Senza filtro – La data di scadenza del green pass, I BARLAFÜÜS E I BALABIÒTT

Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (So)

 

ESPRESSIONI DIALETTALI

Ci sono due termini nel dialetto lombardo che vengono utilizzati, quasi come sinonimi, per definire una persona su cui è meglio non fare troppo affidamento. Questi termini sono barlafüüs e balabiòtt. Il barlafüüs lo possiamo associare ad una persona che si dà delle arie ma, alla prova dei fatti, si dimostra un totale incapace, un vero incompetente.

Il balabiòtt è una persona infantilmente giocosa, che non prende nulla sul serio, superficiale nei pensieri e nelle proprie azioni. Anch’essa quindi inaffidabile in quanto incapace di affrontare seriamente la vita. Un soggetto che facilmente cambia idea perché di fatto delle proprie idee non sa nulla e non gli importa nulla.

IL DECRETO LEGGE N. 127/2021

Sin dalla istituzione della Certificazione verde Covid-19 l’obbligo della sua esibizione ha dovuto fare i conti con la stringente normativa Privacy e le conseguenti indicazioni del Garante.

La norma fu da subito chiarissima: per l’accesso ai servizi di ristorazione al chiuso, a spettacoli ed eventi sportivi, nelle piscine e nelle palestre, ai convegni, alle fiere, ai musei e persino ai concorsi pubblici l’attività di verifica delle certificazioni non comporta, in alcun caso, la raccolta dei dati dell’intestatario in qualunque forma. Il divieto era categorico: in alcun caso. Nemmeno, quindi, il consenso del dipendente avrebbe potuto rappresentare una condizione di liceità dell’acquisizione del dato dell’avvenuta vaccinazione da parte del titolare o la data di scadenza della certificazione verde. Nemmeno se il documento venisse richiesto tramite il medico competente. E perché tutto questo rigore? Ce lo spiega il Garante nelle immancabili Faq:

“Il datore di lavoro non può considerare lecito il trattamento dei dati relativi alla vaccinazione sulla base del consenso dei dipendenti, non potendo il consenso costituire in tal caso una valida condizione di liceità in ragione dello squilibrio del rapporto tra titolare e interessato nel contesto lavorativo (considerando 43 del Regolamento).” Una rigida posizione del Garante giustificata in primis dalla necessità che il trattamento rispetti il cosiddetto principio della minimizzazione del dato, dato che dalle informazioni del green pass e dalla sua data di scadenza, si sarebbe potuto risalire allo stato di salute o alle opinioni personali del lavoratore, e nello specifico l’orientamento filosofico di opposizione alla vaccinazione del dipendente. Una posizione intransigente poi ribadita anche rispetto all’obbligo di esibizione della certificazione verde per l’accesso ai luoghi di lavoro pubblici e privati (D.l. n. 127 del 21 settembre 2021).

La dichiarata impossibilità di registrare la data di scadenza del green pass aveva suscitato da subito ampie critiche avendo da subito compreso gli operatori del settore che ciò avrebbe portato ad un appesantimento burocratico. Anche noi su questa Rivista qualche “piccolo” appunto lo avevamo fatto1.   L’impossibilità di conoscere in anticipo la scadenza del green pass imponeva infatti ai datori di lavoro obbligatoriamente una verifica giornaliera. Un onere pesante, soprattutto nelle grandi aziende, controllare le stesse persone tutti i giorni, dei cui esiti bisogna dare atto in un registro ad hoc sul quale mettere nome e cognome del verificato, del verificatore, la data e l’ora della verifica e l’esito del controllo. Onde sollevare le aziende da controlli capillari veniva comunque prevista la possibilità di “controlli a campione” un sistema, come è facilmente intuibile, fallace e in quanto tale in palese contrasto, a nostro avviso, con il fine dichiarato esplicitamente all’art. 9-septies (Impiego delle certificazioni verdi COVID-19 nel settore privato) che è, durante lo stato di emergenza, il “prevenire la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2”. Sempre in un’ottica semplificatrice il D.l. n. 52/2021 consentiva comunque al datore di lavoro, in caso di specifiche esigenze organizzative volte a garantire l’efficace programmazione del lavoro, di chiedere ai propri lavoratori di segnalare, con un preavviso utile a soddisfare le predette esigenze aziendali, la volontà di dotarsi di green pass per quella determinata data ovviamente senza però precisare se all’atto della dichiarazione ne fosse già in possesso o meno.

Ulteriore ausilio alle imprese veniva infine fornito con l’attivazione del servizio Greenpass50+, una procedura online messa a disposizione dall’Inps che consente alle sole imprese con oltre 50 dipendenti un controllo massivo del green pass (messaggio Inps n. 3589 del 21 ottobre 2021).

LA LEGGE DI CONVERSIONE

Lo scorso 19 novembre 2021 con la legge n. 165 è stato convertito il D.l. n. 127/2021. Tra le varie modifiche spicca l’aggiunta, in coda al comma 5 dell’art. 9-septies, della seguente indicazione:

Al fine di semplificare e razionalizzare le verifiche di cui al presente comma, i lavoratori possono richiedere di consegnare al proprio datore di lavoro copia della propria certificazione verde COVID-19. I lavoratori che consegnano la predetta certificazione, per tutta la durata della relativa validità, sono esonerati dai controlli da parte dei rispettivi datori di lavoro.

Ma come, fin dalla istituzione della Certificazione verde Covid-19 ci è stato detto che non sarebbe stato assolutamente possibile, nemmeno con il consenso dell’interessato, acquisirne e trattenerne copia con la relativa data di scadenza e adesso, con questo inaspettato revirement, se il lavoratore lo chiede questa cosa si può fare? Che fine ha fatto lo “squilibrio” del rapporto tra titolare e interessato nel contesto lavorativo?

Mannaggia la miseria. Ci hanno costretti a organizzare controlli giornalieri onde consentire l’accesso ai soli lavoratori in possesso ed in grado di esibire la certificazione verde – e tutto questo sulla base della assoluta inviolabilità del diritto alla privacy – e ora ci dicono che si poteva tranquillamente farne a meno? Abbiamo attivato procedure di controllo, istruito gli incaricati dell’accertamento, compilato paginate di report ma soprattutto pagato dei professionisti per fare questo e adesso ci dicono che questi soldi sono stati buttati al vento?

Abbiamo predisposto formulari per richiedere ai lavoratori la loro disponibilità a dotarsi di green pass per una determinata data e questo si poteva evitare? Abbiamo speso “qualche” migliaio di euro per creare una procedura telematica di controllo massivo delle certificazioni Covid, il Greenpass50+, e adesso ci dicono che stavano scherzando?

Ma soprattutto ci hanno fatto credere che tutto questo tortuoso percorso per raggiungere lo scopo dichiarato all’art. 9-septies del D.l. n. 127/2021 – prevenire, durante lo stato di emergenza, “la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2” – era necessario perché la normativa sulla Privacy e l’out out imposto dal Garante non lasciava alternativa e adesso scoprono che il modo più semplice per unire due punti è tracciare una linea retta?

Vi ricordate quando il Garante – pur riconoscendo che la prassi di trattenere copia del green pass con la relativa data di scadenza renderebbe più facile la vita ai gestori di palestre e centri sportivi e, forse, anche ad abbonati e associati – ci ammoniva dicendo che questa modalità al tempo stesso frustra gli obiettivi di bilanciamento tra privacy, tutela della salute e riapertura del Paese che si sono perseguiti con il green Pass?

Bene ora cambiano la norma senza farsi troppi problemi, ammettendo di fatto che la vita negli ultimi mesi ce l’hanno complicata senza un valido motivo.

Ma come si lavora al Governo, in Parlamento e nei vari uffici legislativi? Come vengono selezionati i ministri, viceministri, sottosegretari ed i presunti esperti, tecnici ministeriali?

Costoro leggono e ponderano i provvedimenti che vengono loro sottoposti? Operano le dovute valutazioni a 360°? Le ascoltano le critiche del mondo produttivo e ordinistico o sono obbligati a cuffie antirumore e paraocchi?

E una tirata d’orecchie va data anche al Garante della privacy nonostante che sulla novella legislativa, prima ancora che la stessa diventasse legge, abbia lo scorso 11 novembre inviato una segnalazione a Parlamento e Governo, nella quale evidenziava alcuni aspetti critici.

L’autorità di garanzia sostiene in primo luogo che la prevista esenzione dai controlli – in costanza di validità della certificazione verde – rischia di determinare la sostanziale elusione delle finalità di sanità pubblica complessivamente sottese al sistema del “green pass”. Esso è, infatti, efficace a fini epidemiologici nella misura in cui il certificato sia soggetto a verifiche periodiche sulla sua persistente validità … L’assenza di verifiche durante il periodo di validità del certificato non consentirebbe, di contro, di rilevare l’eventuale condizione di positività sopravvenuta in capo all’intestatario del certificato.

Su questa specifica problematica chi scrive ha già evidenziato come, pur non negando la possibilità che durante il periodo di validità del green pass questo possa essere revocato a seguito di un nuovo contagio, è altrettanto evidente che se qualcuno diventasse positivo gli verrebbe imposta la quarantena e quindi è improbabile che si presenti al lavoro.

Nei fatti una preoccupazione superflua e che comunque non pare di stretta competenza del tutore della privacy.

Ma soprattutto il Garante ribadisce che la prevista legittimazione della conservazione di copia delle certificazioni verdi viola il diritto alla riservatezza non solo dei dati sulla condizione clinica del soggetto (in relazione alle certificazioni da avvenuta guarigione), ma anche delle scelte da ciascuno compiute in ordine alla profilassi vaccinale. Dal dato relativo alla scadenza della certificazione può, infatti, agevolmente evincersi anche il presupposto di rilascio della stessa, ciascuno dei quali (tampone, guarigione, vaccinazione) determina un diverso periodo di validità del green pass. In tal modo, dunque, una scelta quale quella sulla vaccinazione – così fortemente legata alle intime convinzioni della persona – verrebbe privata delle necessarie garanzie di riservatezza, con effetti potenzialmente pregiudizievoli in ordine all’autodeterminazione individuale (in ordine all’esigenza di evitare possibili discriminazioni in ragione della scelta vaccinale). Tale potenziale pregiudizio è, poi, aggravato dal contesto lavorativo in cui maturerebbe … Né, del resto, la prevista facoltà di conservazione del green pass può ritenersi legittima sulla base di un presunto consenso implicito del lavoratore che la consegni, ritenendo il diritto sottesovi pienamente disponibile. Dal punto di vista della protezione dei dati personali (e, dunque, ai fini della legittimità del relativo trattamento), il consenso in ambito lavorativo non può, infatti, ritenersi un idoneo presupposto di liceità, in ragione dell’asimmetria che caratterizza il rapporto lavorativo stesso. Insomma, nulla di diverso dalle precedenti osservazioni: la presa visione della data di scadenza del green pass potrebbe consentire al datore di ricostruire l’orientamento filosofico di opposizione alla vaccinazione del dipendente e quindi discriminarlo.

C’è da aggiungere qualcos’altro? Certo che sì. E lo diremo con la solita schiettezza che contraddistingue questa Rivista. La segnalazione sembra il classico giochetto per salvare la faccia e difficilmente porterà ad una dichiarazione di illegittimità della norma. L’intervento del Garante, infatti, si conclude con questo avvertimento: la conservazione dei certificati imporrebbe l’adozione, da parte datoriale, di misure tecniche e organizzative adeguate al grado di rischio connesso al trattamento (evidentemente non così alto come ci hanno fatto fin qui credere – NdA), con un non trascurabile incremento degli oneri (anche per la finanza pubblica, relativamente al settore pubblico).

Detto che di certo i paletti imposti dal Garante non hanno sin qui evitato un incremento degli oneri, organizzativi ed economici, a carico delle aziende e della finanza pubblica (e lo abbiamo visto), andrebbe pure sottolineato che la valutazione economica del provvedimento non pare competere all’autorità di garanzia. Sarebbe sicuramente meglio che ognuno pensasse a far bene il proprio lavoro, che già su quello non mi pare si eccella. Volendo comunque condensare il senso dell’osservazione finale del Garante, l’indicazione a noi sembra più che chiara: fate un po’ come volete ma ricordatevi di fornire le informative agli interessati. Vabbè, se ce l’avesse detto prima …

È invece alquanto singolare come il Garante da un lato evidenzi il pericolo che la conoscenza della data di scadenza del green pass possa condurre a delle discriminazioni sul luogo di lavoro e, al contempo, non abbia avuto alcunché da obiettare sulla portata, discriminatoria nei fatti, della stessa disposizione che, impedendo l’accesso al luogo di lavoro ai NoVax e ai NoGreenpass, è la prima a mettere in evidenza l’orientamento filosofico, quello più radicale, del lavoratore.

Come si fa a non vedere che è proprio la norma a discriminare i lavoratori mettendo su un piatto d’argento, ad uso dei datori che volessero attuare delle discriminazioni, i nominativi dei più irriducibili? Come non capire che se c’è qualcuno che viola la privacy è proprio il nostro legislatore? Ma come detto su questa cosa nessun rilievo da parte del Garante della Privacy. Sulla data di scadenza invece sì. Come dire che il giorno di scadenza dello yogurt è più importante del processo di produzione e degli ingredienti utilizzati.

Una ragazzina venuta dal Nord lo battezzerebbe come il solito bla bla bla.

ESPRESSIONI DIALETTALI

Ci sono due termini nel dialetto lombardo che vengono utilizzati quasi come sinonimi per definire una persona su cui è meglio non fare troppo affidamento. Questi termini sono barlafüüs e balabiòtt. Il barlafüüs lo possiamo associare ad una persona che …

 

1. Borella A., GP: il Garante Privacy e il Green Pazz, in Sintesi, pag. 32, ottobre 2021.

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