinunciare a guardarsi come persone, questa sì sarebbe l’unica vera sconfitta.

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Scusate se apro una parentesi personale, anzi due.

Per quelle casualità non casuali, mi trovo a ragionare su queste cose nel giorno, 16 gennaio, del compleanno di un amico (di cui non dirò il nome), un bravo professore universitario ma soprattutto una bella persona (non sempre le due cose coincidono…) che a queste riflessioni ha offerto non poche suggestioni, insieme con un altro amico dalle medesime caratteristiche (bravo professore e bella persona, e pure lui qui in incognito). Non so se condivideranno tutto quanto ho scritto, ma una piccola dedica ci sta bene.

Ma soprattutto voglio fare una grande dedica ai miei cari (di cui ugualmente non dirò il nome), che per il maledetto intreccio di colori regionali, in questa incombente pandemia, mi sono lontani e di cui sento la mancanza. Eh sì, per quanto qualcuno potrebbe stupirsi o rimanere incredulo, anche i professionisti sono persone e hanno pure un’anima. E in un sabato solitario passato al pc, e forse chissà quanti altri weekend ancora, alcuni provano una gran nostalgia dei propri affetti lontani… (per non parlare di quelli che pure avendoli vicini, gli affetti, mercè questi tempi sbandati e le norme ancor più sbandate che ci affliggono, li vedono comunque col contagocce).

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