Senza filtro – JurassINPS Park E IL MARCHESE DEL GRILLO

Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (So)

Adoro la saga di Jurassic Park.

Ha tutto quello che piace a me. In primis l’indubbio fascino di vedere tornare “vivi e vegeti” degli animali scomparsi da qualche milione di anni. E poi quel mix di paura, tensione, umorismo ma anche, in alcuni momenti topici del film, la simpatia per uno dei cattivi di turno.

Per chi non conosce la storia nel primo film della serie si parla di un simpatico ed eccentrico miliardario con la passione per i dinosauri, tale John Hammond, che su una piccola isola, la Isla Nublar situata nel nord-ovest della Costa Rica, è riuscito, grazie alla tecnica della clonazione, a riportare in vita molti dinosauri e a realizzare un vero e proprio parco divertimenti, il Jurassic Park appunto.

Pensate che tutto ciò sia frutto della fantasia di qualche bravo sceneggiatore hollywoodiano? Mica tanto. Alcuni di questi esseri preistorici li possiamo ancora incontrare quasi in ogni parte del mondo, con l’Italia che è senza dubbio il paese che ne conta il maggior numero. Un record tutt’altro che invidiabile al contrario di quello di vantare il più grande patrimonio artistico dell’intero globo.

La penisola italica è dunque il luogo dove questi animali, tanto possenti e feroci, sono i più numerosi, sopravvissuti grazie e soprattutto all’assenza di nemici naturali. E non ingannino le dichiarazioni di facciata dei vari governi succedutisi negli ultimi decenni che ne promettevano una loro riduzione grazie ad un abbattimento selettivo. Sono ancora oggi tutti di sana e robusta costituzione.

Ci riferiamo ai burocratosauri la cui forza non sta certo nell’intelligenza: il loro cranio è sovente sottodimensionato rispetto alle loro dimensioni. Si può dire che sono intelligenti quanto basta per nutrirsi e soprattutto per respingere gli attacchi dei nemici. Spesso si tratta di mero istinto di sopravvivenza. Del resto, un animale che pesa un centinaio di tonnellate, ha un cranio protetto da un robusto strato di cheratina e il corpo interamente coperto da placche ossee che se ne fa dell’arguzia di un volpe?

Per chi li volesse vedere e fotografare diciamo subito che non occorre addentrarsi in qualche “foresta pluviale”. È infatti fin troppo facile imbattersi in uno di questi bestioni. Tutti noi almeno una volta nella vita ci siamo trovati faccia a faccia con uno di questi. Proliferano un po’ dappertutto all’interno del complesso apparato amministrativo statale italiano.

Oggi vi voglio accompagnare alla loro scoperta, raccontandovi una esperienza personale, una delle tante storie realmente accadute ad aziende e Consulenti. Un viaggio verso la comprensione di questo mondo, inoltrandoci proprio in quelle zone dove questi sauri sono particolarmente radicati, i distesi pascoli dell’Istituto Italiano della Previdenza Sociale. Benvenuti al JurassINPS Park.

La vicenda riguarda un provvedimento di reiezione di una domanda di cassa integrazione in deroga. L’istanza, relativa al periodo dal 16 novembre al 27 dicembre 2020, risultava presentata in forza del D.l. n. 137/2020 che individua due distinte tipologie di aziende beneficiarie delle ulteriori 6 settimane di cassa integrazione:

  1. i datori di lavoro ai quali sia stato già interamente autorizzato l’ulteriore periodo di nove settimane di cui all’articolo 1, comma 2, del l. n. 104/2020;
  2. i datori di lavoro appartenenti ai settori interessati dal D.P.C.M. del 24.10.2020 che disponeva la chiusura o limitazione delle attività economiche e produttive al fine di fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19.

L’istanza veniva respinta con la seguente, stringatissima, motivazione:

“CIG Deroga INPS con decreto 33198 non autorizzabile:

Non presenti le 9 settimane autorizzate con decreto 33195 successive 13/07 previste dal DL 137/2020.

Non presenti le 9 settimane autorizzate con decreto 33196 previste dal DL 137/2020.”

Dalla criptica, quasi telegrafica, formulazione appare subito evidente che l’istruttoria non ha in alcun modo considerato che l’istanza potesse riguardare un datore di lavoro appartenente ai settori interessati dal D.P.C.M. del 24.10.2020.

Eppure nelle more del provvedimento di diniego, tra il consulente e la sede Inps, vi era stato un cordiale e corposo scambio di mail, oltre che di cassetti, dove l’azienda chiariva di rientrare proprio in questa seconda fattispecie, segnalando di aver all’uopo regolarizzato con effetto retroattivo, in primis presso l’Agenzia delle Entrate e poi presso l’Inps, il proprio codice attività da 477130 a 477110.

In replica la sede aveva contestato il ritardo con cui l’azienda solo nel dicembre 2020 aveva provveduto alla rettifica del codice Ateco presso l’Istituto, ritenendo nella fattispecie vigente la regola della irretroattività, ai fini classificatori, degli effetti della variazione, richiamandosi a quanto previsto dalla Legge n. 335/95. Per questo motivo, avendo l’azienda comunicato il tardivo cambio del codice attività si riteneva che “la decorrenza dell’ inquadramento decorre da 1/12/2020 ai sensi della circolare 263 del 1995”.

Si badi bene che la sopraindicata modifica del codice attività non aveva comportato la rettifica del CSC, Codice Statistico Contributivo, ma per la sede Inps pur sempre di “errato inquadramento” si tratta.

Come avrete capito non ci abbiamo messo molto, nel nostro tour, a trovare il nostro primo bel bestione. Signore e signori, alla vostra destra, ecco a voi l’imponente BuroctratINPSaurus.

La sede, come appena detto, riconosceva sì che dal 1° dicembre 2020 l’azienda era a tutti gli effetti un datore di lavoro appartenente ai settori interessati dal D.P.C.M. del 24.10.2020, ma disconosceva ugualmente il diritto all’accesso al trattamento di Cig per l’intero periodo 16 novembre 2020 27 dicembre 2020. E perché mai la sede disconosce il diritto anche per il mese di dicembre nonostante l’avvenuta regolarizzazione? Perché no se ora, anche per l’Inps, l’azienda svolge un’attività sospesa dal D.P.C.M. che consente l’accesso all’ammortizzatore?

La verità viene subito ammessa dalla Sede chiarendo che l’accesso all’intervento previsto dal D.l. n. 137/2020 richiede la presenza del CA 4X, codice che purtroppo non più è possibile attribuire “in quanto ad ottobre 2020 il codice ateco operante era ancora il 47.71.30, non segnalato negli allegati alla detta circolare” (la 129/2020 NdA).

Insomma, parrebbe più un problema informatico che giuridico. Solo se ad ottobre risultasse registrato in anagrafica il codice autorizzazione 4X “ il sistema” può riconoscere la cassa integrazione. Dopo questa data non è più possibile inserirlo e quindi si perde l’ammortizzatore sociale anche per i mesi successivi.

E la cosa viene ribadita precisando che “l’assenza del ca 4X non consente l’accoglimento della domanda di CIGD ai sensi del DL 137(omissis) … La domanda di cigd ex dl 137 può essere accolta nel caso di mancata precedente fruizione delle 9+9 settimane previste dal DL 104 SOLO in presenza di CA 4X.”

Avete capito tutti bene? Devo ripeterlo? SOLO in presenza del codice CA 4X!

E ce lo scrivono pure in MAIUSCOLO casomai il concetto non ci fosse sufficientemente chiaro!

In definitiva: il codice non è stato attribuito ad ottobre? L’Inps non può farlo a dicembre (l’abbiamo detto: è una questione di software) e quindi è il programma non certo la legge a negare il diritto all’ammortizzatore sociale. E non importa se la norma individua quali beneficiari tutte le aziende che svolgono una attività sospesa per legge causa Covid (mica si citano quelle con il codicillo Inps!). Ma per l’Istituto conta SOLO che l’attività sia stata correttamente, e per tempo, denunciata all’istituto, condizione che la norma basterebbe leggerla! non pone in alcun modo.

Insomma, non rileva la sostanza ma SOLO la forma e quindi, nel nostro specifico caso, va tenuto conto del principio dell’inquadramento previdenziale ex nunc della Legge n. 335/1995. Alla faccia della chiara voluntas legis di dare aiuto a chi ha dovuto sospendere o limitare la propria attività a causa Covid.

Questa vicenda, peraltro, ci aiuta a capire bene la natura, la filosofia del BurocratINPSaurus che è racchiusa in un paio di frasi nella quali, dapprima, si precisa che “Sentito il parere dei referenti presso la Sede Regionale INPS e in accordo con i responsabili della Sede …”.

per poi addirittura ammettere “Posso anche concordare con Lei … ma l’utilizzo del DL 137 … è consentito solo alle aziende … contraddistinte dalla presenza del ca 4X … Non vi è in proposito alcun margine di discrezionalità da parte delle Sedi”.

Un classico del BurocratINPSaurus: la parcellizzazione delle responsabilità mediante la tecnica dello scaricabarile ovvero lei ha ragione ma sa non decido solo io … e poi, comunque, abbiamo le mani legate. Una cosa che ricorda tanto la famosa frase di Jessica Rabbit che, con fare ammiccante, candidamente confessa: “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”.

Comunque sia, tutte le obiezioni del povero consulente sono inutili. La “sentenza” viene emessa. La Cig è negata. Senza troppe spiegazioni ufficiali.

Il Consulente è però un tipo tosto. Qualcuno direbbe un po’ cocciuto (o de coccio).

Quella motivazione non lo soddisfa.

Che ne è dell’art. 3 della Legge n. 241/1990 che dispone che “La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’ istruttoria”?

E di quella disposizione interna dell’Istituto, il messaggio Inps 29 marzo 2018, n. 1396? Non avevano reclamato che arrivavano troppo spesso al Comitato Amministratore della Gestione Prestazioni Temporanee impugnazioni di provvedimenti di rigetto istanze di Cigo rispetto ai quali veniva contestata “una motivazione scarna e insufficiente, che non dà conto degli elementi documentali e di fatto presi in considerazione nel corso dell’istruttoria e posti a fondamento del provvedimento adottato” ?1 Sono sempre vigenti. Ma nonostante ciò di tutta l’istruttoria di fatto, condotta via mail e cassetto, non vi è alcun riferimento. E del reale motivo di diniego nessuna traccia. Il provvedimento di reiezione risulterebbe palesemente illegittimo, sia in fatto che in diritto. Un chiaro eccesso di potere anche se ormai abbiamo imparato che le circolari, nelle intenzioni dell’Inps, sono “vincolanti” solo per l’utenza.

E poi nel provvedimento c’è un’altra violazione della Legge n. 241/1990 in quanto il BuroctratINPSaurus se ne è bellamente infischiato della prescrizione ivi contenuta che impone che “In ogni atto notificato al destinatario devono essere indicati il termine e l’autorità cui è possibile ricorrere”.

Un vero e proprio eccesso di potere.

Si decide quindi di ricorrere al Comitato Prestazioni Temporanee certi, sicurissimi che verrà fatta giustizia.

Volete sapere come è andata a finire? Dovrete pazientare ancora un poco. Eh sì, perché in questa storia c’è dell’altro.

Qualche giorno dopo il deposito del ricorso online (avvenuto l’8 di febbraio) vengono inviate due PEC all’azienda, due altri provvedimenti di diniego Cig, uguali ed entrambi datati 25 febbraio, ma uno spedito il 5 marzo e l’altro l’11 marzo. All’apparenza paiono simili al primo atto inviato ma, guardando bene, si scopre una differenza, una aggiunta. Finalmente viene indicato l’organo a cui ricorrere, indicando l’alternativa o dell’istanza di riesame o del ricorso al TAR.

È chiaro che la rettifica è stata fatta a seguito della lettura del ricorso ove questa carenza era stata contestata. E qui ci sta che, rendendosi conto di aver commesso un abuso, violando il diritto di difesa del ricorrente, si provveda in autotutela.

Ma in un rapporto di fattiva collaborazione (spesso richiesta a noi Consulenti) ci si sarebbe aspettati quantomeno una sorta di dicitura “Attenzione: il presente provvedimento integra e sostituisce quello emanato in data 1 febbraio 2021”.

Naturalmente la modifica non riguarda il contenuto della motivazione. Quello va benissimo così. Nessun mea culpa.

Torniamo adesso al nostro ricorso e alla risposta un pugno nello stomaco che arriva via PEC, o meglio con due PEC.

Con la prima del 14 aprile 2021 si segnala in modo alquanto stringato che

“Non è previsto ricorso amministrativo per Cigd. Il presente ricorso è pertanto irricevibile”.

Con la seconda del 30 aprile 2021 si ribadisce che

“Il ricorso amministrativo del ricorrente *********, presentato il 08/02/2021, è stato definito amministrativamente in data 14/04/2021 con il seguente esito: per irricevibilità. Non è previsto ricorso amministrativo per Cigd”.

Ora, è vero che nei casi di manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza può essere utilizzato un provvedimento in forma semplificata con un sintetico riferimento al punto di fatto o di diritto ritenuto risolutivo, ma qui si è forse esagerato nella sintesi.

E va pure rimarcato il fatto che l’errore nell’individuazione dell’organo destinatario del ricorso è stato causato da un atto illecito iniziale che, non rispettando la prescrizione imposta dalla norma, va considerato una palese violazione del diritto di difesa del ricorrente. E sia pure chiaro che a costui non si può imputare colpa alcuna nell’aver equivocato, nell’ignorare che per la Cigd, al contrario degli altri ammortizzatori, è escluso il ricorso amministrativo. Infatti, se la legge impone all’organo che emette l’atto di segnalare i rimedi giurisdizionali previsti significa che l’ignoranza del destinatario è ammessa, anzi presupposta per legge.

Ma torniamo al nostro provvedimento.

Il consulente è basito. Due mesi per dire che un ricorso è irricevibile? Al Comitato o hanno un sacco da fare oppure … se la prendono comoda. Che sia l’una o l’altra non mi pare una bella notizia.

Mi spiace. Leggo sul volto dei miei visitatori una malcelata delusione. Lo so, purtroppo nel parco non è presente l’unico sauro che ci sarebbe risultato simpatico in quanto utile alla nostra causa. L’intelligentissimo VelocINPSraptor, purtroppo estintosi praticamente subito e che nemmeno le più avanzate tecniche di clonazione sono riuscite a riportare in vita. E non sono previsti nuovi finanziamenti per questo tipo di ricerca.

Ma la cosa singolare è che entrambe le PEC, o meglio, entrambi i provvedimenti non riportano alcuna indicazione né dell’agente  che ha emanato il provvedimento né dell’autorità a cui ricorrere.

Se non fosse per l’indirizzo PEC indicato INPSComunica@postacert.inps.gov.it manco sapremmo che è l’Inps che ha preso la decisione.

Ma non dovrebbero essere indicazioni che la norma, la prassi e la giurisprudenza hanno individuato quali contenuti essenziali dell’atto amministrativo? Perché non ci danno queste indicazioni? Non vi è alcuna possibilità di chiedere un riesame? Nessun rimedio giurisdizionale può essere attivato? Beh, ce lo dicano chiaro!

Ma aldilà di questi, pur importantissimi, rilievi di tipo formale vorremmo fare una considerazione più pragmatica.

Il ricorso gerarchico è un rimedio generale che permette di impugnare un provvedimento non ancora definitivo dinanzi all’organo gerarchicamente sovraordinato a quello che ha emanato l’atto. L’escludere un ricorso avverso provvedimenti su Cig in deroga aveva un senso quando l’istruttoria veniva fatta dalla Regione di cui il Comitato Inps ovviamente non è l’organo gerarchico superiore. Oggi però, dopo le modifiche apportate dal D.l. n. 34/2020 all’art. 22-quater del D.l. n. 18/2020, l’istruttoria avviene interamente presso l’Inps al quale si presenta l’istanza, presso il quale viene condotta l’esame e che infine prende la decisione.

Se l’Inps avesse a cuore l’interesse collettivo, se volesse veramente essere al servizio del cittadino e non al servizio delle proprie casse, forse si poteva far finta di nulla e, riconosciute le fondate rimostranze del ricorrente dal punto sostanziale (per stabilire la irricevibilità di un ricorso bisogna pur leggerlo), decidere di decidere. L’avessero fatto non penso che qualcuno avrebbe contestato un eccesso di potere (forse nemmeno il solito Brontolosaurus). Insomma, credo proprio che in questo caso far finta di nulla sarebbe stato un gran bel segnale.

Il nostro tour finisce qui e, anche se non abbiamo incrociato il burocratosauro più affascinante e spaventoso, ne abbiamo intuito chiaramente la presenza durante tutta questa avventura. Anzi se proviamo a fare un poco di silenzio dalla foresta potremmo sentirlo marchiare il territorio con il suo terribile grido. Sssttt … eccolo il ferocissimo TirannINPSaurus Rex.

 

A dire il vero un urlo singolare tanto che a qualcuno può far ricordare la voce del grande Alberto Sordi. Un accostamento ancor più eloquente quasi la morale di questa triste storia se pensiamo al personaggio del Marchese del Grillo, interpretato dall’Albertone nazionale, che girandosi verso quattro straccioni, appena fatti arrestare dalle guardie grazie al suo status di nobile, dice loro: “Mi spiace” il sorriso è beffardo “ma io so io e voi non siete un …..”

1. Si veda Rivista SINTESI dell’agosto 2018. Provvedimenti Cigo: ribaditi gli obblighi di motivazione e di supplemento di istruttoria, di Alberto Borella, pag. 18.

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