Senza filtro – LA BUCOCRAZIA

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

No, se pensate ad un errore di stampa nel titolo, avete pensato male. Immagino pero’ la faccia delle meravigliose componenti della redazione quando lo leggeranno, il titolo; abituate al peggio (qualche volta, sapete, il Senza Filtro ha avuto qualche filtro…) il primo pensiero sarà stato un preoccupato: “oddiomio, cosa salterà fuori stavolta”?

Tranquillizziamole subito: il termine non allude a quella cosa là, sì diciamo insomma a quel connubio fra la politica ed altro, fatto di comparse, starlette ed igieniste dentali assurte alle più alte cariche degli esecutivi locali e statali perlopiù in virtù di … doti molto apparenti.

E comunque no, il titolo nemmeno si riferisce all’impotente potere (kratòs) di governo di certi Comuni che si distinguono per lo più per una miriade di buche ammazza-cristiani (quando va bene, solo feriti) lasciate aperte nelle vie cittadine.

La bucocrazia è la nostra amministrazione pubblica, la nostra gestione delle cose dall’alto che è diventata un vero e proprio buco nelle nostre vite: da burocrazia a, appunto, bucocrazia.

Il buco, al di là della doverosa esclusione iniziale, evoca diversi concetti.

Il buco è qualcosa che dà fastidio, che affatica, che interrompe, come un buco in mezzo ad una strada appunto. Qualcosa che ti costringe ad un innaturale percorso diverso, a girargli intorno, qualcosa con la quale devi farci malamente e tristemente i conti. Una zavorra nel percorso quotidiano, un ostacolo. Come delle istruzioni non date, o date in modo non chiaro (se avete bisogno di un esempio non siete consulenti del lavoro o, comunque, non avete mai avuto a che fare con gli Enti).

Ma il buco è anche qualcosa di pericoloso, qualcosa in cui rischi di cadere e farti male, come certe nozioni che arrivano in ritardo, come i circoli viziosi in cui capiti (hai bisogno di un documento per averne un altro, ma prima devi avere un terzo documento per ottenere il quale avresti bisogno del primo: “impresa in un giorno” è la barzelletta del secolo). Il buco è anche un assurdo logico, un ragionamento fine a sé stesso, una circolare che si avviluppa in voli pindarici, la risposta ad un cassetto previdenziale che farebbe invidia alla sibilla cumana (“chiedo se sia possibile fruire del beneficio xy anche in assenza dell’introvabile documento zz” – risposta: “la sua domanda è stata chiusa. punto”), certi riscontri per cui ti viene in mente il personaggio di Verdone quando chiede: “ma… in che senso?”.

Buco come passivo, come un ammanco di bilancio: sono le energie e le risorse che la bucocrazia divora, lentamente ed inesorabilmente; qualcuno ha calcolato che il costo dell’apparato bucocratico si aggira fra i 70 e i 100 miliardi l’anno, soldi che potrebbero consentire ben altro, allo Stato e alle aziende. Buco, ancora, che evoca la droga (oggi il termine è un po’ passato di moda, si va di pasticche e sostanze: almeno una volta la gravità della cosa era sottolineata da una siringa in vena, oggi la morte ti raggiunge con qualcosa che assomiglia del tutto ad una caramella innocente…), d’altronde siamo o non siamo all’overdose di messaggi, circolari, comunicati, slide, proclami, annunci ed annuncini? Qualcuno non ha ancora pensato a whatsapp come fonte normativa, ma ci stanno arrivando.

Buco infine come vortice pauroso, come un mulinello marino che tutto inghiotte in un risucchio spaventoso e maestoso nel suo aspetto terrificante. Come il racconto di Edgar Allan Poe (“Una discesa nel Maelström”, il racconto fantastico di uno scampato ad un gorgo oceanico): “Non dimenticherò mai la sensazione di spavento, di orrore e di ammirazione; il battello sembrava sospeso come per magia sulla superficie interna di un imbuto di vasta circonferenza e di prodigiosa profondità”. Una sensazione di impotenza e di abbandono, ma quasi anche di stupore;

come fate ad essere cosi’ forti, oh bucocrati, come siete impassibilmente inarrestabili quale un fenomeno naturale poderoso ed invincibile. E noi, come il protagonista del racconto di Poe, che alla fine scampa all’abisso, cerchiamo di restare lucidi e di sopravvivere con qualche intelligente stratagemma al fenomeno-monstre della nostra Pubblica Amministrazione (che, udite udite, quando le fai notare lo sfacelo in cui versa, talvolta se la prende pure, si picca, si offende). Ma che in fondo un po’ ci affascina, forse è come un nemico con cui hai combattuto da così tanto tempo che se non ci fosse più quasi quasi (sottolineo, quasi) ti mancherebbe (state, nel caso, tranquilli: la fine della bucocrazia è purtroppo ancora lontana).

Insomma, non se ne può più.

Ma associate al potere “bucolitico” ci sono parole che è meglio non pronunciare. Mai. La prima parola è semplificazione. La semplificazione della bucocrazia è un miraggio, nel senso proprio di miraggio desertico: stai per morire di sete, ti appare una fontana zampillante, non è vera. Lì però è il frutto della tua allucinazione e della mente sconvolta dal caldo, qui è il gioco sadico di chi ti vuol far credere di essere dalla tua parte e invece gioca come il gatto con il topo.

Vuoi semplificare le procedure della cassa integrazione? Tranquillo, ora che hai ben bene imparato che hai imparato tu, beninteso, perche loro (“loro”), da quel che scrivono e fanno, dimostrano di non averci capito granchè – ecco che gli SR41 spariscono e al loro posto arriva un nuovo polpettone da decifrare.

Ti sei stancato di arrovellarti fra assegni famigliari e detrazioni fiscali per i figli? Non c’è problema, ecco l’assegno unico che risolverà ogni tuo problema. Intanto lo annunciano, che fa sempre bella figura, poi per metterlo a sistema c’è tempo. Intanto ricordati che devi fare l’ISEE (un adempimento in più), poi le istruzioni arriveranno, che vuoi che sia, siamo solo a fine aprile, mancano ancora due mesi, perché preoccuparsi oggi? Mica devi imparare, spiegare, formarti e formare, informare, preparare i programmi, testarli, no? Tanto lo sai che loro (“loro”) arrivano sempre dopo l’ultimo momento, al massimo ti concedono una proroga che sa sempre, sempre, di presa in giro, e magari pretendono pure la tua gratitudine, maledetti.

E poi la semplificazione è affidata … ad altri bucocrati. Che è un po’ come affidare il tuo simpatico maialino domestico ad un macellaio di Varzi, oppure come dare l’incarico di magazziniere dell’Ikea ad un piromane.

La seconda parola è informatizzazione, o anche procedura telematica.

Qui la bukocrazia (scritta con la “k”, come scrivevano Kossiga sui muri negli anni 70, non vi dà il senso di una cosa ancor più violenta?) assurge ai suoi livelli più elevati, esprime tutto il suo potenziale venefico. Sì, perché finalmente c’è una procedura inarrestabile, fa niente se è pensata male, fa niente se comprende 5 casi su 10, devi starci dentro, se no il sistema non recepisce, oppure ti butta fuori. Lì non hai nemmeno la possibilità di alzare la voce, di controbattere, non hai possibilità di spiegare, di lottare, sei davanti ad un sistema impersonale, robotico, che nemmeno puoi minacciare. Che non capisce, non può capire: se non quello per cui è stato programmato. Ma è chi l’ha programmato che non ha capito, che non ha previsto. Fosse presente in mezzo a noi il suo spirito, Amleto te lo direbbe, caro bucocrate,

che “ci sono più cose in cielo ed in terra che” … nel tuo programma. Il fatto è che le cose che non stanno nel tuo programma esistono, e appassiscono, e soffrono, e muoiono, perché tu non le hai previste. Pensate al lucchetto dell’Inps, insieme al sistema dei semafori: verde, giallo, rosso, lucchetto, sei fuori! Irregolare! Perché? Perchè lo dice il lucchetto! Ma chi ha messo il lucchetto? Il lucchetto è un’entità metafisica, quando appare vuol dire che doveva apparire, punto e basta; forse stavi giocando a “Bucopoli” e hai pescato la carta sbagliata dal mazzetto degli Imprevisti.

Io penso che se Houdini fosse vivo, il suo numero più sensazionale sarebbe quello di liberarsi da un lucchetto (anche uno solo, sarebbe già formidabile) dell’Inps.

Di “Frozen” (no, non il film, il programma dell’Inps per scovare le cose che non vanno) non parlo perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Senza contare che l’informatizzazione, per il bucocrate è una protezione. “Non è colpa nostra, viene dall’alto”, “vorrei aiutarLa, ma il programma mi dice che non si può”, “ci mandi una mail, risponderemo appena possibile”. E tu ci credi. Mandi la mail. E ti rispondono: “la Sua istanza è stata protocollata. Punto”. Questo meritano le nostre istanze: un protocollo. Un numero negli infiniti numeri: probabilmente c’è un CRAL in ogni ufficio pubblico che prende numeri a caso dei nostri protocolli e li gioca al Lotto. Probabilmente questa è anche la funzione più attiva dell’ufficio.

L’ultima parola che non è mai da avvicinare alla burocrazia è competenza.

Per due motivi: il primo è perché fra la burocrazia e la competenza c’è una distanza maggiore che fra la Terra ed Alpha Centauri. Il secondo è che se c’è qualcosa da fare, da dire, da rispondere, da decidere, non si sa più di chi sia la competenza, cioè la responsabilità. Incompetenti e non competenti: fanno danni e ti lasciano sospeso nel nulla.

Ma non finiamo mai di sorprenderci. Ultimamente abbiamo scoperto qualcosa di ancora più estremo: dopo la bucocrazia, la tappabucocrazia.

Cioè un nuovo compito affidato all’Amministrazione, quello di mettere una pezza (spesso, occorre dirlo, peggiore del buco stesso) alla grande confusione del nostro Legislatore. Pensate al messaggio Inps del 16 aprile 2021 riguardante la cassa. Il Legislatore ha fatto male i conti due volte: prima li ha fatti male con il calendario (in un trimestre ci sono 13 settimane, se ne concedi 12 di cassa una ne rimane fuori per forza, non serve Einstein…); poi li ha fatti male con l’Inps, che le settimane le considera da lunedì a sabato (Perché? Perché l’hanno deciso i bucocrati dei tempi andati. Ma non si può cambiare il metodo, che è antistorico? Bisogna convincere i neo-bucocrati…), per cui se individui un periodo (in termini di settimane di cassa) che non comincia il lunedì e non finisce di sabato l’Inps impazzisce sul cosa fare, e noi con lui. Ma ecco che arriva il tappabucocrate a sistemare tutto: non è vero che il Legislatore non ha dato copertura, il periodo è tutto coperto, basta fare il gioco delle tre carte, la mano è più veloce dell’occhio, vedi la tredicesima settimana? no, non è lì, ma è qui, comincia da giovedì ma inizia da lunedì, di ventotto ce n’e uno, non comprende più nessuno. Che poi sistemare tutto è una parola grossa, ti lasciano fare tutto, fanno scadere i termini e poi ti dicono “potevate fare così” (anche se non potevamo, ma son dettagli…)

E così, fra una filastrocca e una magia, ti scompare l’allegria, sei vicino alla pazzia, la giovinezza passa via, anzi, come cantava il grande Jannacci (“Io e te”), “ l’avvenire è un buco nero in fondo al tram”.

Siamo tornati al buco. È inutile che ci giriamo intorno. Infatti ci siamo caduti dentro. E non vediamo l’ora di venirne fuori.

Preleva l’articolo completo in pdf