Sentenze

Esclusione della responsabilità aziendale per mobbing laddove non vi sia conoscibilità delle condotte vessatori

Cass., sez. Lavoro, 11 giugno 2021, n. 16534

Roberta Simone, Consulente del Lavoro in Milano

 

Con sentenza di primo grado, confermata dalla Corte di Appello di Catanzaro, veniva rigettata l’istanza di C.B. nei confronti della società P.I., tesa all’accertamento delle condotte vessatorie dei superiori gerarchici perpetrate tra il 2006 e il 2010 e la conseguente responsabilità datoriale con diritto al risarcimento dei danni.

Avverso la sentenza proponeva ricorso la lavoratrice, contro cui resisteva con controricorso il datore di lavoro.

I sette motivi di impugnazione presentati dalla istante, tutti respinti dalla Cassazione Civile con sentenza n. 16534, confermano le decisioni di primo grado e in appello, sancendo la definitiva soccombenza di C.B. In particolare, la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 1228 c.c. e degli artt. 2043 e 2049 c.c. e art. 32 della Costituzione, per aver ritenuto la società P.I. indenne da responsabilità, sono ritenuti motivi infondati, posto che la Corte di Appello aveva accertato che il datore di lavoro non era “stato messo a conoscenza delle presunte condotte persecutorie nei confronti della dipendente”. Le condotte vessatorie poste in essere dai propri dipendenti, presunte o reali, laddove sia accertata la non conoscibilità da parte del datore di lavoro, non possono configurare inerzia nella rimozione delle stesse da parte di quest’ultimo, escludendo quindi la responsabilità e la conseguente condanna risarcitoria a carico dell’azienda.


Cessione di un ramo d’azienda inefficace: il lavoratore ha diritto alla ricostituzione del rapporto di lavoro con il cedente indipendentemente da quanto conciliato con il cessionario

Cass., sez. Lav., 7 luglio 2021, n. 19308

Riccardo Bellocchio, Consulente del Lavoro in Milano

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ribadisce un principio di diritto sulle vicende relative alla cessione di ramo d’azienda a scapito della effettiva prestazione esperita. La decisione prende spunto da una lavoratrice che veniva trasferita ad altra azienda per cessione di ramo d’azienda. Nelle more del giudizio di illegittimità della cessione, la lavoratrice, che aveva prestato attività lavorativa presso il cessionario, veniva licenziata e firmava un atto di conciliazione nel quale dava ampia rinuncia ai propri diritti. Con la dichiarazione di inefficacia del primo atto di cessione di ramo d’azienda, la dipendente presentava ricorso contro il cedente per la costituzione di un rapporto di lavoro nei confronti di quest’ultimo. In primo e secondo grado il Tribunale di Venezia, rigettava la richiesta della lavoratrice affermando che “l’intervenuta conciliazione, comportante l’accettazione della risoluzione del rapporto lavorativo originato dalla cessione, ha determinato il venir meno dell’interesse ad agire dell’appellata; il fatto di avere impugnato il licenziamento intimato dalla cessionaria e di avere poi rinunciato a detta impugnazione presuppone una continuità giuridica tra il rapporto lavorativo intercorso con la cedente e la successione in esso da parte della cessionaria”. La Corte d’Appello di Venezia ribadiva, inoltre, come la lavoratrice “non poteva efficacemente abdicare alla pretesa della prosecuzione del rapporto con la cessionaria e nello stesso tempo riservarsi di proseguirlo con la cedente; la sentenza di primo grado sull’inefficacia della cessione di ramo di azienda del 19 agosto 2010 precede il verbale di conciliazione sottoscritto il 21 novembre 2012, ma il relativo accertamento non era ancora definitivo, per cui doveva ritenersi impregiudicata la questione della continuità giuridica del rapporto con la cessionaria, ossia il presupposto sulla base del quale interviene la conciliazione”. Di diverso avviso la Cassazione che accoglie le rimostranze della lavoratrice affermando come, richiamando proprie conforme sentenze, l’unicità del rapporto presuppone la legittimità della vicenda traslativa regolata dall’art. 2112 c.c.: sicché, accertatane l’invalidità, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente (sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale); il trasferimento del medesimo rapporto si determina solo quando si perfeziona una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), quel rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente. Di particolare interesse poi il prosieguo della sentenza che riconosce un principio di diritto sulla sostanza del rapporto. Infatti “pure a fronte di una duplicità di rapporti (uno, de iure, ripristinato nei confronti dell’originario datore di lavoro, tenuto alla corresponsione delle retribuzioni maturate dalla costituzione in mora del lavoratore; l’altro, di fatto, nei confronti del soggetto, già cessionario, effettivo utilizzatore), la prestazione lavorativa solo apparentemente resta unica: giacché, accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramo d’azienda, abbia instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve n’è un’altra giuridicamente resa, non meno rilevante sul piano del diritto, in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure (anche se non de facto, per rifiuto ingiustificato del predetto) ripristinato; nello stesso senso, è stato ribadito il consolidato orientamento circa l’interesse a far valere giudizialmente l’insussistenza di un trasferimento di ramo d’azienda da parte del lavoratore ceduto, nonostante la prestazione di lavoro resa in favore del cessionario e le eventuali vicende risolutive del rapporto con il medesimo, siccome irrilevanti


Specifiche sull’indennità supplementare al Tfr per i Dirigenti industriali

Cass., sez. Lavoro, 7 luglio 2021, n. 19378

Angela Lavazza, Consulente del Lavoro in Milano

Ricorre in Cassazione il lavoratore assunto a tempo indeterminato, con la qualifica di dirigente e con rapporto di lavoro soggetto alla disciplina del Ccnl per i dirigenti dell’industria, perché licenziato a seguito della chiusura dell’attività produttiva dell’azienda, collocata in amministrazione straordinaria. Il Tribunale di Roma aveva rigettato l’opposizione proposta dal dirigente avverso l’ammissione al passivo dell’importo dell’indennità supplementare al trattamento di fine rapporto, prevista dall’accordo sindacale del 27 aprile 1995 nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, motivata dalle situazioni di cui alla Legge 23 luglio 1991, n.223, da amministrazione straordinaria ai sensi della legge 3 aprile 1979, n.95 o messa in liquidazione nei casi previsti dal Codice Civile.

Il Tribunale di Roma non aveva contestato l’applicabilità dell’accordo sindacale ma, riferendosi all’art. 5, comma 2 ter, del D.l n. 347 del 2003, aveva osservato che in deroga ai principi civilistici, una speciale ipotesi di trasferimento dei lavoratori è realizzabile anche attraverso il licenziamento e la successiva riassunzione, nella quale il licenziamento costituisce soltanto una modalità di trasferimento del lavoratore. Ritenuto pertanto che l’indennità supplementare è dovuta soltanto nelle ipotesi in cui si verifichi, nell’ambito delle fattispecie indicate dall’accordo, una effettiva chiusura del rapporto di lavoro, il tribunale aveva affermato che incombe al dirigente che chiede la corresponsione dell’indennità, l’onere di fornire la prova della mancata riassunzione, precisando che a tal fine non assume rilievo la circostanza che il dipendente sia rimasto disoccupato, ma che egli non sia stato ricollocato nell’ambito della medesima procedura di amministrazione straordinaria.

La Suprema Corte ha ricordato che in tema di rapporto di lavoro dei dirigenti d’azienda, l’indennità supplementare al trattamento di fine rapporto, prevista dall’accordo interconfederale del 27 aprile 1995, dev’essere riconosciuta al dipendente nel caso in cui il licenziamento sia obiettivamente causato da ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione o crisi aziendale, non risultando necessario che ci sia una effettiva chiusura del rapporto di lavoro e che il dipendente versi in uno stato di disoccupazione. Premesso che l’indennità in questione, prosegue la Suprema Corte, fa riferimento a “casi speciali, ai casi cioè in cui l’assetto aziendale, per le varie causali indicate, viene radicalmente modificato così da coinvolgere una pluralità di dirigenti della stessa impresa, con conseguente necessità di sopperire alle relative emergenze occupazionali, giacché i dirigenti non rientrano nell’ambito di operatività né della cassa integrazione né dell’indennità di mobilità” ai fini del riconoscimento dell’indennità supplementare ciò che rileva sul piano del diritto, è l’effettiva ragione del recesso datoriale e la relativa causa, sia per ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione o crisi aziendale. Pertanto, il dirigente licenziato a seguito di ammissione dell’impresa alla procedura di amministrazione straordinaria che intende far valere il diritto all’indennità supplementare, è tenuto a provare soltanto che il recesso del datore di lavoro ha avuto causa concreta nella situazione di crisi aziendale e non anche che lo stesso non sia stato riassunto, né di trovarsi in stato di disoccupazione. Il ricorso è in parte accolto con rinvio al Tribunale di Roma.


Gli elementi tipici della subordinazione nel rapporto di lavoro giornalistico: l’orientamento della Cassazione

Cass., sez. Lavoro, 29 luglio 2021, n. 21793

Andrea di Nino, Consulente del Lavoro in Milano

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21793 del 29 luglio 2021, ha affermato che l’attività giornalistica resa in forma di collaborazione ma in maniera continuativa e ad alcune determinate condizioni, implica la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato. In particolare, i fatti di causa hanno visto una lavoratrice autonoma agire giudizialmente al fine di ottenere l’accertamento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato presso un gruppo editoriale. La lavoratrice, inoltre, richiedeva la condanna del datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive dovute ai sensi del Ccnl a seguito della conversione.

In un primo momento la Corte di Appello di Trieste, in parziale accoglimento del ricorso presentato dalla lavoratrice ed in riforma ma della sentenza del tribunale competente, accertava la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato nel periodo dal gennaio 2010 al marzo 2013. La domanda di condanna al pagamento delle differenze retributive veniva, tuttavia, dichiarata nulla.

I giudici di merito avevano infatti accertato che nel periodo in contestazione la lavoratrice aveva seguito con continuità la cronaca locale, avendo la responsabilità di uno specifico settore informativo, del quale aveva assicurato la copertura durante il corso del rapporto di lavoro.

La società editrice, in opposizione al giudizio di secondo grado, ricorreva in Cassazione rivendicando l’inesistenza di un rapporto di collaborazione fisso tra le parti, poiché non risultava dimostrato che alla lavoratrice fosse stata chiesta, nel corso del rapporto di lavoro, alcuna disponibilità tra una prestazione giornalistica e l’altra.

Inoltre il datore di lavoro riteneva che nel rapporto intercorso tra le parti non fossero fattualmente ravvisabili i tipici elementi rilevatori della subordinazione, sia in generale che con specifico riguardo all’attività giornalistica. La lavoratrice, infatti, lavorava in maniera discontinua e con un impegno circoscritto nel tempo; non aveva mai dovuto garantire la propria presenza tra una prestazione di lavoro e l’altra, né era tenuta ad assicurare la propria reperibilità; non doveva, infine, chiedere ferie. A dire del datore di lavoro, in definitiva, la lavoratrice non poteva dirsi assoggettata ad alcun potere direttivo, organizzativo e disciplinare.

I giudici della Corte di Cassazione, nell’esaminare il ricorso presentato dall’editore, hanno osservato che “nell’ambito del lavoro giornalistico per la figura del collaboratore fisso rileva la continuità dell’apporto, limitato, di regola, ad offrire servizi inerenti ad un settore informativo specifico di competenza”. Attingendo da consolidata giurisprudenza, la Suprema Corte ha ribadito come per “continuità dell’apporto” si intenda lo svolgimento di un’attività non occasionale, “rivolta ad assicurare le esigenze formative e informative di uno specifico settore”, a cui si affiancano la “responsabilità di un servizio, che implica la sistematica redazione di articoli su specifici argomenti o rubriche” e il “vincolo di dipendenza, per effetto del quale l’impegno del collaboratore di porre la propria opera a disposizione del datore di lavoro permane anche negli intervalli fra una prestazione e l’altra”.

In sostanza, la Cassazione indica che la continuità di prestazione risulta fondata quando il collaboratore fisso, pur non garantendo quotidianamente la propria opera, assicuri, conformemente ad un mandato, “una prestazione non occasionale, rivolta a soddisfare le esigenze formative o informative riguardanti uno specifico settore di sua competenza”.

Altresì, sussiste un vincolo di dipendenza nei casi in cui “l’impegno del collaboratore fisso di porre a disposizione la propria opera non venga meno tra una prestazione e l’altra in relazione agli obblighi degli orari, legati alla specifica prestazione e alle esigenze di produzione, e di circostanza derivanti dal mandato conferitogli”.

Si concretizza, infine, responsabilità di un servizio qualora al collaboratore fisso sia affidato l’impegno di redigere “normalmente e con carattere di continuità articoli su specifici argomenti o compilare rubriche”.

Alla luce delle considerazioni effettuate, la Cassazione acclara come nel secondo grado di giudizio sia stato accertato che la prestazione della lavoratrice era stata resa “continuativamente ed in maniera tutt’altro che occasionale”. Poteva infatti variare il numero degli articoli redatti, ma la prestazione era pressoché quotidiana, con eccezione della sola domenica. Inoltre, è emerso come la lavoratrice avesse effettivamente la responsabilità di un settore, in relazione al quale lei stessa proponeva i temi da trattare.

È stato altresì riscontrato che la lavoratrice era inserita nell’organizzazione aziendale ed assoggettata alle direttive dei capi servizio di cui doveva rispettare i tagli e l’enfasi sulle notizie suggeriti. In definitiva, è stato accertato che le modalità con le quali si svolgeva la prestazione rivelavano la disponibilità della lavoratrice anche negli intervalli di tempo non lavorati.

Pertanto, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del datore di lavoro, condannandolo al pagamento delle relative spese.


La sentenza passata in giudicato, anche se non esecutiva, accerta l’esistenza del diritto di credito e sospende la prescrizione

Cass., sez. Civ, 15 luglio 2021, n. 20262

Elena Pellegatta, Consulente del Lavoro in Milano

Nella vicenda in oggetto la parte, un’azienda S.r.l., si era opposta contro Equitalia S.p.a. e Inps, all’intimazione di pagamento di una cartella esattoriale. Il giudice di primo grado rigettava l’opposizione e la decisione veniva confermata in appello, motivando la decisione sul fatto che si riteneva non prescritto il credito perché tra la data di deposito della sentenza e quella della notifica dell’intimazione di pagamento non era decorso il termine di prescrizione decennale.

Infatti rilevava la corte di secondo grado che la sentenza passata in giudicato, pur non contenente la pronuncia dell’esecutorietà della cartella, ha la funzione di accertare l’esistenza del diritto di credito fatto valere dall’Inps con la medesima cartella, tanto che in seguito alla pronuncia di rigetto dell’opposizione non è necessaria alcuna ulteriore attività di quantificazione del credito vantato dall’Istituto; conseguentemente il titolo della pretesa contributiva cessa di essere l’atto amministrativo (la cartella) e diventa la sentenza che determina l’assoggettamento della riscossione del credito previdenziale al termine decennale di cui all’art. 2953 c.c. relativo all’actio iudicati. Contro questa sentenza impugna l’azienda, adducendo come unico motivo che solo la sentenza irrevocabile di condanna conferisce un importante elemento di novità rappresentato da un comando giuridico, in forza del quale ciò che era dovuto in base alla legge sostanziale propria della fattispecie originaria può essere preteso per effetto di tale comando, con applicazione del termine di prescrizione decennale; aggiunge che tale non è la sentenza che contiene solo una statuizione dichiarativa, costitutiva del diritto dell’Inps alla riscossione dei contributi iscritti a ruolo ma non la condanna al pagamento delle corrispondenti somme. Questo motivo viene considerato infondato dagli Ermellini.

Se infatti, come da previsione dell’art. 2953 c.c. solo le sentenze di condanna passate in giudicato consentono una prescrizione più breve di dieci anni, è pur vero che la giurisprudenza riconosce questa eccezione anche ad altri atti, pur diversi dalla “sentenza di condanna”, ritenendosi comunque ricollegabile al giudicato l’indiscutibilità del credito oggetto del giudizio.

Questi atti sono stati individuati ne:

– il decreto ingiuntivo inopposto che sia esecutivo;

– il decreto penale di condanna al pagamento, oltre che dell’ammenda, dei contributi non corrisposti e di una somma aggiuntiva uguale all’ammontare dei contributi stessi (sanzione avente carattere civile);

– il decreto penale di condanna al pagamento, oltre che dell’ammenda, dei diritti doganali evasi nel contrabbando;

– le ipotesi di giudizi definiti con sentenze, ma non recanti formalmente una condanna, bensì il rigetto della domanda introduttiva del giudizio, come i casi di ingiunzione di pagamento delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per la violazione di norme tributarie, confermata da sentenza passata in giudicato o delle cartelle esattoriali in materia tributaria, ove sia intervenuta sentenza passata in giudicato che abbia respinto l’opposizione del contribuente.

In questo casi il diritto iniziale è stato pienamente accertato in giudizio, addirittura può essere rimodulato nel suo importo e, pertanto, la prescrizione decorre dal giudicato e non più dall’emissione dell’atto. La sentenza ha dunque affermato in materia tributaria il principio generale secondo il quale, in tutti i casi in cui la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, una volta formatosi il giudicato, proprio perché non ha più giuridico rilievo il titolo originario del credito riconosciuto, i relativi diritti si prescrivono con il decorso di dieci anni.


Le anticipazioni del trattamento di fine rapporto, se non supportate da idoneo titolo, pagano la contribuzione ordinaria

Cass., sez. Lavoro, 22 febbraio 2021, n. 4670

Paolo Palmaccio, Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

Con procedimento n. 11645/2015 una società ricorreva in Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che confermava la pretesa dell’Inps su somme riconosciute al lavoratore, a detta del datore di lavoro, a titolo di anticipazioni del Tfr. La Suprema Corte, nel ripercorrere la vicenda sotto il profilo del diritto, ha ricostruito l’istituto dell’anticipazione del trattamento di fine rapporto, secondo le previsioni dell’articolo 2120 del codice civile.

In questo senso ha individuato i profili oggettivi e soggettivi che consentono tale erogazione, quali, in via ordinaria l’anzianità del lavoratore, il limite del 70% del trattamento maturato, la necessità di far fronte a spese sanitarie o all’acquisto della prima casa per sé o per i figli, i limiti del 10% degli aventi tutolo e del 4% del totale dei dipendenti. Al di fuori di dette ipotesi, ha rimarcato il Collegio, i contratti collettivi ed i patti individuali possono individuare condizioni di miglior favore al fine di derogare alla disciplina legale, ovvero (solo la contrattazione collettiva) stabilire criteri di priorità per l’accoglimento delle domande. A fronte del quadro normativo delineato, tuttavia, la Corte ha osservato come il ricorrente non avesse prodotto alcun titolo idoneo a qualificare con certezza l’erogazione monetaria fatta al lavoratore come anticipazione del TFR.

Conseguentemente detti importi non potevano sottrarsi all’obbligazione contributiva, così come statuito dal Giudice di Merito. La sentenza in questione si pone in un alveo giurisprudenziale già ben delineato da precedenti sentenze di legittimità come la n. 4133 del 22/02/2007 (sez. Lavoro) e la n. 31260 del 29/11/2019 (VI sez. Civile), che hanno rimarcato come spetti al datore di lavoro fornire prova, mediante titoli idonei, della qualificazione delle somme erogate come anticipazioni del TFR, dovendosi, in difetto, assoggettare le stesse a contribuzione previdenziale.

Tanto meno è richiamabile in questa vicenda la pronuncia della Corte Costituzionale n. 142 del 5 aprile 1991, poiché mai il Giudice delle Leggi ha inteso derogare all’obbligo di costituire i titoli idonei a derogare la disciplina civilistica ordinaria in materia.


Prova del diritto agli sgravi

Cass., sez. Lavoro, 7 luglio 2021, n. 19316

Sabrina Pagani, Consulente del lavoro in Milano

Con la pronuncia in esame, la Cassazione rigetta il ricorso proposto dalla società datrice di lavoro avverso sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro, che ne aveva rigettato l’opposizione alla cartella esattoriale intimante il pagamento di contributi omessi per effetto di conguagli non spettanti a titolo di indennità di malattia, assegni familiari e sgravi ex L. n. 407/1990, tutti accertati a seguito di verbale ispettivo. La Corte, in particolare, ha confermato da un lato, che il datore di lavoro debba essere ritenuto il legittimato passivo rispetto alla pretesa restitutoria dell’Inps per somme anticipate ai propri dipendenti a titolo di prestazioni previdenziali temporanee, di cui successivamente sia stata accertata la non spettanza, ancorché per motivi non valutabili dal datore di lavoro medesimo; sotto altro profilo, ha ritenuto che gravasse sul datore di lavoro la prova del diritto agli sgravi e che detta prova, nella specie, non fosse stata raggiunta.

IL SOGGETTO LEGITTIMATO PASSIVO ALLA RESTITUZIONE DI PRESTAZIONI PREVIDENZIALI E ASSISTENZIALI INDEBITE

In merito a tale punto, la Corte ricorda che l’art. 1, D.l. n. 663/1979 (conv. con L. n. 33/1980), prevede, al comma 3, che le indennità di malattia e di maternità che siano state «indebitamente erogate al lavoratore e poste a conguaglio, sono recuperate dal datore di lavoro sulle somme dovute a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro e restituite all’Istituto nazionale della previdenza sociale», e al comma 4 che «qualora il datore di lavoro non possa recuperare le somme stesse, è tenuto a darne comunicazione all’Istituto, che provvederà direttamente al relativo recupero». Pertanto, prosegue la Corte, il presupposto affinché l’ente previdenziale debba rivolgersi al lavoratore per recuperare le somme indebitamente anticipategli dal datore di lavoro a titolo di indennità per malattia o maternità successivamente risultate non dovute e già oggetto di conguaglio, è che il datore di lavoro stesso abbia comunicato all’Inps di non poter provvedere al recupero; e, di riflesso, che – salvo appunto il caso in cui siffatta comunicazione abbia tempestivamente avuto luogo – legittimato passivo dell’azione di recupero sia proprio il datore di lavoro, il quale, come dispone l’art. 1, comma 3, D.l. n. 663/1979, cit., ben potrà rivalersi nei confronti del lavoratore «sulle somme dovute a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro».

Pertanto, anche se la non spettanza di dette prestazioni non era sindacabile del datore di lavoro (nel caso specifico, per quanto riguarda le prestazioni di malattia, il lavoratore non aveva presentato all’Inps i relativi certificati) il conguaglio con i contributi correnti dovuti all’Inps di prestazioni anticipate al lavoratore e successivamente risultate indebite, configura un’omissione contributiva di cui il datore di lavoro deve rispondere all’Inps.

LA PROVA DEL DIRITTO AGLI SGRAVI

Su tale punto la sentenza rimanda a Cass., n. 1157 del 2018, che ricorda che si è già statuito che “in tema di sgravi contributivi e di fiscalizzazione degli oneri sociali, grava sull’impresa che vanti il diritto al beneficio l’onere di provare la sussistenza dei necessari requisiti in relazione alla fattispecie normativa di volta in volta invocata” (Cass., sez. Lav. n. 5137 del 9.3.2006; in senso conf. Cass., sez. Lav. n. 16351 del 24.7.2007). L’ente previdenziale che agisca per conseguire la differenza tra la contribuzione dovuta in misura piena e quella versata dal datore di lavoro che ritenga di aver diritto al beneficio degli sgravi, dunque, non esercita alcuna pretesa “restitutoria e sanzionatoria” (che comporterebbe l’onere della prova in capo all’Istituto), ma la normale azione per l’adempimento della contribuzione dovuta, a fronte della quale è onere del datore di lavoro provare i presupposti del fatto modificativo in ipotesi costituito dallo sgravio contributivo. In mancanza di tale prova, il conguaglio degli sgravi determina un indebito contributivo, che legittima l’azione di recupero dell’Istituto nei confronti del datore di lavoro.


Risarcimento del danno da perdita di chance

Cass., sez. Lavoro, 8 agosto 2021, n. 19521

La Corte d’Appello di Genova, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Genova, accoglieva la domanda proposta dai lavoratori nei confronti di un istituto sanitario, dichiarando sussistenti i denunciati vizi della procedura di selezione seguita dall’istituto per la scelta del personale da assumere nella qualifica di operatore sanitario tra quello inserito nelle liste di collocamento e mobilità della Provincia di Genova e condannando l’istituto al pagamento in favore delle istanti, a titolo di risarcimento del danno da perdita di chance, di un importo pari a dieci mensilità della retribuzione globale di fatto cui avrebbero avuto diritto ove assunte. La decisione del fini in questione ad una prova scritta ed in relazione a tale violazione esperibile il rimedio risarcitorio richiesto dalle istanti, da ritenersi nella specie spettante “essendo lecito pensare che se le prove dirette a valutare l’idoneità fossero state conformi al dettato normativo, diversa sarebbe stata la sorte delle ricorrenti.

Per la cassazione di tale decisione ricorre l’Istituto.

L’Istituto ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 27 del D.P.R. n. 487/1994 (nonché del Ccnl 20.9.2001 e dell’Accordo Stato Regioni Province 22.2.2001), artt. 3 e 97 Cost. (violazione dei principi di uguaglianza, di ragionevolezza di imparzialità e rispetto della par condicio) e art. 5, D.lgs. n. 165/2001, e imputa alla Corte territoriale lo scostamento dai principi di diritto accolti da questa Corte in vertenze del tutto sovrapponibili, per cui la normativa richiamata riserva all’ente pubblico la scelta sulle forme e le modalità con le quali svolgere la selezione di idoneità, non essendo vincolato al rispetto delle regole che valgono solo per i concorsi pubblici, derivandone l’ammissibilità di una valutazione attitudinale operata richiedendo agli avviati al lavoro di predisporre per iscritto le risposte a domande concernenti ambiti di intervento pratico specifico, tenuto conto anche della necessità di interazione dell’operatore sanitario con figure professionali più elevate, e l’insindacabilità da parte del giudice degli esiti della prova così espletata. Il motivo di ricorso merita accoglimento, dovendo ritenersi, alla stregua dell’orientamento espresso da questa Corte (cfr. Cass. 22 luglio 2016, n. 15223) cui il Collegio intende dare continuità, che non sussiste violazione dell’art. 27, D.P.R. n. 487/1994, risultando la prova scritta riconducibile nell’alveo della “prova pratica” ben potendo essere orientata alla valutazione, non del grado di conoscenza astratta dei principi di una determinata disciplina, bensì della capacità di assumere in concreto i comportamenti necessari in un determinato contesto.

Il ricorso va dunque accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Genova, in diversa composizione, che provvederà in conformità, disponendo altresì per l’attribuzione delle spese del presente giudizio di legittimità.


Recesso anticipato del dirigente a tempo determinato: la condanna a titolo risarcitorio non configura danno pensionistico

Cass., Civile, sez. Lavoro, 26 luglio 2021, n. 21357

Clarissa Muratori, Consulente del lavoro in Milano

Nel caso in esame C. era stata condannata al pagamento di una somma di oltre 590.000 euro a titolo di risarcimento del danno per il recesso anticipato dal rapporto a tempo determinato intercorso tra questa e un dirigente. Il dirigente aveva successivamente anche richiesto la condanna del datore di lavoro al versamento contributivo calcolato sulla somma riconosciuta a titolo di risarcimento ed in subordine la condanna al risarcimento del danno pensionistico derivante dal mancato versamento dei suddetti contributi. La Corte d’Appello di Roma, contrariamente ai giudici di primo grado, condannava l’appellata anche al risarcimento del danno pensionistico. Contro tale sentenza ricorre in Cassazione C. in quanto la condanna subita al risarcimento del danno era passata in giudicato e come tale era preclusa qualsiasi altra pretesa ritenuta deducibile ma non proposta nella fase processuale originaria, in quanto il giudicato, in relazione al medesimo oggetto del contendere, copre non solo il dedotto ma anche il deducibie.

La censura esposta di parte datoriale è fondata. In primo luogo, per un concetto di certezza del diritto. Una sentenza passata in giudicato fissa le regole del caso concreto e impedisce il formarsi di giudicati contrastanti conformemente al principio del “ne bis in idem” che ne garantisce la stabilità della decisione. Nel caso di specie quindi ogni ulteriore voce di credito azionabile che non era stata fatta valere nel primo giudizio doveva ritenersi preclusa dal giudicato. Ma vi è un altro aspetto che è opportuno evidenziare e cioè che l’ammontare della somma versata, seppure parametrata al livello retributivo del dirigente, ha una vera e propria funzione risarcitoria determinatasi dal recesso ante tempus dal contratto, ha in sostanza un valore di mero reintegro patrimoniale e non certamente un’accezione retributiva, quindi la pretesa contributiva e da questa quella del danno pensionistico non può trovare accoglimento. Il carattere risarcitorio dell’indennizzo non è assimilabile a omessa retribuzione pertanto esclude l’obbligo contributivo.

Per tali ragioni il ricorso del datore di lavoro deve essere accolto e le spese compensate tra le parti.


Quando la discriminazione sul lavoro è indiretta

Cass., sez. Lavoro, 29 luglio 2021, n. 21801

Luciana Mari, Consulente del Lavoro in Milano

Una dipendente di A.d.E. lamenta una discriminazione di genere con riferimento ai criteri adottati in un concorso interno per la progressione in carriera. In particolare, l’esperienza di servizio maturata, per i lavoratori part-time, veniva calcolato riproporzionando i periodi di servizio alla minore attività lavorativa svolta. Con tale criterio di valutazione, risulterebbero penalizzati i lavoratori part-time (nel caso di specie quasi tutte donne). Al riguardo, la Suprema Corte ha ribadito che, ai fini di una corretta applicazione del metodo di comparazione, il giudice, al fine di verificare l’esistenza di una discriminazione indiretta di genere, nel caso in cui disponga di dati statistici, deve in primo luogo prendere in considerazione l’insieme dei lavoratori assoggettati alla disposizione di cui si dubita; il miglior metodo di comparazione consiste, poi, nel confrontare tra loro: le proporzioni rispettive di lavoratori che sono e che non sono “colpiti” dall’asserita disparità di trattamento all’interno della manodopera di sesso maschile (rientrante nel campo di applicazione della disposizione) e le medesime proporzioni nell’ambito della mano d’opera femminile. All’esito del raffronto tra le rispettive percentuali, l’effetto discriminatorio emergerebbe se i dipendenti part-time colpiti dal criterio di selezione fossero costituiti in percentuale significativamente prevalente da donne. In detta eventualità spetterebbe al datore di lavoro provare la sussistenza della causa di giustificazione ovvero che la disposizione adottata riguardava requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa che essa rispondeva ad un obiettivo legittimo e che i mezzi impiegati per il suo conseguimento erano appropriati e necessari.

Il giudice del merito, nell’ipotesi di accertato «effetto discriminatorio», dovrà dunque valutare se nel contesto specifico degli impieghi interessati dalla disposizione e, in particolare, delle mansioni svolte dalla parte ricorrente, esista o meno un nesso tra l’esperienza acquisita con l’esercizio della funzione ed il numero delle ore di lavoro svolte, con onere della prova a carico dell’Inps.

La sentenza impugnata vieni quindi cassata in accoglimento del secondo motivo di ricorso e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Torino, affinché effettui una nuova indagine sull’esistenza della denunciata discriminazione indiretta di genere, avvalendosi, in caso di utilizzo del criterio statistico, del metodo delineato in sentenza.

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