Senza filtro – IL CHIRINGUITO (può attendere)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Se parlate con un consulente del lavoro o un professionista similare (ma come il consulente del lavoro non c’è nessuno – momento di “orgoglio CDL”), soprattutto in questo periodo, c’è un sogno, un mito chimerico ricorrente, un desiderio segreto ma non indicibile, anzi espresso, ripetuto con continuazione.

Al primo posto nella lista dei desiderata non c’è – come si potrebbe ipotizzare – una notte magica con Angelina Jolie (o Brad Pitt, a seconda del genere o dei gusti personali). Nemmeno c’è la voglia di prendere a bastonate (ma solo dato che siamo personcine sensibili e pacifiche, perché idealmente …) il legislatore o lo scribacchino di circolari o qualche altro burocrate o ignorante con responsabilità di potere (ce n’è una quantità impressionante) che rattrista la nostra esistenza professionale (e anche quella personale, per chi riuscisse ancora a mantenerne una).

No, niente di tutto questo.

Il vero sogno del professionista, arrivato all’orlo della crisi di nervi e della spossatezza (e forse, qualcuno, avendolo pure superato, quel limite) ad agosto è il … chiringuito.

Abbandonare tutto, cambiare vita. Gestire un bel chiosco, di quelli con il tetto di rami di palma, direttamente sulla spiaggia, con vista sul mare, anzi con il mare proprio a due passi (come direbbero i raffinati, pied dans l’eau), in un posto dove sia sempre primavera (o estate, secondo le preferenze meteorologiche di ciascuno). Con passaggio continuo di bellezze esotiche in costumi succinti (rispettando tutti i gusti, mettiamoci anche il passaggio di fustacchioni con tartaruga addominale scolpita), con quell’odore di salsedine, fiori tropicali e lozioni da sole.

Lontano da un mondo che ti toglie energie e che ti getta nella disperazione per le assurdità che sei chiamato ad interpretare, a spiegare agli increduli clienti, ad applicare con rischi personali, a modificare ad ogni cambio di orientamento degli inetti incompetenti che il diavolo se li porti.

Senza smettere di lavorare, ma con i cocktail al posto delle dichiarazioni, le spremute di frutta al posto dei cassetti fiscali, i long drinks invece che i Durc e i Durf, la birra alla spina in luogo degli SR41 “semplificati” (ove “semplificati” è aggettivo che aggiunge al danno la beffa), l’aperitivo e gli spuntini in sostituzione delle cartelle esattoriali.

Sempre nel rispetto di tutte le inclinazioni, il chiringuito può essere sostituito secondo i gusti personali: gli amanti della montagna già si vedono a gestire un rifugio in mezzo ai camosci, c’è chi invece preferirà l’agriturismo disperso nel nulla fra verdi colline, i più raffinati si immaginano un ristorantino in città (magari d’arte) per pochi intimi con piatti esclusivi, i più coatti idealizzano il chioschetto vicino allo Stadio per essere sempre vicini alla maggica o alla beneamata, gli amici della Valtellina non potrebbero mai rinunciare all’immancabile crotto. E così via. Ma per rispetto all’immagine esotica, all’estate che sta già per finire, e per non perderci nei mille e mille rivoli delle infinite possibilità della fantasia, continueremo solo sul leitmotiv del “chiringuito”, chiedendo fin d’ora scusa alle altre preferenze, ma comunque con la convinzione che tutto quanto qui scritto possa trasferirsi comodamente, mutatis mutandis, ad esse.

Qual è la dote principale dell’idealizzato chiringuito? L’abbiamo già detto: la distanza fisica e mentale da tutto quel po’ po’ di burocrazia asfissiante e di incredibile mancanza di realismo e di senso pratico che contorna le nostre attività, imprigionate in leggi ed istruzioni sempre più senza alcun senso (che poi, ogni tanto, qualcuno si inventa di chiamarle pure “semplificazioni” e sarebbe da prendere a sberle solo per aver osato dirlo).

Nel sogno ad occhi aperti del professionista, infatti, la conquistata sapienza verso tradizionali e nuovi intrugli e mix di sapori con cui deliziare il palato degli avventori accaldati svanisce davanti alla soddisfazione di aprire il giornale (magari, con un certo sadismo, proprio uno di quelli specificamente dedicati a questioni tecniche e giuridiche), ed avvertire tutta la distanza da problemi che in passato avvelenavano l’anima. Pensate all’impagabile sospiro di sollievo che accompagna scoprire che della nuova patrimoniale o delle rinnovate istruzioni su come si comunicheranno le casse integrazioni non ci importa più nulla; che la circolare della quale il povero articolista cerca disperatamente di trovare il filo del discorso è cosa che non ci riguarda; che l’inserto speciale centrale di 135 (diconsi centotrentacinque!) pagine per spiegare il nuovo decreto può utilmente essere usato solo per incartare il pesce portato fresco di cattura dall’amico pescatore.

Eh sì, mentre lo sguardo si perde beato nell’azzurro orizzonte del cielo e del mare, sentire una meravigliosa e definitiva distanza da tutte queste cose, con un misto di felicità e, se non si è cinici, di pietà e commiserazione per tutti quelli (poveretti!) costretti a sguazzarvici ancora dentro. Quel senso di esserne fuori, come usciti da un tunnel o da una lunga e penosa malattia.

Ma l’immaginazione va oltre …

Nella calura del meriggio ecco avvicinarsi al bancone alcune figure che vi rimandano al passato. Quel tipo con occhialini e polo+pantaloncini stirati che sembra uscito solo ora di casa, impettito e rigido come uno stoccafisso, non vi ricorda (ma sì, è proprio lui!) il Dott. Rompitasche, quel borioso funzionario che tanto vi ha fatto penare per pratiche di cui nemmeno conosceva bene l’iter, ma che voleva solo far valere la sua posizione di (effimera ed immeritata) supremazia? Non è nemmeno sudato (d’altronde, quando mai ha sudato in vita sua?). Ovvio che il cuba libre che vi sta ordinando glielo servirete con il peggior rum dell’esercizio ed assolutamente annacquato, scadente ed insipiente come il modo in cui lui ha esercitato la propria funzione.

E quel tipo con camicia sbottonata, grassoccio e appiccicaticcio, con catenazza d’oro e Rolex al polso, che fa il gradasso attorniato da ragazze facili che qui si comprano con poco ma che solo quel poco ti possono offrire, … non è forse il noto Luca Chicchirichì, uno dei più grossi mercanti di braccia, che ha costruito la propria fortuna sfruttando migliaia di poveri lavoratori con il suo giro di cooperative farlocche? Vi avvicinerete facendo l’amicone e, solleticando la sua vanagloria, urlerete a Gino: “medicamento especial por esto amigo!”, promettendo una specialità rara quasi come medicina per ogni male, ma è un codice che usate con Gino: in realtà gli state comunicando di mettere nel cocktail del simpatico sfruttatore un certo lassativo per cavalli, che lo farà stare per una settimana a stretto contatto con il medesimo elemento in cui ha lasciato lavoratori ed aziende che hanno avuto la sfortuna di trovarselo sulla strada. Ah, in realtà “Gino” si chiama Jinuoingo, ma noi occidentali storpiamo – specie quando ci rivolgiamo a sottoposti – tutti i nomi avvicinandoli vagamente ad un suono famigliare, così Ihab diventa Bob, Ahmed diventa Mike, e Jinouingo è Gino: è un difetto, quello del “battesimo fasullo”, che abbiamo forse ereditato da Robinson Crusoe (quello che aveva chiamato “Venerdì” il compagno di naufragio, ricordate?).

E l’occhialuto semi-intellettuale che con l’esperienza di un pinguino alle Maldive e il discernimento di un’ameba è assurto alle più alte vette della consulenza ministeriale, partorendo decreti e disposizioni senza capo né coda? Servitegli pure un aperitivo a gradazione alcoolica esagerata, un vero ammazza cristiani che lo stordirà per tre giorni, tanto la differenza di ciò che farà rispetto a quando è sobrio non la noterà nessuno (anzi, forse c’è la speranza che da sbronzo produca qualcosa di meglio).

Ma è solo verso sera che vedete arrivare anche “lui”: occhiaie che arrivano sotto il mento, qualche tic nervoso, respiro affannato, sguardo impaurito verso un telefonino che potrebbe ancora squillare, malgrado l’ora tarda … “Ola amigo, que pasa?”. “Sono un consulente del lavoro italiano, tu non puoi immaginare … “. Con il vostro cuore che si stringe, lo interrompete, tirate fuori la vostra bottiglia migliore e con tenerezza sussurrate nell’idioma comune: “Fratello, adesso respira e rilassati; e questo lo offre la casa”. E lo guardate rinfrancarsi un attimo, felicemente sorpreso e sospeso, mentre sorseggia il bibitone fresco e buono e voi rimirate in lui il vostro lontano passato …

Smettiamo ora di sognare. Per tanti motivi. Un po’ perché del chiringuito abbiamo – confessiamolo – quell’idea piuttosto romantica che ci viene dall’esserne, talvolta, clienti e non certo gestori: anche lì ci saranno il cliente pretenzioso e quello ubriaco che sporca dappertutto, quello che vuol fare il furbo e cerca di non pagare, quello che “mio cugino fa cocktail migliori”, quello che “il chiosco più indietro fa prezzi più bassi”, il ras locale che ti chiede la mazzetta per farti stare tranquillo e tutto l’armamentario di problemi che riguardano il fare un’attività. Sicuramente saranno molto meno di quelli burocratici, che in Italia ci avvicinano al peggior terzo mondo, ma – come ogni giorno – anche ogni luogo ha la sua pena.

E poi, perché desiderare di andare lontano, di abbandonare il proprio Paese, le proprie radici? Non lo pensano già, purtroppo, i nostri figli, i nostri giovani, soffocati dalle regole di un mondo di cui continuano a darci la colpa ma che non piace nemmeno a noi e che nemmeno siamo sicuri di aver voluto contribuire a combinare in questo modo? E così talvolta siamo costretti a buttare il cuore dei nostri affetti in videochiamate da un capo all’altro del Mondo, con qualche vaga speranza di riabbracciarci (soldi, salute, problemi, veti di ingresso – e adesso anche virus – permettendo…) solo dopo defatiganti viaggi aerei.

Ma più di tutto, in fondo, davvero abbiamo voglia di lasciare questo Paese in mano a “loro”? A questa massa di incompetenti e cialtroni, che stanno sugli scranni della politica (da qualunque parte stiano) con la stessa capacità di conduzione di un’autista ubriaco e pazzo, ai burocrati (pensate il peggio possibile ed attaccatelo alla parola), a sindacalisti che urlano slogan talmente vecchi e stantii che talvolta fanno fatica anche loro a ricordarseli, a opinionisti e a pseudogiornalisti che ogni giorno ci propinano tutto e il contrario di tutto, a magistrati che sognano la politica o la comparsata in TV, agli affaristi che si infilano in loschi appalti e concessioni, ai mafiosi che con gli affaristi fanno affari d’oro, ai Luca Chicchirichì, a tutti quelli anche qui non menzionati che manderemmo a lavorare (ammesso che conoscano il significato della parola) – all’estero, sì, ma non in un chiringuito, bensì nelle altrettanto mitizzate “miniere di sale”?

Dai, pensiamoci. Forse non siamo messi così male, o comunque c’è una sottile speranza che uno zoccolo duro di persone di buona volontà, democraticamente e serenamente, ma con forza, uniti e coesi, ce la può ancora fare. E allora il chiringuito può, almeno per ora, attendere. E magari accoglierci, da clienti, solo durante un breve, meritato momento di tregua.

Ma se qualcuno dovesse scegliere di metterlo in piedi davvero, tanti sinceri auguri e nessun giudizio: solo si ricordi di tirar fuori per quelli che restano, casomai gli capitasse di incontrarli al bancone nel tramonto colorato di una sera estiva, la bottiglia migliore.

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