Senza filtro – Il 1° Maggio e la Gig(gino) Economy

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Il Primo Maggio (storica festa, che trae origine dai movimenti dei lavoratori del tardo XIX secolo) se n’è andato anche quest’anno con il consueto bagaglio di dibattiti, un po’ sempre simili a se stessi.

Nel tempo, anzi, la festa dei lavoratori è diventata una celebrazione, una ricorrenza, un po’ come certe feste religiose di cui (purtroppo) pochi ricordano bene il significato e ciascuno tende ad attribuirgliene uno a proprio uso. Potremmo chiamarlo “il rito del Primo Maggio”, fatto delle tradizionali manifestazioni, del rituale (appunto) concertone, delle riflessioni ricorrenti. Anche quest’anno si è parlato di lotta alla povertà, di discriminazioni sociali e di genere, di unità sindacale, di infortuni sul lavoro, di antifascismo e di altro ancora. Tutti temi (chi più, chi meno) molto importanti, ma trattati sempre in modo da apparire un po’ statici, molto ipotetici ed idealizzati, poco concreti. Anche perchè se si parla sempre degli stessi problemi (quello della sicurezza sul lavoro, ad esempio, oppure quello del caporalato) e questi si ripresentano con puntuale urgenza ogni anno, forse (lo dico sommessamente) bisognerebbe parlare di meno e agire di più (precisiamo subito: non siamo per l’azione fine a se stessa, ma per un fare che comprenda studiare, progettare, proporre, testare, confrontarsi, e poi realizzare).

Certo è che del lavoro si hanno molte idee differenti: chi ne parla come di uno strumento di mero sostentamento, chi lo considera una maledizione biblica (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, Gen. 3,19), chi lo considera un mezzo di affrancamento e caratterizzazione sociale, chi lo vede con la lente del sospetto dello sfruttamento sempre e comunque, chi lo considera un modo di partecipare alla costruzione e al cambiamento del mondo. Visioni positive e negative si rincorrono, si sovrappongono, aprono scenari e prospettive. Perché comunque il lavoro, volente o nolente, bon gré mal gré, occupa gran parte della vita delle persone e quindi la condiziona, ancor di più se estendiamo il concetto di lavoro non solo al mero ambito professionale, ma alle “occupazioni” in senso lato (la cura dei propri familiari, solo per fare un esempio)…

E sul lavoro spesso si sono consumate battaglie di pura ideologia. E quando ci si mette di mezzo l’ideologia, si scatenano aspettative, poi delusioni, poi odio, poi … bersagli. Ho da anni appeso in ufficio una frase che mi ha sempre colpito, quasi agghiacciato, del sociologo Anthony Giddens: “Questo è l’unico Paese che conosco nel quale un uomo, Marco Biagi, è stato ucciso perchè aveva tentato di introdurre una riforma del mercato del lavoro” (e non fu nemmeno l’unico, Biagi).

Non entrando in una visione filosofica, troppo impegnativa per due paginette, che definisca cosa sia e che valore abbia il lavoro, viene tuttavia da chiedersi di quale lavoro si stia parlando. Perché l’impressione è che molto spesso l’idea di fondo che accompagna le riflessioni del Primo Maggio peschi ancora le proprie radici nelle lotte di fine ‘800 (“otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di riposo!”) o, se vogliamo andare un pochino più avanti nel tempo, ad una concezione “fordista” del lavoro.

Peccato che il lavoro, nel frattempo, sia compreso sempre di meno in tali modelli. E che pertanto i discorsi sul lavoro finiscano per rigirare un po’ su se stessi, come una vite senza fine.

Tanto per fare solo alcuni esempi, il mondo del lavoro deve fare i conti con industry 4.0 (la nuova rivoluzione industriale, l’internet delle cose, il nuovo dimensionamento spazio-temporale e materiale della produzione), con il concetto di economia circolare (che mette in discussione non solo il modo di produrre ma anche di consumare e di guardare alle risorse), con l’economia della condivisione di idee, tempi, esigenze progetti e spazi (la sharing economy), con l’autoimprenditorialità e la professionalità free lance, con l’incidenza delle neuroscienze nella (ri)organizzazione del lavoro, con l’economia dei lavoretti, dei lavori occasionali o precari (la gig – pronuncia “ghig” – economy).

Il concetto che invece sembra andare per la maggiore nel nostro Paese è quello della “Giggino Economy”, vocabolo che testè coniamo in onore del nostro attuale Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, giovane, inesperto, volenteroso (no, anche col massimo del benvolere, talentuoso proprio non ce la sentiamo di aggiungerlo). Cos’è la giggino (rigorosamente con due g) economy? È quell’idea un po’ mista che parte da un lavoro semisconosciuto e/o approssimativo, vi aggiunge una mancanza totale di progettualità industriale ed economica, le esigenze di pancia di parte della popolazione, un senso diffuso di giustizialismo sociale, la più assoluta lontananza da concetti di professionalità, produttività, responsabilità. Un traccheggio alla meno peggio, insomma, con qualche preteso colpetto alla povertà (che se ne sta tranquilla tranquilla, ben lungi dall’essere “sconfitta” ed anzi pronta a raccogliere i frutti amari di manovre che non brillano per lungimiranza), una strizzata d’occhio al giuslavorismo più retrivo (vedi Decreto Dignità, un ritorno agli anni ‘60), una politica di ricollocazione ed inserimento lavorativo credibile come la fiaba di Cenerentola (anche perché raccontata allo stesso modo: al posto della Fata Smemorina basta sostituire il navigator ed il gioco è fatto, ma ne riparleremo).

Senza voler scomodare termini quali “populismo” ed “improvvisazione”, forse ripetuti in modo ipertrofico e che così finiscono di caricarsi di significati impropri, ed anche odiosi, quale esempio di politiche poco assennate può essere utile ascoltare qualche passaggio dell’audizione al Senato del prof. Tridico, ideologo ed ispiratore dell’attuale Ministro del Lavoro e neo-Presidente dell’Inps, ed in particolare il concetto (espresso intorno al minuto 21 circa del video dell’8 maggio, disponibile sui siti parlamentari ) per cui “la missione dell’Inps è quella di una ridistribuzione del reddito”. Ora chi scrive non ha certo la cultura dell’esimio professore né (per fortuna di tutti) farà mai il Presidente dell’Inps (tuttavia, se posso confessare, ho una particolare predilezione per quei professori che, pur collaborando – in tutta evidenza – per anni a livello ministeriale o politico come consulenti scientifici, hanno mantenuto un ruolo defilato dalla politica, hanno perseguito ed accresciuto un profilo di ricercatore, professore e studioso, senza accettare nomine o percorsi politici che talvolta hanno più il sapore di una prebenda che quello di un riconoscimento di merito); tanto più, apprezzo moltissimo una politica, necessaria ed indispensabile nel panorama attuale, che si ponga seri obiettivi di equa ridistribuzione delle risorse. Tuttavia, non mi pare che questo sia l’obiettivo principale dell’Inps. L’annoso dibattito sulla separazione – senza alcuna confusione – fra le risorse destinate alla previdenza e quelle destinate all’assistenza ha voluto significare che non si possono caricare le aspettative di una redistribuzione reddituale sull’Inps semplicemente perché “lì c’è il grano” (ancora un poco, e sempre meno), perché questo mi appare come il concetto esattamente contrario a quello della previdenza, del risparmio, dell’oculata amministrazione. Lo Stato deve trovare altrove, in una spending review, ad esempio, oppure in una lotta seria alle tante evasioni ed elusioni, le risorse da ridistribuire. Altrimenti tutto e sempre ruoterà sulla depressione di un sistema pensionistico e di sicurezza sociale svuotati dalle loro autentiche funzioni “contributive”, depredati ad opera del più sfrenato assistenzialismo.

Ma oltre al pauperismo ed all’improvvisazione, l’altra caratteristica della mentalità qui in commento è che si segue quello che vuole “la ggente”. O ancora, si prendono decisioni sulla base di quello che è successo a “mio cuggino” (cit. Elio e le storie tese) .Che poi se non è davvero il cugino, è il cugino del vicino di casa, o lo zio, o un manipolo di qualche migliaio di benpensanti denominati megalomaniacalmente “la rete”. Sulla base di accadimenti risibili o di sondaggi di dubbia rappresentatività si prendono decisioni importanti, si fanno norme, si decidono strategie.

Per dirla in termini più dialettici, è il particolare che assurge all’universale; ma non per rivalutare il particolare (che avrebbe anche senso, talvolta), semplicemente perché non si riesce proprio a cogliere l’universale.

Primo Maggio, la gig economy, Giggino, traccheggio, la ggente, mio cuggino. Forse sul lavoro incombe in Italia “la maledizione della doppia g”. Come per “la cassa del mezzoggiorno” (lo so, non si scrive così, ma io l’ho sempre sentita pronunciare in tal modo); oppure come per Garanzia Giovani (che sarebbe un incentivo per favorire l’assunzione e/o l’inserimento al lavoro di giovani disoccupati, per facilitare la domanda-offerta di lavoro; peccato che, invece, nel 95% dei casi il giovane trova lavoro, se lo trova, con i soliti canali – passaparola, raccomandazione, autopromozione, inserzioni, etc. – e poi si innesta il non virtuoso ed artificioso meccanismo a ritroso per fruire dei benefici, di cui gode non solo l’azienda ma anche il presunto attore della ricollocazione, compreso il servizio pubblico).

A questo punto, dobbiamo dire che abbiamo preso lo spunto da Luigi Di Maio per queste riflessioni, dato anche che il di costui nomignolo (Giggino) ben si prestava al gioco di scrittura sulla gig economy, ma per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che i mali del mondo del lavoro e l’arretratezza, la miopia o l’ideologia con cui vengono affrontati nel nostro Paese vengono ben prima di lui (anche se siamo, peraltro, dell’opinione che la mentalità della “giggino economy” non aiuterà certo a risolverli, anzi).

Una iattura, quella della doppia g, che forse non ci scrolleremmo di dosso neanche se cambiassimo nomi, volti, ministro, persino Governo (persino “l’Europa”!), se non è una cultura sociale a cambiare il proprio sguardo sul lavoro, sull’economia e sul resto.

Possiamo solo tentare di commentare il tutto, per finire, con un’altra doppia G, questa volta illuminante e (ahinoi) amaramente profetica.

 

Con alle spalle una storia esaltante

di invenzioni e di coraggio,

è naturale che poi siamo noi

che possiamo cambiar tutto

a patto che ogni cosa vada sempre peggio”.

(Giogio Gaber, Si può)

24

Preleva l’articolo completo in pdf