Senza filtro – IL GATTO E LA VOLPE

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

“Lui è il gatto ed io la volpe,

siamo in società:

di noi ti puoi fidar… “

(E. Bennato)

 

 

PROLOGO

Le avventure di Pinocchio è un libro che conosciamo tutti e che è, in fondo, la parabola in forma di fiaba, dello sforzo di diventare uomini pieni attraverso la crescita nella verità e nell’autenticità, che sono il contrario delle bugie.

Ma è curioso pensare che il bugiardo per eccellenza, Pinocchio, altro non è che un ingenuotto e ben più rischiosi e maliziosi sono le menzogne, le falsità, gli inganni ed i trucchi che il povero burattino incontra nel suo travagliato cammino.

Non so cosa sia per voi, ma personalmente di queste losche figure quelle che mi sono rimaste più impresse sono quelle del gatto e della volpe. Perché son quelle più false, quel[1]le in cui la menzogna è ben nascosta, quelle che argomentano e reiterano l’inganno.

Gatto e volpe, in fondo, non sono alleati, anzi sono due “competitor”, anche in natura, che però si ritrovano occasionalmente uniti per perpetrare inganni. Due imbonitori di mezza tacca che hanno bisogno di individuare un credulone, un nemico comune, un’illusione, un’occasione qualsiasi per re[1]stare a galla e tirare a campare (malamente.) Questo nella storia collodiana, ovviamente. Nella realtà però capita di trovare accosta[1]menti di persone e soggetti – certo di ben altro spessore (ci mancherebbe!) – ma che, per così dire, un certo atteggiamento “gattovolpesco” me lo ricordano.

Provo a raccontarvi qualcosa, magari una qualche similitudine la troverete anche a voi (o forse no, e mi perdonerete la libertà delle righe che seguono).

GATTO E VOLPE 1: I TICKET PASTO E LO SMART WORKING

Come sanno tutti quelli che hanno fatto non dico un corso, ma anche solo uno straccio di riflessione sullo smart working “costretto” in tempo di Covid, uno dei problemi spesso tirati in ballo è la spettanza del ticket-pasto in caso di lavoro agile (o a distanza o “tutti a casa appassionatamente”, come volete definirlo). Non prendo qui posizione su un tema che registra diverse soluzioni interpretative, ognuna delle quali con una qualche ragionevolezza. Registro invece due cose. La prima è una nota del marzo 2020 (la data è importante) dell’ANSEB, Associazione Nazionale Società Emettitrici Buoni Pasto. Perché ci sia un’associazione di tal genere e quali scopi si prefigga è, vi confesso, per me abbastanza misterioso. Resta il fatto che c’è e che il 13 marzo 2020 (giorno di San Rodrigo) ha emesso un “approfondimento n. 1” nel quale sostiene che “non vi è alcun divieto al riconoscimento del buono pasto al lavoratore agile”. Il che, tutto sommato, è scontato. Se non fosse che la simpatica nota aggiunge a ciò una deduzione ulteriore e cioè che “laddove non vi siano accordi integrativi aziendali che escludano esplicitamente i lavoratori agili dal godimento del buono pasto, questo non può non essere riconosciuto a chi sta svolgendo la propria prestazione lavorativa, seppure a distanza” dato che l’art. 20, comma 1 della L. n. 81/2017 “precisa che «il lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile ha diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato.

Ora, io non so quale autorevolezza interpretativa abbia un’associazione di categoria per emanare un approfondimento di natura normativa, ma essendo in democrazia la libertà di espressione è riconosciuta a chiunque. Resta comunque il fatto che un’associazione di venditori di buoni pasto che emetta, non richiesto, un parere in cui si afferma che il buono pasto è assolutamente dovuto in una certa occasione, manifesta un certo, come dire, conflitto di interesse. I latini definivano sarcasticamente tale agire “Cicero pro domo sua”.

Anche senza volerne fare una trattazione, è d’uopo dire qui anzitutto che l’affermazione è, nella sua perentorietà, scentrata. Il D.l. n. 333/1992 (conv. in L. n. 359/1992) esplicitamente escluse ben trent’anni or sono, la natura retributiva del servizio mensa e di ogni indennità sostitutiva, stabilendo anzi il principio esattamente contrario, e cioè che la natura retributiva poteva essere sostenuta soltanto attraverso una contrattazione contraria.

Cioè, cara, ANSEB, non è che se la contrattazione non dice nulla il ticket è retribuzione, ma il contrario: per essere considerato retribuzione c’è una contrattazione che lo deve dire esplicitamente.

D’altronde la copiosa giurisprudenza formatasi sul tema va esattamente e solidamente in questa direzione (ultime, fra tanti, Cass. 23303/ 2019 e 16135/2020) ed anche a proposito del caso specifico dello smart working “pandemico” il Tribunale di Venezia, con la sentenza 8 luglio 2020, n. 1069 si è posto nella stessa direzione.

Aggiungiamo che oltre al vizio interpretativo (non propriamente disinteressato), la tesi di ANSEB rischia di essere un clamoroso autogol: hai visto mai che se qualcuno dovesse optare per la natura retributiva del buono-pasto, a qualcun altro verrebbe in mente che in quanto mera retribuzione lo stesso dovrebbe essere tassato? In tal modo probabilmente il buono pasto, diventato improvvisamente imponibile, perderebbe buona parte del suo charme, e la simpatica associazione finirebbe per contare aderenti nello stesso numero, oggi, dei sopravvissuti della Grande Guerra…

Ma le sorprese non sono finite qui, arriva la seconda cosa. Un sindacato dei lavoratori (uno molto importante, inutile che insistiate il nome non ve lo dico, al massimo posso dirvi che la sua sigla fa rima con webcams) fa girare nel gennaio 2021 (anche qui la data è importante) un messaggio fra varie aziende. Lo riporto letteralmente.

Care delegate, cari delegati, gentili signore e signori delle risorse umane, si discute molto, anche su alcuni tavoli sindacali, riguardo al diritto al ticket quando si lavora in smart working. Ci siamo rivolti all’ANSEB (Associazione Nazionale Società Emettitrici Buoni Pasto) che è la principale associazione di rappresentanza delle aziende che esercitano attività di emissione dei buoni pasto. I soci della Associazione rappresentano oltre l’80% del mercato dei servizi sostitutivi di mensa ed è iscritta a Confcommercio. Questa è una loro nota”. Allegata è la suddetta nota ANSEB, ovviamente.

Dunque, il sindacatone sedicente amico dei-poveri si rivolge ad una Associazione (che proprio dei poveri non è) per un’interpretazione. Strano, no? Mica al Ministero, a chi vende i buoni. Così vediamo alleati occasionali ed una-tantum, uniti per propugnare una affermazione, a voler essere gentili, azzardata. I primi (almeno questo gli va riconosciuto, sono fior di imprenditori) con apprezzabile lungimiranza, per fronteggiare da subito una crisi che li avrebbe visti ridurre notevolmente gli introiti (come infatti è avvenuto). Ma perché il sindacatone, che sostiene di aver mosso lui ANSEB, interviene a gennaio 2021, cioè quasi un anno dopo? (E, per dirla fino in fondo, in tutto questo periodo non è che si fosse nemmeno sentito più di tanto…) A pensar male, è vero, si fa peccato, – quindi approfitterò della Quaresima per espiare anche questa colpa – ma non è che a gennaio si rinnovano le tessere? E non è che la sensibilità del sindacatone non sia tanto quella di difendere chissà quale diritto quanto piuttosto quella di trovare uno scopo per rilanciare il senso della propria esistenza proprio in vista di una possibile disdetta (o non rinnovo) delle adesioni?

Lo vedo solo io l’interesse furbesco (da una parte e dall’altra) dietro tutto ciò?

GATTO E VOLPE 2: INPS E L’ON. CARLA CANTONE (FEATURING: LA COMMISSIONE LAVORO DELLA CAMERA DEI DEPUTATI)

Il giorno mercoledì 3 febbraio 2021 (il video integrale è rinvenibile sul sito webtv.camera. it) alle ore 12.15 la Commissione Lavoro ascolta in audizione il Prof. Pasquale Tridico, Presidente dell’Inps, il quale interviene relazionando su un progetto di digitalizzazione e riorganizzazione dell’Inps nell’ambito del c.d. “piano nazionale di ripresa e resilienza”. Ora, solo Iddio sa di quanto Inps abbia bisogno di una nuova organizzazione, anche di[1]gitale, non fosse altro per i tremendi intoppi che da decenni subisce qualsiasi operatore che con l’Inps si interfaccia, il tutto elevato all’ennesima potenza nell’ultimo anno. Siamo infatti all’orlo della disperazione. Si assiste così alla presentazione di un progetto su cui ci sia concesso di sospendere il giudizio: in realtà facciamo il tifo perché tutto vada per il meglio ma viste le esperienze precedenti … diciamo che “ci crediamo quando lo vediamo”. Un po’ di apprensione e di velata sfiducia serpeggia anche fra i presenti e qualcuno ricorda, fra le altre cose, il bagno di sangue subìto dai lavoratori con i ritardi e le confusioni delle casse integrazioni. Il che sembra doveroso, considerando le numerose figure barbine fatte dall’Inps, non solo per intoppi che in parte (sottolineo, in parte) potevano anche starci ed essere comprensibili, ma per la confusione di disposizioni malpensate, ritrattate, ritardate, insistenti, raffazzonate, mai (mai) sistematiche. Ma ecco l’intervento luminoso dell’On. Cantone, la quale forte di un’esperienza consolidata chissà dove, afferma ripetutamente che la maggior parte dei ritardi è dovuta … ai consulenti del lavoro (sic!) che hanno “sbagliato a fare le domande di cassa integrazione e gli SR 41” perché della materia ne sanno poco. L’onorevole pertanto si chiede se non sia il caso di fare dei “tutorial” per spiegare a questi ignorantotti sprovveduti (i consulenti del lavoro) come si lavora. “Perché sembra una cosa burocratica, ma non lo è” (a me sembra tutto molto burocratico, pure troppo, ma che ne vorrò sapere io che sono solo un consulente del lavoro…). L’Onorevole Cantone, per tali affermazioni, ha già raccolto sui social e sui media italiani tutte le osservazioni possibili ed immaginabili che si possano rivolgere a chi dice una solenne baggianata; per cui non mi sembra il caso di insistere oltre in questo spazio. Certo è che la sponda offerta non sembra vera al Prof. Tridico, che approfitta nella sua replica (peraltro, a onor del vero, più signorile e contenuta di qualche sproloquio che l’ha preceduto) per richiamare ancora una volta il misterioso attacco hacker che tanto avrebbe messo in difficoltà l’Inps e il sacrifico dei lavoratori dell’Istituto, perdendosi poi in altre fantasiose ricostruzioni quali “codici fiscali o iban errati” (chissà come mai: sono gli stessi codici fiscali che le aziende hanno nelle proprie anagrafiche e che servono per accreditare gli stipendi tutti i mesi e per fare dichiarazioni da anni). Anche qui non commentiamo: gli operatori ben sanno che i lavoratori dell’Inps che si sacrificano (e ce ne sono stati tanti) sono sempre quelli. Però vedete questa sfumatura gattopardesca, pardon gattovolpesca, quasi orwelliana: quando non si sa cosa dire, si individua un capro espiatorio, un nemico comune (qui, la categoria dei consulenti del lavoro) su cui scaricare le colpe. Tenera anche l’ammissione, nel surreale contesto, di Tridico quando dice che l’Inps non è certo l’unica amministrazione pubblica ad aver avuto tremende problematiche organizzative ed informatiche; insomma una sorta di “mal comune mezzo gaudio”. Non è facile, questo è vero, fare il Presidente dell’Inps (Istituto per cui continuiamo a fare il tifo, ma non è un tifo acritico, neanche per affetto, è che speriamo in un vero cambiamento perché ce n’è un bisogno mostruoso) specie in periodi così accidentati. Ci piacerebbe che qualcuno riconoscesse come non è stato per nulla facile fare il consulente del lavoro in quest’anno maledetto, mentre pare continui ad esser facile facile fare il sindacalista e l’Onorevole, perlomeno vista la “profondità” di certi interventi. In ogni caso, il termine “prendere una can[1]tonata” si è suggestivamente arricchito di un’ulteriore significanza.

GATTO E VOLPE 3; LEMA GROUP E LA SCHIERA DEI “FATTUCCHIERI DEL MERCATO DEL LAVORO”

Qui il gatto e la volpe sono smaccatamente in società, alla quale hanno dato le iniziali dei loro cognomi. Anche loro se la prendono, nel loro sito, coi consulenti del lavoro, che avrebbero prezzi cari e che non darebbero alle aziende le soluzioni lavorative di cui le aziende hanno bisogno (però è interessante la logica: “quello di cui credi di aver bisogno” lo forniscono a sfortunati soggetti anche gli spacciatori del parchetto di Rogoredo).

Loro – i “LeMa brothers” – invece sì che lo fanno. Il come lo lascio scoprire a chi vorrà andare a sfogliare le pagine del sito in cui, chissà perché, compare sempre come prima cosa il risparmio del costo del personale in misure stratosferiche.

Non vorrei sbagliarmi, ma l’esperienza mi dice che quasi sempre, dove si risparmia c’è qualcosa che si perde per strada, in questo caso tanti bei diritti dei lavoratori e forse anche qualche soldino allo Stato, che male mai non fa.

Chissà mai che dietro il paravento di un’agenzia per il lavoro (che non può per legge costare di meno ad un’azienda, dovendo garantire gli stessi trattamenti retributivi e contributivi dell’utilizzatore) non ci siano che so, appalti mascherati o contratti sgangherati? Per esempio … il fantasioso MOG. No, non fatevi ingannare, non è il Modello di Organizzazione e Gestione, che è una cosa seria nell’ambito della sicurezza e della programmazione del lavoro. Qui MOG sta per Monte Ore Garantito, “detto anche contratto della flessibilità”, che pare un’invenzione da Fantastico Mondo di OZ dove l’unica cosa garantita pare una mezza fregatura e la gestione di un modello di contratto di lavoro che solo alla descrizione fa rabbrividire. Ecco, qui quello che mi fa arrabbiare non è l’attacco ai consulenti del lavoro, assolutamente no: mi onora, anzi, che figure simili si distinguano bene dal consulente del lavoro, ne sono felice. Credo anche che nell’epoca dell’informazione l’imprenditore che, seguendo certi consigli e certe suggestioni, si ritrovasse come Pinocchio impiccato nei pressi del Campo dei Miracoli, beh un po’ se la sarebbe cercata. Perché un libro di un secolo e mezzo fa dovrebbe aver insegnato oggi come prendere le misure a certi imbonitori (e comunque resta da chiedersi perché, quando si parla di certe derive, una M e una G ci siano sempre di mezzo).

CONCLUSIONI

Sapete, c’è una cosa che proprio non mi spiego. In Italia ci sono un sacco, ma proprio un sacco, di illegalità, alcune palesi altre con una patina di pseudo-legalità e/o di finzione da rabbrividire. Su queste illegalità si costruiscono fortune altrettanto ingiuste ed immeritate. E si rovinano aziende e filiere sane. Ci sono schiere di gatti e di volpi, unite o talvolta divise. Poi ci sono anche consulenti del lavoro che si prendono denunce e perdono clienti e sprecano tempo (magari anche scrivendo articoli) per denunciare tutto ciò. Perché nella legalità ci credono. E tutto va avanti come prima, anzi peggiora. In una mole di norme e circolari senza senso e di cecità e tolleranza verso certi fenomeni. Però poi c’è un sindacato che fa una battaglia inutile e vuota (che avrebbe invece potuto essere intelligente) sui buoni-mensa alleandosi non certo con forze proletarie, c’è una politica che parla di progetti faraonici e non capisce i meccanismi semplici e le trappole della burocrazia. Però tutti hanno un soggetto con cui prendersela: i consulenti del lavoro. Guarda caso, lo stesso obiettivo nel mirino di chi vorrebbe “facilitare” la legalità propugnando impresentabili flessibilità. Non è un mistero? Non è che la competenza che non fa parlare a vanvera e fa fare interventi a dovere dia fastidio?

In ogni caso, lo vorrei dire con chiarezza, semmai vi fosse venuta qualche brutta idea: in tutto questo articolo, sicuramente abbiamo parlato solo e soltanto di brave persone, intellettualmente e professionalmente oneste, un bene per il Paese e per il suo sviluppo. Parola del vostro, affezionatissimo Pinocchio.

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