Sentenze

Riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato

Cass., sez. Lavoro, 2 ottobre 2020, n. 21194

Stefano Gugliemi, Consulente del Lavoro in Milano

Il Tribunale di Milano ha respinto l’opposizione, presentata dal lavoratore ai sensi della Legge n. 92 del 2012, avverso il provvedimento sommario di rigetto dell’impugnativa di licenziamento intimatogli dal datore di lavoro.

È stata ritenuta infondata la domanda di accertamento della natura subordinata del rapporto intercorso fra le parti, sottesa all’azione volta a sentire dichiarare nullo o comunque illegittimo il recesso.

La Corte di Appello di Milano, di contro, ha accertato che fra le parti era intercorso un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e ha dichiarato la nullità del licenziamento intimato, ordinando di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro e condannando il datore di lavoro al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento a quella della effettiva reintegrazione, oltre alla regolarizzazione contributiva assistenziale e previdenziale e alla rifusione delle spese di lite.

L’intimato recesso doveva considerarsi di carattere ritorsivo avuto riguardo alla successione cronologica degli eventi con la quale il lavoratore aveva rivendicato i propri diritti retributivi e previdenziali di lavoratore subordinato, ed il rifiuto della società che gli aveva comunicato di non avere più necessità della sua collaborazione professionale.

La società non aveva provato, invece, che l’estromissione fosse stata determinata da fattori economici preesistenti al recesso, quindi andava riconosciuta la nullità del licenziamento, la tutela reintegratoria ed il pagamento delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento a quella della effettiva reintegrazione. Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione il datore di lavoro. Gli assunti della Corte di Appello, in tema di individuazione delle caratteristiche tipiche del lavoro dipendente (indici tipici rappresentati dalla soggezione ai poteri direttivi e di controllo del datore di lavoro e indizi sussidiari, costituiti dalla sottoposizione ai vincoli di presenza e orario nonché dalla natura fissa della retribuzione) sono conformi ai principi della Corte di legittimità (Cass., n. 224 del 2001; Cass., n. 4889 del 2002; Cass., n. 9252 del 2010; Cass., n. 9256 del 2009) secondo cui il requisito proprio della subordinazione è la prestazione dell’attività lavorativa alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore e, perciò, con l’inserimento nella organizzazione di questo mentre gli altri caratteri dell’attività lavorativa, come la continuità, la rispondenza dei suoi contenuti ai fini propri dell’impresa e le modalità di erogazione della retribuzione non assumono rilievo determinante ma natura unicamente sussidiaria, da valutarsi globalmente come indici probatori della subordinazione stessa.

Il ricorso viene rigettato con condanna alle spese di lite.


 

Diritto alla retribuzione e responsabilità solidale in caso di cessazione dell’appalto

Cass., sez. Lavoro, 21 ottobre 2020, n. 22997

Alessia Adelardi, Consulente del lavoro in Milano

L, istituto dell’appalto viene ancora oggi disciplinato dall’articolo 29 del D.lgs n. 276/2003, meglio noto come Legge Biagi. L’articolo è stato riformato più volte negli anni, soprattutto il comma 2, che disciplina la responsabilità solidale tra committente, appaltatore ed eventuale subappaltatore per le somme dovute in relazione alla prestazione svolta durante l’appalto. Nello specifico, l’articolo 29, comma 2, del D.lgs n. 276/2003 prevede che l’appaltatore ed il committente siano responsabili in solido, entro il limite temporale di due anni dalla cessazione dell’appalto, per i trattamenti retributivi ed i contributi previdenziali dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.

Ciò premesso, la Corte d’Appello di Roma rigettava il ricorso di una lavoratrice, socia di una cooperativa, che richiedeva la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato in capo alla società cooperativa e la condanna in solido della committente, presso cui la lavoratrice svolgeva le proprie mansioni, e della cooperativa al pagamento delle retribuzioni dalla data di cessazione dell’appalto. Inoltre, la ricorrente chiedeva di condannare in solido le due società alla reintegra nel posto di lavoro e/o al risarcimento del danno.

La Corte d’Appello di Roma aveva rigettato il ricorso poiché questo era stato presentato in data 03/09/2010, oltre un anno dopo la cessazione dell’appalto (24/10/2008). Peccato che la Corte territoriale fosse rimasta indietro di qualche anno rispetto alle modifiche intervenute sul comma 2 dell’articolo 29, D.lgs n. 276/2003, che già come modificato dalla L. n. 296/2006 prevedeva il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto per la responsabilità solidale di committente ed appaltatore.

La Corte di Cassazione, a cui aveva adito successivamente la lavoratrice, si è trovata costretta a dover riformare la sentenza della Corte territoriale e ad accogliere il ricorso in quanto questo risultava depositato entro il termine di due anni così come previsto dall’articolo 29, comma 2.


Licenziamento disciplinare e violazione del CCNL applicato

Cass., sez. Lavoro, Ordinanza 13 ottobre 2020, n. 2207

Luciana Mari, Consulente del lavoro in Milano

La Corte di Appello di Venezia, confermando la sentenza di primo grado, rigettava il reclamo principale proposto dal datore di lavoro e dichiarava inammissibile il reclamo incidentale proposto dal lavoratore, il quale aveva impugnato il licenziamento intimatogli.

Il lavoratore, in qualità di dirigente del punto vendita, aveva venduto, in tre diverse occasioni nel dicembre 2015, ad un importante cliente, alcune bottiglie di spumante ad un prezzo inferiore a quello di vendita al pubblico.

Contrariamente a quanto addebitato dalla società datrice di lavoro, gli sconti non erano stati applicati a favore di un conoscente del lavoratore, bensì in favore di un cliente storico della società reclamante.

Riteneva che praticare uno sconto ad un cliente importante della società, il quale aveva in precedenza fatto acquisti rilevanti presso il medesimo punto di vendita, rientrasse nei poteri del ricorrente, inquadrato nel primo livello contrattuale, e fosse un’operazione compiuta nell’esclusivo interesse del datore di lavoro. Il lavoratore non ne aveva tratto alcun vantaggio personale, nè occultato gli estremi dell’operazione.

La Corte di Appello concludeva che il licenziamento era illegittimo per insussistenza del fatto illecito, con conseguente diritto del lavoratore ad essere reintegrato nel posto di lavoro, in applicazione della tutela di cui al quarto comma dell’art. 18, Legge n. 300 del 1970, come novellato dalla Legge n. 92 del 2012.

Ricorre per Cassazione il datore di lavoro. Con unico motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 100 Ccnl Terziario (commercio) per insussistenza del potere del dipendente inquadrato nel primo livello contrattuale di praticare sconti alla clientela, ancorché si tratti di clientela abituale e in presenza di particolari condizioni di interesse per l’azienda. La società ricorrente sostiene che il concetto di “autonomia operativa” richiamato nella declaratoria del primo livello contrattuale non può comprendere decisioni che appartengono al dirigente. Sostiene che il ricorrente aveva il compito di verificare che i prodotti venissero venduti nel rispetto dei prezzi di vendita determinati dall’azienda, in quanto, trattandosi di società di notevoli dimensioni con numerosi punti vendita dislocati sul territorio, la politica dei prezzi viene gestita centralmente, a livello dirigenziale, essendo necessario un elevato grado di autonomia decisionale.

Il ricorso non è meritevole di accoglimento. La questione posta con l’unico motivo di ricorso non ha neppure carattere decisivo, poiché non è solo sulla base dell’interpretazione della qualifica di inquadramento e dei poteri attribuiti contrattualmente al lavoratore che la Corte di Appello ha valutato l’illegittimità del licenziamento comminato.

La Corte, condividendo il giudizio già espresso dal primo giudice, ha ritenuto che, alla luce dei fatti come ricostruiti in giudizio, ridimensionati rispetto alla originaria contestazione, la condotta effettivamente tenuta dal lavoratore, non solo non corrispondeva in termini concreti a quelli ascritti, ma non era neppure assimilabile alla fattispecie di illecito ipotizzata dalla parte datoriale o ad altre ipotesi contrattualmente tipizzate di licenziamento, né era comunque idonea a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.

Il ricorso va dunque rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.


Sicurezza: prevedibilità ed evitabilità dell’evento infortunistico

Cass., sez. Penale, 12 ottobre 2020, n. 28296

Alessandro Gaggero, Consulente del Lavoro in Millesimo (SV)

Con sentenza n. 28296 del 12 ottobre 2020 la Suprema Corte rigetta il ricorso del legale rappresentante di una società fornitrice di un macchinario (nello specifico un vibroinfissore) che ha cagionato, per carenze informative sul manuale in dotazione, il decesso di un lavoratore.

L’addebito nei confronti dell’imputato è quello di aver procurato indirettamente il decesso attraverso la fornitura di un macchinario che è risultato essere carente di idonea documentazione.

Il manuale d’uso, infatti, non riportava alcun obbligo in merito all’utilizzo di una catena di sicurezza; pertanto, durante alcune lavorazioni, una palancola è caduta dalla pinza del vibroinfissore, colpendo un lavoratore e cagionandone il decesso.

Il rivenditore del macchinario è stato ritenuto responsabile, assieme al datore di lavoro, del reato di omicidio colposo, decisione presa dal giudice di primo grado e dalla sentenza della Corte di Appello di Venezia del 12/07/2018.

La parte ricorrente ha quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando l’erronea applicazione della legge penale (art. 43 del Codice Penale) in tema di prevedibilità ed evitabilità dell’evento, non essendo stato verificato se il rivenditore potesse avere cognizione che la formulazione del manuale d’uso fosse idonea a giustificare una sorta di superamento della regola di utilizzo della catena di sicurezza a fini di prevenzione. Il ricorso viene considerato infondato in quanto l’imputato si sarebbe dovuto rappresentare la situazione di pericolo connessa alle mancate indicazioni di sicurezza dell’uso della catena di sicurezza all’interno del manuale. Già il giudice di primo grado aveva osservato come il manale d’uso del vibroinfissore non contemplasse in alcun punto in modo esplicito l’utilizzo di una catena di sicurezza, carenza che integra la violazione dell’art. 6, D.lgs n. 626/94, che vieta la fabbricazione e la vendita di macchine non rispondenti alla disciplina della sicurezza. Il rivenditore avrebbe dovuto pertanto verificare il rispetto di tale obbligo nel manuale al fine di commercializzare il macchinario. La Corte territoriale ha invece contestato come la conoscenza in capo al rivenditore della non conformità normativa del manuale d’uso potesse rappresentare la situazione di rischio poi effettivamente verificatasi.

I rilievi del ricorrente, in merito alla circostanza che questi non avrebbe potuto immaginare una variante della produzione del macchinario, non attengono al merito della Suprema Corte, essendo comunque argomento non idoneo a inficiare quanto sentenziato dai giudici di merito, basato sulla potenziale conoscibilità delle carenze nel manuale d’uso.


Mancato pagamento regolare dei versamenti contributivi all’Inail: sospeso il diritto alla tutela assicurativa fino al versamento sanante

Cass., sez. Lavoro, 5 ottobre 2020, n. 21302

Elena Pellegatta, Consulente del lavoro in Milano

La vicenda oggetto di giudizio da parte della Suprema Corte vede contrapporsi un autotrasportatore, lavoratore autonomo, e l’Istituto Assicurativo nazionale. Nello specifico, il lavoratore autonomo, titolare di regolare posizione assicurativa attiva, pur se mancante di versamenti contributivi regolari, aveva subito due infortuni, uno nel dicembre del 2000 e uno nel dicembre del 2001, che gli avevano provocato dei postumi permanenti.

Chiedeva pertanto all’Inail, in giudizio, il pagamento della indennità per inabilità temporanea assoluta e per postumi permanenti. In Appello, la Corte di secondo grado, pur escludendo la prescrizione del diritto già ritenuta dal giudice di primo grado, per essere il relativo termine sospeso in pendenza della durata legale del procedimento amministrativo, ha constatato che il lavoratore non aveva pagato i contributi in epoca precedente agli infortuni, ma solo in epoca successiva a sanatoria. In ragione della inapplicabilità del principio di automaticità delle prestazioni ai lavoratori autonomi e di irretroattività del pagamento dei contributi in sanatoria operato dal lavoratore, la Corte di Appello ha ritenuto di dover respingere la domanda per scopertura assicurativa del lavoratore.

Ricorre il lavoratore autonomo chiedendo agli Ermellini una valutazione di legittimità sul caso e questi ultimi osservano che l’esclusione della applicabilità del principio di automaticità delle prestazioni in favore dei lavoratori autonomi ai sensi dell’art 59, co. 19 della Legge n. 447 del 1997 non rileva con riferimento a lavoratori titolari di regolare posizione previdenziale. E precisano ancora che, una volta che il lavoratore sia iscritto, il mancato pagamento dei contribuiti da parte dello stesso non esclude l’operatività della tutela assicurativa.

Lo stesso Inail, infatti, con circolare 30 del 7 maggio 1998, ha in proposito specificato, recependo un apposito avviso del Ministero del Lavoro, che la norma non modifica il diritto alla tutela assicurativa nei confronti del lavoratore autonomo, ma solo condiziona alla regolarità contributiva la esecutività del diritto con sospensione del pagamento delle prestazioni fino al momento in cui la situazione non sia stata regolarizzata e nei limiti della prescrizione.

Affinché possa sorgere un diritto esigibile alle prestazioni erogate dall’Inail sono necessari, oltre alla presenza delle lavorazioni e delle attività protette, l’esistenza di una posizione assicurativa presso l’Inail ed il pagamento, pur tardivo, dei contributi: circostanze queste tutte che la Cassazione riteneva sussistenti nel caso di specie, attribuendo quindi al pagamento efficacia sanante e retroattiva.

Infine, la Corte Suprema si pronuncia sul controricorso dell’istituto assicurativo, che sosteneva la violazione degli artt 101 e 112 del Testo Unico sugli Infortuni lamentando la mancata considerazione della integrale prescrizione delle prestazioni richieste per decorso del termine di tre anni a partire dal centocinquantesimo giorno dalla domanda amministrativa, termine nel quale si era formato il silenzio-rigetto dell’Istituto. In particolare, l’Inail riconosce la sospensione della prescrizione durante il termine per provvedere alla liquidazione delle indennità richiesta, ma ritiene che comunque la procedura amministrativa doveva essere esaurita entro 150 giorni, alla scadenza dei quali iniziava a decorrere subito il termine prescrizionale.

Tuttavia, tale motivazione è, a valutazione dei giudici del merito, infondata perché non trovano decorso il termine triennale in questione. Il termine di prescrizione triennale dell’azione per il riconoscimento delle prestazioni da infortunio sul lavoro e malattie professionali resta sospeso per tutta la durata del procedimento amministrativo di liquidazione delle indennità e fino all’adozione di un provvedimento di accoglimento o di diniego da parte dell’istituto assicuratore; ne consegue che il decorso dei termini per la liquidazione previsti dall’art. 111, co. 3, del D.P.R. n. 1124 del 1965, non determina la cessazione della sospensione della prescrizione, ma rimuove la condizione di procedibilità dell’azione giudiziaria, dando facoltà all’assicurato di agire in giudizio a tutela della posizione giuridica soggettiva rivendicata. E a sottolineatura dell’interpretazione, viene evidenziato che il lavoratore autonomo ha dimostrato di avere effettuato vari atti idonei ad interrompere la prescrizione.


Licenziamento per scarsa diligenza e perdurante inosservanza degli obblighi contrattuali: i controlli del datore di lavoro

Cass., sez. Lavoro, 9 ottobre 2020, n. 21888

Clarissa Muratori, Consulente del Lavoro in Milano

I mpugnato il provvedimento di licenziamento disciplinare per scarsa diligenza e perdurante inosservanza degli obblighi e dei doveri di servizio nello svolgimento della propria attività, l’ex dipendente della società P.I. si è trovato soccombente in tutti i gradi di giudizio.

Esperito ricorso presso la Corte di Cassazione anche questa infatti ne conferma il rigetto.

Per controllare la condotta del lavoratore l’azienda aveva fatto legittimamente ricorso al personale interno addetto alla vigilanza. Dalla verifica era emerso che il lavoratore contravveniva senza alcuna giustificazione agli obblighi contrattuali ed ai propri doveri di servizio, causando notevoli disservizi alla clientela dell’azienda. Ciò aveva portato il datore di lavoro ad applicare la sanzione del licenziamento disciplinare.

La Cassazione, chiamata a giudicare sulla corretta applicazione del potere di controllo del datore di lavoro, ha ritenuto la condotta dell’azienda del tutto lecita e la sanzione comminata proporzionata al caso di specie, confermando in toto il giudizio di merito. Contrariamente a quanto affermato dal lavoratore, l’azienda non aveva fatto alcun ricorso al controllo di cui all’articolo 4 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, riferibile alle verifiche tramite impianti audiovisivi.

Le verifiche aziendali erano invece riconducibili all’articolo 3 della medesima Legge, concretizzatesi attraverso la verifica dell’organizzazione gerarchica interna, ovvero del superiore gerarchico del lavoratore e di un componente dell’ufficio ispettivo, i cui nominativi e mansioni erano senza alcun dubbio noti al lavoratore.

Sull’attività di controllo esperita nei confronti del lavoratore quindi non vi era stato alcun abuso. Non solo, la Corte ricorda che la stessa può legittimamente eseguirsi anche in maniera occulta, senza con ciò minare i principi di buona fede e correttezza, soprattutto quando tale modalità diventa indispensabile per palesare eventuali inadempienze non chiaramente individuabili, ma di una gravità tale da minare il vincolo fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore. In ultimo, sempre in tema di tutela del patrimonio aziendale, si ricorda nel caso di specie che risultano del tutto legittimi anche controlli affidati a soggetti esterni specializzati nel settore, come ad esempio le agenzie investigative.


Principio di immutabilità della contestazione disciplinare

Cass., sez. Lavoro, 13 ottobre 2020, n.22076

Angela Lavazza, Consulente del Lavoro in Milano

Con la sentenza n. 22076 del 13 ottobre 2020, la Cassazione ha stabilito che in tema di licenziamento disciplinare il principio della corrispondenza tra addebito contestato e addebito posto a fondamento della sanzione può ritenersi violato qualora il datore di lavoro alleghi, nel corso del giudizio, circostanze nuove che, in violazione del diritto di difesa, implicano una diversa valutazione dei fatti addebitati.

Tuttavia, è possibile derogare al principio nel caso in cui si tratti di circostanze confermative della condotta, in relazione alle quali il lavoratore possa agevolmente controdedurre ovvero, quando le stesse non modifichino il quadro generale della contestazione. In sintesi, le condotte sulle quali è incentrato l’esame del giudice di merito non devono nella sostanza differire da quelle poste a fondamento della sanzione espulsiva.

Nella fattispecie, per la cassazione della sentenza aveva proposto ricorso una lavoratrice licenziata perché si era fatta consegnare da un collega una Sim e un cellulare di proprietà aziendale, per poi lasciare il tutto all’ex marito perché li usasse. Invero, la ricorrente aveva sostenuto che la società le aveva contestato di essersi fatta consegnare il telefono aziendale per farne un uso non autorizzato ma il telefono era stato consegnato all’ex marito da un collega e che lei aveva utilizzato il telefono solo sporadicamente.

In esito ad un’ampia ricostruzione dei fatti è emerso che il fatto contestato alla lavoratrice, dal quale poi è scaturito il provvedimento di licenziamento, era risultato provato in giudizio. La condotta addebitata era stata quella di aver procurato all’ex marito una scheda telefonica aziendale che era stata poi da quest’ultimo utilizzata per fini personali. Si è accertato quindi che, al di là della terminologia utilizzata sia nella contestazione che poi in giudizio, non solo la condotta era risultata dimostrata ma si è anche chiarito che non ne erano mutati i tratti essenziali, per il fatto che la materiale consegna della scheda Sim era stata effettuata alla presenza della lavoratrice, da parte del collega di lavoro, il quale però era stato sollecitato da lei. Come affermato dalla Corte di merito, si tratta di un dettaglio che nulla modifica i tratti della condotta oggetto dell’addebito. L’aver presenziato alla consegna della scheda Sim all’ex marito per il quale aveva intercesso presso il collega è condotta del tutto equiparabile alla sua materiale consegna. Ne consegue che la Corte non ha affatto basato il suo giudizio su di un fatto mutato anzi è pervenuta alla conferma del licenziamento solo dopo aver accertato che il fatto contestato era risultato provato in tutti i suoi elementi, sia oggettivi che soggettivi.

La Suprema Corte rigetta il ricorso.

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