Senza filtro – LA STORIA DI ANNA E MARCO

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Arrivano in Studio una tarda mattinata. Si chiamano Anna e Marco, come quelli della bella canzone di Lucio Dalla, la ricordate? (“Anna come sono tante, Anna permalosa, Anna bellosguardo, Marco grosse scarpe e poca carne, Marco cuore in allarme…”). Due coniugi di quasi mezza età (si direbbe una volta), lei ha effettivamente un bel modo di guardare, aperto, trasparente. Ma più che permalosa è arrabbiata, incredula; per questioni che presto capirete.

Anche Marco ha un occhio pulito, di uno abituato a lavorare, concreto. Pure ha il cuore in allarme, il Marco, per due motivi, uno dei quali è l’oggetto di queste riflessioni; l’altro è che dopo anni di lavoro, l’organo cardiaco qualche scherzetto ha cominciato a farlo.

Così lui, una vita passata dietro ad una piccola impresa edile, con la moglie a seguirgli a tempo perso le carte, ha dovuto interrompere il suo lavoro di sempre ed ora fa il conducente di auto a noleggio da qualche anno. Sul punto di smettere, tre anni fa, l’ultima occasione della vita, quasi una ciliegina sulla torta, un ultimo giro di valzer della professione a cui ha dato tanto: la ristrutturazione della villetta di un amico.

Il Marco fisicamente non ce la farebbe, ma gli spiace rinunciare: è una bella opportunità, gli sembra anche un bel modo di salutare, una degna chiusura della sua piccola creatura lavorativa. Ma con i mezzi che ha non può proprio, e allora decide di far qualcosa che non aveva mai fatto: subappaltare una parte dei lavori, quelli più impegnativi e pesanti, specie sotto l’aspetto fisico.

Cerca in po’ in giro, finchè gli presentano una società dal nome altisonante (Galassia s.rl.) e comunque referenziata. Un paio di incontri, un accordo con contenuti economici di tutto rispetto (niente roba al ribasso, che il Marco ci tiene a far le cose per bene per tutti) e si comincia.

Gli operai della Galassia lavorano bene, i lavori procedono e si concludono in modo ottimale. La Galassia presenta regolarmente il Durc e il Marco si accerta che gli operai siano pagati, e il giusto: tutto a posto. Marco paga con soddisfazione la Galassia e saluta, insieme a lei, il suo antico lavoro.

Passano tre anni, tre lunghissimi anni, ed ecco che alla porta del Marco (e di Anna, ovviamente) suona l’Inps.

Stanno facendo un controllo sulla Galassia (è sempre la società, eh, i controlli dell’Inps di solito non riescono a tener dietro ad un piccolo territorio, figurarsi estendersi addirittura al di fuori del sistema solare…) e chiedono conto a Marco delle attività effettuate nel periodo.

Marco tira fuori tutto tranquillo: contratto, fatture, pagamenti, controlli che ha effettuato, sicurezza, Durc. È tutto ok. D’altronde, proprio nel corso di quell’ultimo lavoro, in cantiere sono arrivate ben due ispezioni. Una è della Cassa Edile: d’accordo, la Cassa Edile, malgrado quanto essa sostiene in modo roboante, non ha alcuna potestà ispettiva e quindi nessun reale potere di controllo né facoltà di richiedere alcunché però sempre un controllo è, e spesso, proprio perché non soggetto ad alcun limite né a codici di comportamento stringenti, ancor più accanito di quelli normali. Il secondo controllo è dell’ATS. Entrambe le ispezioni si concludono con un nulla del fatto (ci sono i verbali “negativi” ad attestarlo); e converrete con me che la percentuale di probabilità che un’ATS (a volte chiamata anche ASL o USSL o AUSL a seconda del posto) non rilevi nulla di anomalo in un cantiere – specie se di una piccola impresa – è evento più unico che raro (talvolta, occorre dirlo, più per certa pignoleria burocratica dell’ATS che non per il rilievo di mancanze effettive e sostanziali).

Insomma, tutto molto bello, come direbbe Bruno Pizzul.

L’Inps acquisisce, ringrazia (o forse no) e se ne va. Poi, dopo qualche giorno, richiede altra documentazione. Marco si allarma (“C’è qualcosa che non va”? “No è la risposta sono solo controlli formali…”).

Dopo un mese e mezzo arriva un verbale a carico di Marco per circa 12mila euro. È d’uopo riportarne quasi integralmente il passaggio incriminato (anzi, incriminante e più giustamente, incriminabile).

Il verbale prende di mira Marco in quanto responsabile solidale.

Si comincia con citare un pregresso primo verbale, di qualche mese prima, a carico della Galassia s.r.l.

“Per i periodi di i contributi sono stati saldati a mezzo compensazioni, rispetto alle quali è stata inoltrata richiesta all’Agenzia delle Entrate intesa ad ottenere conferma della legittimità delle stesse; richiesta ad oggi in attesa di riscontro. Si precisa che qualora dette compensazioni risultassero illegittime il competente Ufficio Amministrativo della sede Inps di … procederà a richiedere al soggetto ispezionato il debito contributivo… e i verbalizzanti procederanno a parzializzare [qualsiasi cosa voglia dire, N.d.a.] detto debito in capo agli obbligati solidali”.

A parte lo sfasamento lessicale temporale, c’è da notare che di questo “dubbio” Marco non era stato minimamente avvisato.

Il verbale poi prosegue:

“In data … l’Agenzia delle Entrate di … con nota protocollo …. ha certificato che le compensazioni effettuate a saldo dei contributi  dovuti per i periodi di …. sono da considerarsi illegittime, pertanto ad oggi i contributi previdenziali dovuti sono evidenziati nel prospetto che segue (omissis).

Viene citata con tanto di testo la norma di riferimento per la responsabilità solidale in appalto (Art. 29, co. 2 del D.lgs. n. 276/03) con l’esplicitazione che tale responsabilità è nel limite di due anni dalla cessazione dell’appalto (e qui ne sono passati circa tre). Tuttavia, il verbale trova opportuno, a que[1]sto punto, citare un allegro riferimento.

 

“Si precisa inoltre che l’INL con nota n. 9942 del 19 novembre 2019 ha fornito chiarimenti venuto a raccontarmi, così solita e banale come tante, che non merita nemmeno due colonne su un giornale”. Invece io ritengo che questa storia due o tre riflessioni le meriti.

 

Riassumendo i termini della questione, la Galassia ha pagato “regolarmente” i contributi fruendo in F24 di agevolazioni fiscali illegittime. In altre parole, ad un controllo formale l’azienda risulterebbe regolare ed infatti è dotata di Durc per tutto il periodo sennonché le compensazioni effettuate fra debiti e crediti in F24 non risultano valide (non è dato comprendere dal verbale se con intento meramente fraudolento cioè con somme appositamente inventate o per effetto di contestazioni del Fisco su agevolazioni che la Galassia aveva ragione di ritenere valide).

Ovviamente con la disperazione di Marco ed Anna, che l’abbandono della vecchia attività non è stato indolore, anche dal punto di vista economico, né lo è l’attuale situazione per cui Marco lavora sì ma a tempo abbastanza ridotto. Ma ribaltata la questione non c’è nulla da fare. Oltre il danno si profilerebbe anche la beffa, in quanto Inps non ha ipotizzato nessuna procedura di rateizzazione dei debiti solidali (ma qui di solidarietà ce n’è ben poca). Rateizzazione che poi viene “concessa”, quasi come fosse un piacere, solo dietro ripetute insistenze. E comunque 12mila euro, per uno che vive del suo lavoro e a mezzo servizio, comprenderete bene che non sono per niente pochi.

 Ora, potrete dire che tutto sommato di sto[1]rie così se ne sentono, potreste cantare alla Guccini “ma che piccola storia ignobile sei venuto a raccontarmi, così solita e banale come tante, che non merita nemmeno due colonne su un giornale”. Invece io ritengo che questa storia due o tre riflessioni le meriti.

Cominciamo col dire che chi scrive ritiene la norma sulla responsabilità solidale un giusto contrappeso. La legge, in due parole sintetiche e non tecniche, prevede che chi commissiona un lavoro in appalto (il com-

mittente) sia responsabile in solido con chi esegue il lavoro (l’appaltatore) per quanto riguarda le retribuzioni spettanti ai lavoratori (che hanno lavorato nell’appalto e per il solo periodo in cui vi sono stati impiegati) e la relativa contribuzione. Se non paga l’appaltatore, risponde il committente. Questa solidarietà è totale (cioè non bisogna per forza prima chiedere i soldi al debitore principale) e si esercita, così dice la norma, entro due anni dalla cessazione dell’appalto.

Perché è un bel contrappeso? Perché rimane come norma di confine a far sì che i diritti dei lavoratori “non si disperdano” nella filiera, mantenendo sempre il dito puntato sul committente, di modo da non favorire affidamenti di lavori al ribasso e al risparmio. Mi sono scordato però di usare il condizionale: la norma dovrebbe favorire la costituzione di filiere sane. E invece le filiere malate, anzi malatissime, sono tante. E ogni tanto ci sono un Marco e una Anna che ci incappano. E ancora ancora se si trattasse dei classici “danni collaterali”. Invece il sistema sembra fatto apposta – in questa e in molte altre situazioni – per prendersela coi pesci piccoli, lasciando liberamente pascolare nell’illegalità quelli grossi.

Facciamo pertanto alcune osservazioni, cerchiamo stranezze (eufemismo) e colpe.

  • La prima stranezza è che la responsabilità solidale si applica solo nel settore privato (malgrado qualche sentenza isolata che abbia sollevato questa disuguaglianza). Nei lavori pubblici,

Se provate a dire che il motivo risiede nel fatto che nel pubblico tutto è trasparente e di filiere al ribasso non ce ne sono, i casi possono essere solo due: o siete miopi o siete in malafede. E non dico altro, per amor di patria.

Lo Stato evidentemente non ha gli stessi doveri e non è obbligato ad offrire le stesse garanzie di un normale cittadino/imprenditore.

  • La seconda stranezza, compagna della prima, è che la responsabilità solidale si può esercitare, per quanto riguarda il dipendente, solo entro due anni dalla cessazione dell’appalto (poi decade il diritto) mentre per quanto riguarda la contribuzione, si va a prescrizione ordinaria (5 anni). Ciò in base ad alcune discutibili, ma maggioritarie, interpretazioni, che vanno contro la lettera della Lo Stato può arrivare tardi, benchè questo ritardo è ciò che comporta i maggiori danni allo Stato (e quindi a ciascuno di noi) ma anche di riflesso ai lavoratori coinvolti.

Lo Stato è, insomma, come il banco del setteemezzo: vince sempre. Perdiamo noi, i sudditi.

  • Vi sembrerà strano, ma nel dare le colpe non metterò in mezzo gli ispettori del caso. I quali si limitano a fare il loro lavoro ed il loro dovere. Meccanismi di un’ingiustizia che non dipende da loro, si limitano ad applicare la Semplicemente obbediscono agli ordini (se lo associate ad altre obbedienze della storia, lo fate di vostro, si intende). Specie se il recupero è comodo, aggiungerei; sulle ispezioni più avventurose ed impegnative spesso ho trovato, come dire, una certa refrattarietà. A tutti, evidentemente, piace vincere facile.
  • Il colpevole numero 1 è il Legislatore. Il quale ha elaborato una norma Non tanto il Legislatore del 2003, quanto il Legislatore che, venuto dopo, non ha saputo fare di meglio che ritoccare la norma tante, tantissime, volte ma con il piglio gattopardesco per cui tutto, cambiando, deve rimanere tale e quale. Anzi, peggio. Cioè inefficace.
  • Colpevole è l’istituzione, a tal proposito, del Che non serve – allo stato attuale
  • per intercettare fenomeni di elusione negli appalti, eppure è contrabbandato come medicina per un male che non può guarire. Perchè il Durc, per l’elusione in appalto, ha la stessa efficacia di una camomilla per una frattura scomposta. Però, sempre nell’appalto, un effetto il Durc ce l’ha: recuperare agevolazioni e mettere alla gogna ditte magari serie ma in difficoltà, non di rado consegnandole alla criminalità organizzata (che in periodi di crisi, come quello in cui ci troviamo, fa affaroni da saldo). Senza nessun discrimine fra lo scorretto e il soggetto in difficoltà, il Durc, parafrasando il Cyrano, è un apostrofo nero fra le parole ”t’affosso”. Con, anche qui, una presenza dello Stato a dir poco vergognosa e

Non ci credete? Guardate il caso di Anna e Marco: hanno controllato tutto (ai lavoratori non mancava nulla), si sono fidati del Durc e di uno Stato che doveva (avrebbe dovuto) controllare per tempo compensazioni illegittime. E non l’ha fatto. E pertanto ha emesso certificazioni di regolarità che si è rimangiato con la stessa faciloneria cialtrona con cui le aveva emesse. Vogliamo parlare di tradimento del legittimo affidamento?

  • Ci sono anche altri Tutto un movimento, fra alcune associazioni di professionisti e di imprese (fare i nomi è sempre spiacevole, ma è tutto documentabile), che si sono mosse lamentando (quando c’era la responsabilità solidale anche per la parte fiscale) un insopportabile onere di controllo in capo al committente. Trovando una sponda inaspettata.
  • L’ultimo (forse non l’ultimo) colpevole, complice un legislatore sempre più È il sindacato dei lavoratori sedicente più numeroso in italia (per quanto possa sembrare strano), promotore a fine 2016 di un referendum, che poi ha portato a modifiche legislative per accogliere le istanze promotrici evitando la tornata referendaria, su due importanti aspetti:
  • togliere meccanismi di accertamento preventivo della regolarità degli appalti;
  • togliere l’escussione preventiva del debitore principale (nel caso di Anna e Marco, per stare sul caso, han tolto l’obbligo di andare a rompere le uova nel paniere alla Galassia r.l. invece che a due poveri cristi).

E quest’ultimo punto svela un po’ tutti gli altri. Eh sì, perché il Legislatore del 2003, nella norma sulla responsabilità solidale aveva inserito un incipit di vera responsabilità sociale. Vediamola insieme (la parte in grassetto è quella che è stata abrogata).

“Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti, in caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore (…)”.

Cioè il legislatore originario aveva previsto che la responsabilità solidale potesse trovare una limitazione laddove le parti sociali avessero individuato meccanismi di accertamento preventivo volti a garantire la regolarità dell’appalto fin dalla sua origine. Anche l’Ordine dei Consulenti del lavoro ha messo in piedi procedure di asseverazione che potrebbero garantire tale accertamento con soddisfazione della filiera (clamoroso che uno di questi protocolli di asseverazione, realizzato dall’Ordine di Milano con la DTL territorialmente competente, sia stato pesantemente osteggiato dalla allora Direzione Generale dell’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro per ragioni ancora oggi misteriose).

Ma tutto tace.

Perché si preferisce stare in questa terra di mezzo, con morti e feriti, pochi vincitori e la legalità come unico vero sconfitto.

Perché le Parti Sociali (magari per alcuni loro coinvolgimenti o interessi? Chissà …) in quasi 15 anni non sono riuscite a partorire il benchè minimo tentativo di trovare metodi e procedure condivise per verificare la regolarità degli appalti. Nel frattempo, si sono affastellate norme e regole sempre più farraginose (l’ultima, quella sugli adempimenti delle ritenute fiscali, sembra partorita da un marziano ubriaco), con un solo vero obiettivo: lasciare il marasma invece che trovare soluzioni.

Quindi, non ci resta che … chiudere con i nostri Anna e Marco. Voi ricordate come finiva la canzone di Dalla? “Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano”.

Il grande cantante non si offenderà se la storia di Anna e Marco si conclude qui in modo non meno tenero, ma più amaro. Perché entrambi volevano vivere bene la seconda parte della loro esistenza, ed io li ho visti andarsene dallo Studio tenendosi per mano. Però piangevano.

Se avete letto fino a qui saprete anche a chi possono dire “grazie”.

 

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