Senza filtro – La professione è meravigliosa

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Dedicato a tutti quelli che non stanno scappando

(Mediterraneo – semicit.)

La sera era inconsuetamente fredda e scura per essere primavera avanzata. L’incombenza di un temporale ed il vento insistente, esaltavano nell’aria il profumo dolciastro di tigli e gelsomini e Dio sa cos’altro.

Dal ponte l’acqua del fiume non sembrava più così invitante come lo era stata nella afosa calura pomeridiana.

Sul ponte, in piedi sul parapetto di cemento, un uomo dall’aria incerta e affranta guardava all’ingiù, in mano un misterioso fagotto.

La voce squillante lo colpì alle spalle come una frustata, facendolo sussultare.

– Amico, tutto bene ?

L’ometto basso, grassoccio e pelato che l’aveva pronunciata, sembrava raggiante di una gioia quasi stonata, stonata alla sera fredda, alla situazione, alla estraneità dei due e soprattutto all’umore interiore dell’uomo sul ponte.

– Tutto bene? Tutto male, direi

– Eh lalà, che succede? What’s happen? Que pasa?

Non senza notare il fastidio di frasi e domande che sembravano buttate a caso, in improbabili idiomi, l’uomo sul ponte, che chiameremo consulente perché tale è la sua professione (consulente del lavoro), rispose:

– Ci fosse qualcosa che va bene … è una vita troppo dura.

L’ometto si era seduto sul parapetto, le gambe penzolanti all’ingiù, nel vuoto, in una posa quasi infantile.

– Dura? E perché mai?

Con quella strana confidenza che nasce all’improvviso fra estranei (“Massì, tanto chi ti conosce e chi ti rivede? Ora apro il sacco e vomito tutto”) il consulente cominciò un lungo racconto.

C’era, in quel racconto, l’amarezza per il solito cliente perso, per l’altro cliente incavolato nero, per le angherie di questo o quell’ufficio pubblico, per l’insipienza di tanti, per la sbruffonaggine di altri.

Il consulente raccontò a lungo la pesantezza di una vita alla rincorsa, poco tempo per sé e per i propri cari, tante preoccupazioni – economiche e di responsabilità – soddisfazioni ridotte all’osso, una scontentezza generale.

Ecco io … stasera … mi sono chiesto il perché di tutto ciò, e non ho saputo darmi una risposta. Questa professione che amavo, improvvisamente mi si sta rivoltando contro come una vipera. Mi sento inutile, svuotato, forse sconfitto.

Con un tempismo cinematografico cominciò a scendere la pioggia cattiva ed insistente annunciata dalle avvisaglie serali. Era come il tocco finale di un momento nero, la chiosa cosmica sulla stanchezza e disperazione di un uomo. E, sotto, il fiume minaccioso, scuro e torbido, ribolliva della pioggia battente.

– Ma quindi, che ci fai qui, con questo tempaccio, a quest’ora? – L’ometto insisteva con la vocina stridula.

Il consulente non mancò di osservare che era passato al “tu”, ma soprattutto non aveva il coraggio di confessare che forse su quel ponte non ci era finito solo per caso, che in quel fagotto che stringeva al petto c’erano i suoi archivi, la sua laurea, il suo attestato, il suo timbro in stile notarile. E che, con la tentazione di buttarli nel fiume, si era fatta strada l’idea, folle, amara, di … seguire il fagotto nella sua corsa moribonda verso il mare.

– Io non so, forse ho solo bisogno di pensare …

– Ma sì, fai bene a pensare, pensa alle cose belle che hai e che hai fatto!

Al consulente montò di colpo una rabbia istintiva. L’ometto non solo era irritante nella sua infantilità ma mostrava tutta la sicumera facile e imbelle del peggior qualunquismo ottimista.

Belle un cavolo! Cosa c’è di bello nel non essere pagato? Nell’essere quasi sempre bistrattato? Nel sentirsi uno che predica nel deserto perché intanto il mondo va avanti con le peggiori cose e che vincono sono solo e sempre i furbi, i ladri, gli scorretti? E per seguire tutto questo: scampoli strappati di vita propria, pochi interessi, figli che ti vedono a sprazzi, moglie non parliamone, tutto di rincorsa, senza una fine, senza una pace… E per cosa, per chi? Morissi ora metterebbero sulla lapide “qui giace un idiota”…

– Beh … sull’idiota potrei anche concordare – ridacchiò l’ometto, ormai infradiciato dalla pioggia a cui però sembrava non dare peso – ma forse dovresti guardare meglio, forse potresti ricordare …

I ricordi di oggi sono tutti dipinti di nero

– Mah … io non sarei così negativo … Tu dici che sei inutile, ma sarà proprio vero? Pensa a Giovanna.

Giovanna? – chiese il consulente.

– Ma sì Giovanna, come fai a non ricordarti di Giovanna? Quando arrivò nel tuo studio era poco più di una ragazzina, veniva da quel quartiere, il più malfamato del paese, non aveva esperienza né referenze. Eppure tu notasti quella luce nei suoi occhi, le desti fiducia. E ora Giovanna, due figli, una bella famiglia, è una bravissima impiegata, una colonna del tuo ufficio, un bene per sé e per gli altri, è un piccolo diamante grezzo venuto alla luce.

Ma lei che ne sa? – chiese il consulente.

– Oh ne so, ne so – l’ometto non smetteva di ridacchiare fastidiosamente – certo che ne so. E quando stava per chiudere la fabbrica più importante del paese, non te lo ricordi? Chi si è messo di mezzo (fra sindacati blablabla e padroni quaquaraquà) aiutando gli operai, tanta gente, non uno scherzo, insistendo per una soluzione di supporto, e poi facendo per tutti le pratiche per la cassa integrazione, praticamente gratis, che la gente ancora oggi a distanza di anni ti ferma per strada e ti ringrazia.

Certo – sorrise amaramente il consulente – gratis. Spesso, quasi sempre, gratis

– Oh suvvia – disse l’ometto – certo il mondo è pieno di ingrati e furboni, ma ti ricordi di Rocco? No, vedo dalla faccia che ti sei dimenticato anche di Rocco. Eppure giocavate insieme a calcio all’oratorio. Poi lui mise in piedi quella piccola impresa, ma non andava bene (quante volte gli dicesti di chiudere, fino a convincerlo, prima che si facesse davvero male…).

Rocco …. – disse fra sé e sé il consulente.

– E non è stato proprio Rocco che ha voluto pagarti la tua fattura fino all’ultima lira? “Cinquantamila al mese, di più non posso”. E tu che insistevi, “ma no, Rocco, lascia stare”. E lui è arrivato lo stesso, mese dopo mese, testardo ed orgoglioso, che al 27 del mese sembrava quasi un rito vederlo arrivare coi soldi. E alla fine, l’ultima volta, sei riuscito a fargli accettare solo una cosa. “Rocco, con questi ultimi stasera però ti porto a cena e offro io”. E poi, fuori dal ristorante, vi siete abbracciati come fratelli.

Il consulente era visibilmente imbarazzato e si sentiva ribaltato come un calzino. Ma il grasso omuncolo insisteva.

– E la volta che sei arrivato da quel cliente mentre si stava facendo imbambolare dall’escapologo? (Sì dai, quell’idiota impostore vestito di grigio con la faccia da roditore). Ricordi che sei riuscito, faticosamente, a convincerlo di non mettersi nelle grinfie di tali professionisti improvvisati? E ricordi che un giorno il cliente – molto tempo dopo perché all’inizio era diffidente – è venuto a dirtelo (“meno male che c’eri tu, perche la ditta vicino a me ci è cascata ed ora certi consigli l’hanno fatta chiudere”)?

Sì ma per uno che ti ringrazia ce ne sono cento che non capiscono – insistette il consulente, che non voleva darla vinta all’ometto (però intanto si vedeva che stava sbollendo).

– E dai! Ma allora devo proprio tirarti fuori tutto! E quando in quella grande azienda (sai, quelli che prima ti vedevano un po’ come un mezzemaniche…) hai impedito che entrasse a far man bassa dei lavoratori quella finta cooperativa, la Manigoldi&Grassatori, (massì, quella che “vi facciamo risparmiare il 40% del costo del personale, assumiamo noi e facciamo un bell’appaltino illecito”… ) quando hai lottato come un leone contro i loro avvocati-sciacalli e le loro proposte tragiche e alla fine hai difeso il cliente e i suoi dipendenti da quello scempio.

Così sono tornato alle due di notte. E la famiglia, gli amici, la gente ciao ciao…

Ma guarda che in famiglia lo sanno, sanno che quel poco che ti resta di tempo ed energia lo dedichi a loro con una passione che fa valere un minuto dieci ore. E tua moglie, sai come sono le donne, brontola ma ti capisce. Tutti lo sanno che pasta d’uomo sei, anche i figli, non sembra, ma sono orgogliosi di te. E per il resto, guarda la gente come ti saluta: non con la deferenza per il “dottore”, ma con il rispetto (e spesso anche con l’affetto) per l’uomo.

– Sì ma … le leggi, le circolari, gli uffici, gli ispettori… (il consulente non voleva mollare, l’amarezza accumulata era tanta). A star dietro a tutto, una faticaccia che ti spezza la schiena. E sembri sempre tu quello che sbaglia.

– Uffa che piattola sei … Ma dai, parli proprio tu che quando leggi una cosa spacchi il capello in quattro (se non in sedici) e le risposte facili non ti bastano mai. E poi, rammenti quella volta, nell’azienda di Giorgio, con il terribile ispettore Burberoni? Quello voleva fare un verbale che avrebbe fatto chiudere Giorgio. E tu a convincerlo, a metterci la tua faccia: “Ispettore, ci sono cose che non vanno, lo so, gli dia un verbale esemplare ma chiuda un occhio su qualcosa. L’azienda è sana, raddrizziamola ma non facciamoli chiudere”. E lì hai scoperto che, incredibilmente (ma solo per te, intendiamoci), anche gli ispettori hanno un’anima. E ora Giorgio ha raddoppiato l’azienda e, soprattutto, filando diritto.

Ma tu come

– Ma che ti frega di come faccio a saper queste cose? Le so e basta. – sospirò l’ometto spazientito – Vuoi sentirti inutile? Accomodati. Vuoi fare il mestolino per una sera? Fai pure … Ma chiediti solo se non ci fossi stato tu quanto avrebbero vinto ancor di più gli escapologi e i Manigoldo-Grassatori, dove sarebbero adesso Giovanna, e Rocco, e Giorgio (di Carlo, Marco, Paolo, Maria e Sara non voglio nemmeno parlare – ma tu sai che potrei raccontarti anche di loro – perché hai una famiglia che ti aspetta e ora faresti meglio ad andare a casa, oltretutto la pioggia ormai ha smesso).

La famiglia, certoMa che ora sarà? – chiese il consulente, di colpo ritornato sul pezzo. Erano le dieci e quaranta di sera.

Ma quando alzò gli occhi dall’orologio, l’ometto sapientino non c’era più. Impossibile che fosse caduto in acqua (si sarebbe sentito il tonfo, l’ometto era piccolo ma bello in carne) tuttavia non era sul ponte, non nelle strade circostanti. Sparito.

Vivido era invece il filmato in flashback di una vita che sembrava aver ripreso di colpo il suo colore ed il battito vitale della passione che aveva sin lì, sino a questa sera strana, accompagnato il consulente.

L’aria della sera, tornata tiepida dopo l’acquazzone, vide uno strano individuo correre per le strade con lo sguardo trafelato, quasi da pazzo, completamente fradicio e con un fagotto stretto fra le mani.

Arrivò con il fiatone a casa ed aprì la porta.

Subito il figlioletto biondo gli si gettò incontro avvolgendolo in un abbraccio e guardandolo coi suoi grandi occhi azzurri. “È papà, è tornato papà!”.

Anche la figlia diciassettenne sembrò miracolosamente, per una volta, staccarsi dalla terrificante teoria di messaggi, gruppi, chat e strani filmati in rete che l’avvolgeva estraniandola dall’universo mondo e, con inconsueta dedizione, corse ad abbracciarlo.

Con una certa stanca preoccupazione, arrivò dalla cucina anche la moglie: “Ma fai sempre più tardi …” però la lamentela si accompagnò ad un bacio che gli sembrò più caldo del solito. “Sei tutto bagnato, anche la giacca … un ombrello mai?” – sospirò. Benedetta donna, proprio non ce la faceva ad evitare un rimprovero; ma si sentiva l’affetto dentro.

Il consulente posò con delicata reverenza il fagotto dal prezioso contenuto e, con un misto di speranza e bugia, disse :“Cercherò di arrivare prima, un po’ prima, d’ora in poi”.

In quel mentre, il figlio gridò indicando la finestra “Guarda papà che stella luminosa!”. Nel cielo tornato terso per un certo tratto, infatti, spiccava fra gli altri un astro dal bagliore insolito e vivido.

Ora, c’è una leggenda che racconta che quando un angelo fa una buona azione, o impedisce una sciocchezza, guadagna un grado angelico e si accende una stella in cielo.

Io preferisco pensare che le stelle nel cielo siano un invito agli uomini a guardare in alto, ad alzare la testa e a non perdere mai la speranza.

Con tutto questo, comunque, io agli angeli ci credo.

 

Preleva l’articolo completo in pdf