Senza filtro – I BAGNINI E LO TSUNAMI (racconto immaginario, ma non troppo)

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

Era la prima domenica di luglio a Rivagioia Adriatica.

La pioggia dei giorni precedenti e un venticello piacevole avevano spazzato via qualsiasi tentativo di afa ed avevano regalato al cielo un azzurro intenso, davanti ad un mare invitante.

Rivagioia Adriatica, diamante rivierasco, coi sui 90 bagni (concessioni balneari) e con 18 chilometri di arenile di spiaggia finissima per quasi un chilometro di profondità, attendeva le frotte di turisti che avrebbero invaso le spiagge in una giornata così promettente, tanto che già in prima mattinata era difficile trovare un parcheggio a ridosso dello scintillante, opulento, sterminato lungomare e negli spazi dei dintorni: anche lettini ed ombrelloni, come si suol dire, “andavano via come il pane”.

La mattina sapeva del mix dei soliti odori: aria di mare, olii e lozioni solari al cocco, al mango, alla carota ed altre cosmetiche diavolerie, i profumi prima dolci e poi salati dei chioschi che offrivano cibo, e quel sentore di fine sabbia calda che si infilava su per le narici. Anche i suoni erano familiari; tante grida di bimbi (perlopiù gioiose, con qualche punta di pianto qua e là per un domenicale capriccio), i richiami di venditori ambulanti di dolci o di mercanzia, le suonerie ed il parlare sguaiato degli irriducibili cafoni del telefonino, le réclame alternate alla musica che rimbalzavano dagli altoparlanti, gli stridii dei gabbiani ed altri volatili, le urla (di solito: “passa!”) di qualche improvvisato Maradona, il chiacchiericcio informe della folla come rumore di fondo.

E poi c’erano i bagnini, ragazzotti prestanti in canotta e col fischietto, che al riparo di un ombrellone di stoffa o di foglie di palma erano pronti a tirar fuori dai guai qualche bambino o altri che si avventuravano un po’ più in là delle loro possibilità; comunque, un punto di riferimento per tutti.

Un solo dato era insolito: la bassa marea era molto più pronunciata del normale e tardava ad arrendersi all’acqua, anzi l’acqua non avanzava proprio, per la gioia dei bambini che potevano così cacciare a lungo granchietti e paguri o raccogliere le conchiglie che il mare nottetempo aveva portato (e anche per la disperazione del sig. Rossetti, pensionato arzillissimo e dedito alla consueta lunga nuotata mattutina, che lamentava di aver camminato “più di un chilometro” addentro nel mare prima di arrivare ad un punto in cui la profondità dell’acqua permettesse almeno di sbracciare).

 I concessionari n. 42 e 43, rispettivamente “Da Pietro” e “Da Vincenzo”, erano preoccupati di ciò che vedevano. Pietro e Vincenzo, titolari delle omonime concessioni – che avevano entrambi poco fantasiosamente denominato preponendo un “da” ai rispettivi nomi di battesimo – erano due vecchi lupi di mare, che una volta raggiunta una certa età, avevano abbandonato la navigazione e trovato questa occupazione, impegnando ciascuno mezza famiglia (compresi nipoti, cognate e parentado di vario grado) nell’attività balneare-ricreativa, con tanto di baretto. Fra i due correva una pittoresca rivalità, tramandata da lustri, ma anche una burbera franca amicizia. Come esperti del mare, frequentato da sempre, e dei suoi misteri, i due vecchi dicevano che una bassa marea così non l’avevano mai vista.

In spiaggia la vita continuava normale, fino a quando alla radio si annunciò la possibilità di un’onda anomala che si stava formando al largo. Si riferiva anche di inondazioni sulla costa della Dalmazia e di una nave croata che era affondata.

Ma un bambino chiese se i dalmati erano i cani de “La carica dei 101” e un altro se i croati erano quelli che si mangiavano con i würstel e tutto si perse in una risata collettiva.

Un po’ più impressione fece la notizia, rilanciata dopo un’oretta da una radio privata, che anche una nave di pescatori, italiani stavolta, era stata rovesciata. Qualcuno osservò “beh in fondo erano pescatori, può succedere” e tutto finì lì, con un piccolo pensiero di inquietudine subito fugato.

È curioso che quando la gente vuole allontanare il concetto del male, non comprenderlo, distoglierlo da sé come una mosca fastidiosa, ricorre a concetti astratti, concepiti come lontani, separati da sé (“i dalmati”, “i croati”, “i pescatori”) quasi che questa diversità, questa distinzione, questa artificiosa distanza concettuale, possa istillare una peculiare quanto infondata rassicurazione.

Subito però cominciò una campagna di controinformazione a cura del Comune e della Capitaneria di porto. In breve, le radio ripresero la consueta programmazione vacanziera, diffondendo messaggi tranquillizzanti e lo slogan ripetuto come un mantra “Rivagioia va avanti”. Passarono anche aeroplani monoposto con striscioni riportanti frasi tipo “#Rivagioianonsiferma” e “#nontemiamoleonde”, subito rilanciati sui social pubblici e privati. Tutti erano rassicurati, a parole.

Venne anche subitamente organizzato, con inizio verso le 13, con il mare che non si alzava ancora, il “Marea beach party”, una sorta di aperitivo musicale proprio al centro della spiaggia, con tanto di canzoni evocative. Oltre ai soliti tormentoni estivi venne suonata più volte “Alta marea” di Antonello Venditti e “Summer on a solitary beach” di Franco Battiato (quella col ritornello che dice: “mare, mare, mare voglio affogare”) in un’orrenda versione mixata in chiave disco di Tony Porcello.

Intanto, nella confusione generale qualcuno notò che il venticello del mattino aveva assunto una nota insistente di freddo prima non avvertita; altri notarono una strana migrazione di uccelli dal mare verso l’entroterra (gabbiani, gazze marine, sterne, pulcinelle, cormorani e mille altre specie), quasi scappassero da qualcosa. Qualcuno andò a pranzo e non fece ritorno in spiaggia, mentre il resto della folla si accalcava nell’orgia vacanziera. Sempre verso le 13, Pietro e Vincenzo sbarrarono i rispettivi stabilimenti, chiusero tutto, mandarono via i clienti e se ne andarono, non senza passare alla Capitaneria, prima, e poi in Comune, manifestando animatamente come fosse meglio preoccuparsi e far qualcosa. Furono cacciati da entrambe le Autorità in malo modo, accusati di creare inutile allarmismo. Ai clienti disorientati, accaparrati volentieri dai rapaci Bagni vicini, fu subito detto che erano due vecchi rincorbelliti dall’età e dal caldo. D’altronde, non era da pazzi rinunciare al cospicuo guadagno di una giornata così favorevole?

Ma che succedeva, in Capitaneria e in Comune? Succedeva che qualche mese prima si erano svolte le elezioni comunali. Il “partito dei Bagnini” aveva vinto e si era insediato il Sindaco Carletto, uno che quando faceva il bagnino in spiaggia non gli avresti affidato nemmeno il recupero di un canotto a riva. Carletto (trascinato dallo slogan “Carletto, uno di noi”) aveva spodestato il partito opposto (prima al comando), quello di Filippo, anch’egli bagnino fallito, che però – quand’era lui sindaco – aveva nominato in Capitaneria una masnada di ex-bagnini suoi amici e sodali. Insomma, sembrava che a Rivagioia, chi non sapesse fare altro, nemmeno uno straccio di annoiato bagnino della domenica, fosse deputato a ricoprire incarichi di responsabilità. In ogni caso, Comune e Capitaneria, di sponde opposte, non si intendevano, si avversavano e facevano a gara a chi le sparava più grosse per accaparrarsi le simpatie della gente, nella generale incompetenza dei rispettivi staff. Due tipi diversi, Carletto e Filippo; il primo, che aveva fatto anche per un po’ il cameriere in una gelateria, aveva acquisito una compassata eleganza che piaceva alla gente, il secondo era orgogliosamente e manifestatamente coatto (anche lì la cosa aveva “un suo pubblico”). Una cosa li accomunava senza dubbio: erano due “cazzari”.

È curioso, peraltro, come alla gente basti talvolta percepire qualcuno come “uno di noi”, o come “uno che parla come noi” o come “uno che si presenta bene”, per farlo assurgere a posizioni di comando e responsabilità come se in tali posizioni non ci dovesse andare invece qualcuno “un po’ migliore degli altri”, con capacità e testa e magari che conosca e che sappia fare, invece di saper soltanto parlare o apparire.

I due, comunque, anche nell’occasione erano rimasti fedeli alla loro immagine; Carletto si era messo in bella vista su una torretta del lungomare, come se volesse sorvegliare chissà che, con in mano un binocolo ed una cartina che non sapeva usare; Filippo, invece, si era messo a ballare proprio al centro della pista del beach party, lanciandosi in danze forsennate e sudaticce, volendo apparire artificialmente ancor più simpatico e alla mano.

Verso le 14 venne infine improvvisa l’alta marea (tanto invocata dalle canzoni messe in onda) e fu qualcosa di anomalo, violento e preoccupante, la spiaggia venne inondata fino al lungomare, e si ritrovarono tutti con 30/40 centimetri di acqua alle gambe. Masserizie ed effetti personali, borse e giochi dei bambini, spugne e cappelli galleggiavano in un bailamme crescente.

Mentre qualcuno ancora ballava e prendeva la cosa come un simpatico diversivo, la gente cominciò a spaventarsi sul serio.

Dopo lunghi minuti di smarrimento, vennero distribuiti giubbotti salvagente, ma fu chiaro subito che non ce n’erano per tutti. Qualcuno cercò di accaparrarsi ciò che era rimasto ai negozi della riva, cercando una sicurezza in mezzi assolutamente inadeguati: la signorina Gritti, una silfide di 40 chili scarsi, aveva trovato un megasalvagente modello copertone di camion, costato come un cappotto di Armani, che non avrebbe aderito al suo corpo nemmeno se avesse indossato tutta una collezione autunno-inverno di maglioni; il Rag. Corbelli, un omone di 130 chili per un metro e ottantacinque, aveva recuperato, al prezzo di due orecchini con diamante, due paperette gonfiabili da bambini che gli entravano a malapena ciascuna in una gamba e che non lo avrebbero sostenuto neanche in una pozza.

I giubbotti salvagente in distribuzione, per di più, erano di quattro colori, destinati distintamente a seconda della provenienza delle persone e diversamente distribuiti.

Quelli verdi erano riservati ai clienti fissi delle concessioni balneari e distribuiti da esse, che però li davano solo a chi avesse saldato il conto.

Quelli gialli erano offerti dal Comune ai residenti e distribuiti dai Vigili, quelli rossi (dalla Capitaneria) erano destinati agli italiani e quelli blu (dalla Protezione Civile) a cittadini comunitari ed extracomunitari (per inciso, furono rifornite di giubbotto blu, senza alcun problema, anche sei famiglie olandesi, quindici tedesche e una finlandese, che passavano le vacanze in riviera). Qualcuno non capiva bene in che fila andare e si chiedeva perché diamine non avessero distribuito giubbotti uguali per tutti. Uno fu visto urlare “io sono apolide, quale salvagente mi spetta”? ma nessuno sapeva che cosa dirgli e nella confusione si perse anche la sua esigenza. A tutti veniva chiesto obbligatoriamente un documento di identità per capire quale tipo di giubbotto affibbiargli, ma molti nella confusione avevano perso tutto. Si crearono anche file distinte, ma chi sbagliava fila doveva rimettersi da capo in un’altra, sperando fosse quella giusta. Vigili dall’alto del lungomare ripetevano con megafoni di stare calmi che entro le 15 tutti avrebbero avuto un giubbotto, ma alle 14.58 c’era ancora quasi tutta la gente senza giubbotto e impanicata, e parecchi non avevano ancora capito nemmeno in che fila andare. Allora si decise che i documenti non erano più necessari per avere un giubbotto e questo venne messo agli atti delle Autorità come “semplificazione”.

Intanto alcuni Vigili, che dopo aver ripetuto irritanti frasi al megafono non avevano istruzioni di fare altro, si misero a multare le auto con disco orario scaduto, chè qualche soldo al Comune faceva sempre comodo. Molti altri Vigili, quelli che distribuivano i salvagente, restarono invece in spiaggia ad aiutare.

Fra le persone, alcuni approfittavano della confusione e si accaparravano due o tre giubbotti in più, magari ripresentandosi in diverse file, incuranti di tutti quelli che restavano senza; d’altronde, i giubbotti erano gratis ed offerti “dallo Stato” (qualunque cosa questo volesse dire) e questo sembrava dar loro una specie di diritto ad essere egoisti, cinici e scorretti.

Dalla Capitaneria arrivavano via radio consigli di chiudere gli ombrelloni per non ferirsi e di stendersi sui lettini per tentare di galleggiare, dal Comune arrivavano invece (dai Vigili megafonati) istruzioni contrarie, di tenere aperti gli ombrelloni per tentare di usarli a mo’ di zattera, e chiudere i lettini che erano pericolosi. Il sindaco Carletto, afferrato anch’egli un megafono, tentava di rassicurare tutti pronunciando frasi ad effetto ma assolutamente inefficaci, che nessuno ascoltava. Il suo antagonista Filippo si era rapidamente estraniato dal beach party e in un attimo, come il miglior trasformista, era apparso rivestito con la divisa di un pompiere, sbraitando cose senza senso e criticando il Carletto con un mega-megafono, ma stando ben al sicuro sul terrazzamento alto del lungomare. Quando il caos era all’acme, esattamente alle 15.25, inaspettata (chissà perché) arrivò … l’Onda: un muro di acqua di due metri che travolse tutti ed arrivò fino alla seconda fila di case, con la ferocia innocente dei fenomeni naturali.

Trascinò persone, cose, tavolini e sedie dei bar, travolse chalêt e baracche, spazzò macchine delle sale giochi, divelse le fioriere del lungomare ed accartocciò le auto parcheggiate (sia quelle con multa che senza). Diversi affogarono, molti si ferirono (anche con ombrelloni e lettini, indifferentemente se chiusi o aperti) qualcuno si disperse e si ritrovò dopo molto, qualcuno … non si ritrovò più. Dopo lunghissimi minuti, così come era venuta, l’Onda se ne ritornò lentamente al mare lasciando un panorama di completa ed impressionante devastazione.

E a tutti furono chiare alcune cose. L’Onda non era colpa di nessuno. Come un terremoto, una tromba d’aria o … un’epidemia, la natura fa accadere cose che non sono cattive in sé e che quasi sempre la forza umana non ha il potere di fermare. Qui c’era stata l’Onda contro i bagnini, una lotta impari. Cosa può fare un bagnino contro uno tsunami?

Ma molti notarono anche che c’erano stati due tipi di bagnini.

I primi, gli addetti al salvataggio, erano in prima linea (insieme a Vigili, inservienti e gente di buona volontà) a cercare di raccattar persone, di salvare bambini ed anziani; parecchi di loro erano affogati o si erano feriti per l’abnegazione di tener fede al loro compito di soccorso. Li chiameremo bagnini-soldati.

Poi c’erano gli altri bagnini, i bagnini mancati (per non confonderli coi primi, li chiameremo bagnini-pagliaccio). Anche loro impotenti, come tutti, davanti all’Onda. Ma al tempo stesso presuntuosi, avidi, sordi alle evidenze e ai moniti, incapaci, inconcludenti, improvvisati, litigiosi, inefficaci, esibizionisti, ammalati di protagonismo, impreparati, imprevidenti, inetti. Erano quelli che avevano aggiunto solo confusione al dramma, quelli che avevano acuito, invece di lenire, le sofferenze e i rischi già alti.

Perché un imponente fenomeno fisico non si può contrastare, certo che no, però si può esser previdenti, intelligenti, organizzati, reattivi, attenti; si può prevenire, arginare, impattare, alleviare. Oppure no.

Guardando la distruzione del presente, tutti pensarono che Rivagioia sarebbe presto stata di nuovo viva (magari cambiando qualcosa, che nel frattempo l’Onda aveva scoperchiato costruzioni abusive o improvvisate, fogne non in regola, strade fatte male, insomma c’era da ricominciare con un altro passo; l’Onda aveva forse trascinato con sé distruzione ma anche un pizzico di saggezza).

Sì, Rivagioia sarebbe tornata a splendere, magari meno opulenta, magari con meno affarismi (il che non faceva male); ce l’avrebbero fatta, con l’orgoglio e la tenacia di sempre, tutti insieme, sicuramente.

Ma con altrettanta sicurezza ai più fu chiaro che da lì in avanti non era il caso di affidarsi ancora a bagnini-pagliaccio.

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