Senza filtro – In claris non fit interpretatio. MA CHE BROCARDO VAI DICENDO?

Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (So)

Tutti noi, credo, conosciamo il brocardo latino In claris non fit interpretatio. Senza dubbio è uno dei più famosi.

Significa che di fronte ad un testo contrattuale chiaro è precluso il ricorso ad ulteriori criteri ermeneutici.

Tutti sappiamo il suo significato anche se nessuno ha mai saputo con esattezza quando il principio sia stato codificato.

Grazie ad una sensazionale scoperta – il ritrovamento di un manoscritto risalente al primo medioevo – avvenuta gli scorsi mesi, oggi sappiamo quasi tutto di questo fondamentale principio giuridico.

Il manoscritto infatti riporta, si sostiene fedelmente, un antichissimo testo latino che fa piena luce sull’episodio che vide la nascita del noto brocardo.

Sotto l’impero di Giustiniano – a cui ricordiamo va dato il merito del riordinamento del diritto romano nel Corpus iuris civilis (Corpo del diritto civile) – viene segnalata e riportata una sentenza emessa da un tale Domitreo il pivello, così ribattezzato perché era al suo primo processo quale giudice unico. E a quanto pare fu pure, da questa ricostruzione, uno degli ultimi.

Presso la corte imperiale di Zuccabar della provincia meridionale della Mauretania Tingitana era sorta una disputa che all’epoca era assai consueta.

Si erano costituti in giudizio due litiganti, tali Callidore e Lesoponte, che reclamavano la proprietà di un immobile.

A quei tempi accadeva spesso che qualcuno reclamasse tale diritto presentando una serie  di testimoni che confermavano che il reale titolare non era colui a cui i pubblici registri dell’epoca attribuivano la proprietà ma altro e diverso soggetto. Inutile sottolineare che questa cosa si prestava a innumerevoli truffe: chi si poteva permettere di pagare testimoni compiacenti, meglio ancora se questi erano persone di un certo rango, espropriava di fatto le proprietà dei meno abbienti. E più eri ricco e più, in questo modo, aumentavi il tuo patrimonio. In modo esponenziale.

Questo malcostume, sia ben chiaro, era tollerato anche e soprattutto dai governatori provinciali che ricevevano in cambio dai potenti dell’epoca l’indispensabile supporto politico oltre che economico.

Ma Domitreo era un uomo tutto d’un pezzo e soprattutto, sebbene molto giovane, di grande cultura giuridica.

La sua decisione, ineccepibile, colse tutti di sorpresa. Per farla breve basti sapere che non ammise in giudizio alcuna testimonianza, acquisì d’ufficio i pubblici registri immobiliari, respinse le pretese dell’attore Callidore e confermò la proprietà dello stabile conteso in capo al convenuto Lesoponte.

La motivazione, assai stringata, così statuiva, quantomeno stando al testo ritrovato:

La vigente normativa dispone che: “

Il diritto di proprietà dei beni immobili è dimostrato unicamente dalle risultanze dei pubblici registri immobiliari provinciali dell’Impero romano. Non risultano ammissibili prove contrarie e diverse, quali la produzione di testimonianze che contraddicano il contenuto dei predetti registri”.

Per quanto sopra deve pertanto esser respinta ogni lettura contraria della norma, nello specifico l’ammissione di prove testimoniali, in base al principio di diritto che questa Corte qui intende esplicitare, che nelle questioni chiare non si fa luogo a interpretazione. La pretesa dell’attore viene pertanto rigettata. Così stabilito in Zuccabar il 12 luglio 548 d.C.

Apriti cielo. Una sentenza di questo tipo non si era mai udita. Questa lettura stravolgeva lo status quo. L’intero mondo giuridico come concepito sino ad allora era messo in serio pericolo.

Ed il sistema giuridico-giudiziario dava da mangiare a tanta, tantissima gente: deputati, giudici (per capirci quelli di “vecchio stampo”), avvocati, amministratori pubblici, giuristi e studiosi, autori giuridici.

Fosse passato il concetto che una norma non possa essere interpretata qualora sufficientemente intellegibile di suo, non si sarebbe salvato più nessuno. Troppe persone avrebbero perso il proprio lavoro. Il proprio potere e la relativa influenza.

C’era parecchia fibrillazione nell’alta società romana. Ampiamente giustificata.

In moltissime Corti dell’Impero Romano, specie quelle presiedute dai giudici di nuova generazione, si stava consolidando questo nuovo principio giuridico. Sia su questa specifica fattispecie ma anche su altri casi giuridici. Un fiume in piena.

E questa fibrillazione arrivò fin quasi alle orecchie dell’Imperatore. Quasi, perché pare che la protesta si sia fermata al primo sommo consigliere giuridico di Giustiniano, tale Artemisio di Caledonia. A lui infatti, questo quantomeno ci racconta il ritrovato manoscritto, si rivolsero coloro che avevano intuito la pericolosità intrinseca della sentenza di quel giudice ragazzino arrivato da chissà dove.

L’udienza presso Artemisio si tenne in gran segreto. Si dice ancora che lo stesso Giustiniano ne fu tenuto all’oscuro. Così come segrete restarono pure le decisioni che ne conseguirono. Del resto Artemisio si occupava spesso del lavoro sporco e questo dubbiamente lo era. La narrazione ci riporta che Artemisio ascoltò con molta attenzione le considerazioni esposte dai notabili dell’epoca.

Si prese qualche giorno di riflessione e quindi convocò, in assoluta discrezione, i suoi illustri e potenti concittadini. Disse loro di aver valutato attentamente quanto rappresentatogli e di condividere i loro timori. Si rammaricò di non poter prendere una posizione ufficiale a nome dell’Imperatore, ma questo, sempre stando al manoscritto, non gli impedì di dare una chiara indicazione – che oggi classificheremmo top secret – al Senato del Popolo Romano che nei seguenti, pur sommari termini, ci viene riportata:

“Nel preminente interesse della sopravvivenza dell’attuale sistema giuridico-giudiziario latino si dispone che nella formulazione di qualsiasi futura norma di legge questa dovrà necessariamente contenere vocaboli, aggettivi, verbi ed espressioni di equivoca interpretazione. È severamente proibito l’utilizzo di parole di senso univoco.

Verranno privilegiati periodi lunghi e richiami normativi a precedenti norme. È fatto obbligo per tutti i Patres (i Senatori – NdR) di rispettare la presente ordinanza senza divulgarne a terzi il suo contenuto mediante giuramento di assoluta riservatezza.

La pena di morte è prevista per i trasgressori.”

Percepisco del brusio. Un certo scetticismo da parte di chi non crede a questa storia. A costoro vorrei dire due cosette.

La prima è che in effetti in parte ci avete preso. Questa storia – così come qui raccontata – non è vera.

Non è mai esistito a Zuccabar un giudice ragazzino di nome Domitreo il pivello. Callidore e Lesoponte non hanno mai litigato per la proprietà di un immobile.

L’imperatore Giustiniano non ha mai avuto un consigliere di nome Artemisio. E soprattutto non è mai stato ritrovato alcun manoscritto medievale.

Eppure sono certo che questa ricostruzione è sembrata ai più verosimile. Quasi che fosse l’unica plausibile spiegazione del perché la nostra produzione legislativa, soprattutto oggi, è così di basso livello.

Del resto vediamo tutti il potere che quotidianamente deriva a deputati e senatori da norme ininterpretabili. La richiesta di modifiche normative, di correttivi, di interpretazioni autentiche, da cui dipendono le nostre sorti, consente a costoro una grande visibilità a cui conseguono innumerevoli e immaginabili benefici.

E che dire dei giudici civili, penali e amministrativi davanti ai quali ci presentiamo fiduciosi di trovare accoglienza delle nostre ragioni, dell’interpretazione che noi auspichiamo di una norma oscura? Se le norme non lasciassero spazio alcuno ad una diversa lettura, che senso avrebbe aprire un contenzioso? È la speranza di vincere una causa persa in partenza grazie alla grande discrezionalità data ad un giudice che ci spinge ad attivare un contenzioso.

E se i tribunali restassero pressoché deserti proprio a causa di ciò in quanti perderebbero il loro lavoro?

E poi tutti gli amministratori della cosa pubblica. L’incertezza, l’interpretabilità sono fonti di discrezionalità. E la discrezionalità è potere. Un burocrate senza spazio di intervento è un semplice passacarte. Solo così il potere amministrativo diventa anche, o meglio soprattutto, un potere sociale (in primis grazie alle amicizie altolocate) ed economico: un favore di qua, una mazzetta di là.

Non dimentichiamo nemmeno gli avvocati il cui lavoro sarebbe seriamente minacciato da una produzione normativa eccessivamente limpida. Senza controversie a chi renderebbero mai i loro servigi? Leggi troppo chiare, applicate rigorosamente secondo il loro significato letterale, condurranno inesorabilmente all’estinzione di questa millenaria professione. La troppa certezza giuridica è pericolosa e rischierebbe di creare disoccupazione anche tra i patrocinanti le cause legali.

E per finire i giuristi, ma più in generale tutti gli autori giuridici, il cui lavoro e le loro opinioni sono notoriamente apprezzati sia da magistrati che avvocati. I loro scritti sono pubblicati e venduti in tutto il territorio dello Stato. Se non fosse più possibile disquisire sulle norme, dovrebbero cercarsi un altro impiego, il loro sapere andrebbe irrimediabilmente perduto.

Suvvia, adesso potete dirlo. Ammettetelo che un poco ci avete creduto.

E questo deve far pensare. E molto.

La seconda cosa che vi devo dire è che questa storia, esattamente come tante storie raccontate in alcuni film, prende spunto da fatti reali. Avete presente il disclaimer che appare nei titoli di testa?

La narrazione prende spunto da fatti realmente accaduti. Anche se basati su una storia vera, scene, personaggi, nomi, luoghi ed eventi sono stati modificati a fini di drammatizzazione.

Ecco, è quello che ho dovuto fare qui anche io. Per esigenze anche di tipo legale.

Perché esiste un frammento di verità in questa ricostruzione storica, in quell’ordinanza “riservata” – attribuita al buon Artemisio – che fu rivolta al Senato Romano e che così recitava: “Nel preminente interesse della sopravvivenza dell’attuale sistema giuridico-giudiziario latino si dispone che …” Eh sì, perché qualcosina di vero c’è.

Un ex responsabile dell’Ufficio affari legislativi e relazioni parlamentari mi ha confidato che queste indicazioni circolano da sempre nel nostro Parlamento e di come ogni dipendente di questi Uffici sia obbligato, da una sorta di giuramento massonico, al loro rigoroso rispetto.

Cosa state dicendo? Anche questa storiella mica ve la bevete? Certo, che vi credo. Ma ammettetelo. Per un momento, un piccolissimo momento, ci avete creduto. E questo vi deve, ci deve far pensare. E pure molto.

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