Sentenze

Locazioni immobiliari senza attività di intermediazione: no all’iscrizione alla gestione commercianti

Cass., sez. Lavoro, 7 febbraio 2020, n. 8616

Stefano Guglielmi, Consulente del Lavoro in Milano

 

L’ Inps ricorre contro il socio accomandatario di SAS, in seguito a pronuncia di secondo grado secondo la quale era stato dichiarato che la stessa non avesse l’obbligo di iscriversi alla c.d. Gestione Commercianti, perché, quale socia accomandataria di una S.a.s. che aveva dato in locazione i locali di un immobile ed aveva affittato un’azienda, doveva presumersi che esercitasse attività commerciale.

La Corte di appello rilevava che l’Inps, su cui gravava l’onere della prova, non aveva dimostrato fatti costitutivi dell’obbligo della socia di iscrizione nelle liste dei commercianti ed, in particolar modo, non vi era prova dell’esercizio di un’attività commerciale da parte della società di cui la stessa era socia accomandataria, tale non potendo essere quella svolta per mezzo di un’impresa che affitta un’azienda e loca un immobile a terzi.

Il presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione Commercianti è lo svolgimento di un’attività commerciale, conformemente a quanto previsto dalla L. n. 662 del 1996, articolo 1, comma 203, che ha sostituito il testo della L. n. 160 del 1975, articolo 29, in materia di requisiti previsti per ritenere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali.

La Corte di Appello ha affermato, sulla base di un accertamento in fatto, che la socia accomandataria, nel concreto non svolgeva attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili altrui, ma si limitava alla gestione della locazione dei locali dell’immobile di cui era proprietaria. Il principio, in più occasioni ribadito dalla Suprema Corte, recita che la società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge una attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (cfr., ex plurimis, Cass. n. 3145/2013, cit.).

Con riferimento alle società in accomandita semplice, come è noto, ai sensi della L. n. 662 del 1996, articolo 1, comma 203, che ha modificato la L. n. 160 del 1975, articolo 29 e L. n. 45 del 1986, articolo 3, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a fare sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’Istituto (v. Cass. nn. 25082/2018, cit.; 28021/2017; 27376/2016; 17643/2016; 3835/2016).

Per tutto quanto innanzi esposto, il ricorso va respinto.


L’illegittimità della cessione d’azienda determina la ricostituzione del rapporto di lavoro in capo alla cedente

Cass., sez. Lavoro, 24 aprile 2020, n. 8163 

Andrea di Nino, Consulente del Lavoro in Milano

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8163 del 24 aprile 2020, ha affermato che, nell’ambito di una cessione d’azienda, il trasferimento del rapporto di lavoro si perfeziona solo quando la cessione risulti conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione, il rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente.

I fatti di causa vedono la società T.I. S.p.a (di seguito, anche “cedente”) operare – nell’ambito di una cessione di ramo d’azienda – il trasferimento ex art. 2112 c.c. di alcuni lavoratori alla società C.L. S.p.a. (di seguito, anche “cessionaria”).

L’art. 2112 c.c. prevede che, in caso di trasferimento d’azienda, i rapporti di lavoro continuino, senza soluzione di continuità, in capo al cessionario e che i lavoratori coinvolti conservino tutti i diritti che ne derivano.

Data l’ormai avvenuta cessione d’azienda, i lavoratori si sono trovati a prestare la propria opera per conto della cessionaria. In seguito, però, acclarata l’illegittimità dell’operazione societaria tra cedente e cessionaria, la Suprema Corte dispone come soltanto un legittimo trasferimento d’azienda comporti la continuità di un rapporto di lavoro che resta unico ed immutato, nei suoi elementi oggettivi, esclusivamente nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all’art. 2112 c.c. che consente la sostituzione del contraente datore di lavoro senza consenso del lavoratore ceduto in deroga all’art. 1406 c.c.. A detta degli Ermellini è infatti evidente che l’unicità del rapporto venga meno quando il trasferimento sia dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto cessionario alle cui dipendenze il lavoratore “continui” di fatto a lavorare.

Il principio dell’unicità del rapporto presuppone dunque la legittimità del trasferimento regolato dall’art. 2112 c.c.: accertatane l’invalidità, il rapporto con la cessionaria è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende dello stesso non incidono sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con la società cedente. Nel caso, dunque, di invalidità della cessione per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c. e di assenza di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), il rapporto di lavoro non viene trasferito e resta nella titolarità dell’originario cedente.

In conclusione, pure a fronte di una duplicità di rapporti (uno, de iure, ripristinato nei confronti dell’originario datore di lavoro già cedente, l’altro, di fatto, nei confronti del soggetto, già cessionario, effettivo utilizzatore), la prestazione lavorativa solo apparentemente resta unica: giacché, accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore illegittimamente trasferito abbia instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve n’è un’altra giuridicamente resa in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure ripristinato.

Viene dunque ribadito il consolidato orientamento circa l’interesse a far valere giudizialmente l’insussistenza di un trasferimento di ramo d’azienda da parte del lavoratore ceduto, nonostante la prestazione di lavoro resa in favore del cessionario e le eventuali vicende risolutive del rapporto con il medesimo, divenute irrilevanti.


 

È reato non esibire i documenti richiesti dall’Ispettore 

Cass., sez. Penale III, 20 aprile 2020, n. 12523

Elena Pellegatta, Consulente del Lavoro in Milano

 

La Corte di Cassazione Penale, sez.III, con sentenza n. 12523 emette sentenza utile anche per interpretazioni successive della medesima fattispecie stabilendo che si configura come reato la mancata esibizione di documenti richiesti dall’Ispettorato del lavoro nell’esercizio dei compiti di vigilanza, anche quando la richiesta non avvenga nel contesto delle indagini di polizia amministrativa. Per essere rilevata come tale, tuttavia, la richiesta degli Ispettori non può essere generica ma deve essere specifica e strumentale rispetto ai compiti di vigilanza e di controllo dell’ispettorato.

A questa sentenza si arriva in seguito al ricorso di un datore di lavoro che impugna la sentenza di condanna del Tribunale di Catanzaro alla pena di 500,00 Euro di ammenda, oltre al pagamento delle spese processuali, pur con il beneficio della sospensione condizionale della pena.

Durante una visita ispettiva al cantiere dove la ditta, Datore di lavoro, stava eseguendo i lavori, gli Ispettori del lavoro nel verbale di primo accesso invitavano l’imputato a esibire la documentazione richiesta presso gli Uffici della Direzione Territoriale del Lavoro. L’imputato non li esibiva e l’azione portava all’azione giudiziaria conclusasi a favore del personale ispettivo.

Il ricorrente, impugnava la sentenza adducendo tre motivi principali:

1) con il primo motivo, sosteneva un vizio formale. Se la visita ispettiva trattava di un’attività di controllo ordinario, finalizzata e limitata all’accertamento di violazioni in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, non poteva essere anche un’ispezione di Polizia Amministrativa. Pertanto, gli Ispettori del Lavoro avrebbero potuto esclusivamente chiedere l’esibizione di documentazione ritenuta utile ai fini della vigilanza ordinaria e la mancata ottemperanza a tale richiesta non integrerebbe i presupposti della contravvenzione addebitata, non essendo stati esercitati poteri di Polizia Amministrativa di controllo, per i quali la legge prescrive garanzie di difesa formali e sostanziali (quali quella di informare l’interessato del diritto di essere assistito da un difensore). Sanzionata sarebbe quindi solo l’omissione circa le notizie da fornire, e non anche la mancata esibizione di documentazione;

2) con il secondo motivo, sosteneva che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente applicato la normativa in materia di notificazioni: l’invito all’imputato di esibire la documentazione contenuta nel verbale di primo accesso non rappresenterebbe un sollecito, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale di Catanzaro, ma la richiesta con relativa prescrizione obbligatoria, costituente presupposto per l’esercizio dell’azione penale, di cui al precedente motivo di ricorso. Inoltre tale invito non era giunto all’imputato, in quanto spedito ad un indirizzo errato;

3) con il terzo motivo, il ricorrente sottolinea il vizio di forma della sentenza, che sarebbe priva di motivazione nella formula assolutoria, visto che il giudice si era limitato ad escludere l’assoluzione per particolare tenuità del fatto sulla base della sola condotta addebitata e non anche sulla presunta offesa del bene giuridico tutelato dalla norma penale. Se fosse stato a conoscenza delle attenuanti generiche, il giudice avrebbe potuto valutare positivamente la condotta dell’imputato, applicando la sola pena pecuniaria.

La Suprema corte dichiara inammissibile il ricorso e chiarisce punto per punto i motivi di impugnazione dell’imputato. Sul primo punto, relativo alle attività ispettive generiche, la Cassazione penale sottolinea che gli ispettori durante il controllo possono rilevare violazioni di carattere penale, punite con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda in questi casi provvedono ad impartire al contravventore una apposita prescrizione obbligatoria. Il verbale stesso consegnato al datore di lavoro con la richiesta di esibire i documenti impartiva specifiche istruzioni sui documenti da esibire presso la Direzione territoriale del lavoro e conteneva l’avvertimento che, “non ottemperando a quanto sopra richiesto nei tempi e con le modalità stabilite nel presente verbale o non presentandosi senza dare avviso al/i verbalizzante/i, si procederà nei confronti del/ dei responsabile/i con l’adozione dei provvedimenti sanzionatori previsti dalla legge”.

Sul secondo punto chiariscono gli Ermellini che il reato di omessa risposta alla richiesta dell’Ispettorato del lavoro di fornire notizie e documenti è configurabile anche nel caso in cui la richiesta sia spedita mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, e anche nell’ipotesi in cui la richiesta di informazioni non sia stata rivolta al datore di lavoro personalmente. Si ritiene sufficiente, infatti, la conoscibilità della richiesta, garantita, ad esempio, anche ove la notificata avvenga alla sede della ditta.

Infine, sul terzo punto, parimenti dichiarato inammissibile, si conferma che è stato più volte affermato che la valutazione favorevole del comportamento processuale dell’imputato, compiuta da giudice al fine di concedergli il beneficio della sospensione condizionale della pena, non impedisce al giudice medesimo di rigettare l’istanza dello stesso imputato di applicazione delle attenuanti generiche, sul presupposto della gravità dei fatti contestatigli. Non si rileva incompatibilità tra la applicazione del beneficio della sospensione della pena ed il contestuale diniego delle attenuanti generiche, essendo diversi i presupposti giustificativi dei due istituti. Il primo istituto mira al ravvedimento del colpevole, nell’interesse suo e della collettività, tenendolo fuori dell’ambiente carcerario, il secondo all’adeguamento della pena al fatto e alla personalità del reo.


Niente premio di produzione se non risulta dal contratto sottoscritto dalle parti

Cass., sez. Lavoro, 21 aprile 2020, n. 7974

Angela Lavazza e Veronica Pagano, Consulenti del Lavoro in Milano

Al Tribunale di Cremona un lavoratore chiese l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e la condanna della società al pagamento delle differenze retributive maturate, oltre al Tfr. Chiese inoltre che venisse reintegrato nel posto di lavoro per l’illegittimità e l’inefficacia del licenziamento.

Il Tribunale territoriale accolse in parte le domande, dichiarando l’esistenza del rapporto di lavoro e il diritto del lavoratore all’integrazione dei contributi previdenziali ed assistenziali, rigettando tuttavia la domanda del pagamento del premio di produzione, pari ad euro 5.000.

Il lavoratore si rivolge alla Corte di Appello di Brescia per ottenere il pagamento del premio di produzione.

Il giudice di Appello ha evidenziato che il lavoratore non ha provato il suo diritto a percepire il premio di produzione, in quanto la definizione dell’erogazione di detto premio risulta solo da una scrittura privata senza alcuna specificazione dell’oggetto della prestazione lavorativa. Il premio di produzione, non trascritto nel contratto di lavoro sottoscritto dalle parti, ma risultante solo da un impegno ad una futura assunzione, ha un valore meramente indiziario.

Avverso tale decisione il lavoratore ricorre in Cassazione con più motivi.

Il lavoratore sostiene che la Corte territoriale, contraddittoriamente, abbia ritenuto che il premio dovuto sia stato pagato in nero e poi ha escluso che tale diritto sia stato provato ed inoltre afferma che l’onere di provare l’avvenuto pagamento del premio gravi sul datore di lavoro e non sul lavoratore.

Per la cassazione della sentenza, il lavoratore propone ricorso alla Suprema Corte senza considerare che l’esercizio del potere di esame diretto degli atti del giudizio di merito, riconosciuto alla Cassazione, presuppone l’ammissibilità del motivo. Vale a dire che, nel principio di autosufficienza, la parte deve riportare in ricorso gli elementi ed i riferimenti che consentono di valutare, nei termini esatti e non generici, il vizio, così da consentire alla Suprema Corte di effettuare il controllo sul corretto svolgimento dell’iter processuale senza compiere generali verifiche degli atti.

Sarebbe stato necessario inserire quella parte dalla quale si evincerebbe, a detta della parte ricorrente, il positivo accertamento dell’esistenza del diritto a percepire il premio di produzione rivendicato che il Tribunale afferma essere stato verosimilmente corrisposto “al nero” (cfr. anche Cass. 08/06/2016 n. 11738). Inoltre, il lavoratore pretende che la Corte proceda ad una nuova e diversa valutazione delle dichiarazioni esaminate dalla Corte di merito e dei fatti acquisiti al processo che al contrario sono state esaminate e si è proceduto ad una plausibile ricostruzione dei fatti.

Nel caso in esame, la ricostruzione dei fatti non è pertanto censurabile.

Ribadisce la Suprema Corte che il ricorso per cassazione non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito ma, solo quando si dimostri che quest’ultimo abbia posto alla base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali oppure abbia disatteso, valutando secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali oppure, ancora, abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione. Il ricorso è rigettato.


È ammissibile l’esclusione da una procedura selettiva per bassa statura?

Cass., sez. Lavoro, ordinanza 21 aprile 2020, n. 7982

Luciana Mari, Consulente del Lavoro in Milano

 

La Cassazione, con questa ordinanza, chiarisce che nel momento in cui un concorso prevede, tra i requisiti selettivi, la stessa statura minima per uomini e donne, che contrasta evidentemente con il principio di uguaglianza, occorre valutare concretamente se tale qualità effettivamente è necessaria allo svolgimento delle mansioni specifiche richieste. La Corte d’Appello conferma la decisione di primo grado e rigetta la domanda avanzata dall’attrice nei confronti della società che verte sulla costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, per il quale era stata avviata una selezione dalla quale la parte era stata esclusa a causa della sua bassa statura. Per la Corte la Società non ha messo in atto alcuna condotta discriminatoria poiché il requisito dell’altezza, come accertato dal C.t.u incaricato, è richiesto per consentire lo svolgimento di determinate mansioni. La Cassazione – nel censurare la statuizione della Corte d’Appello – afferma che la diversità di statura mediamente riscontrabile nell’altezza degli uomini e delle donne impedisce, infatti, di usare questo dato come parametro uniforme di valutazione delle caratteristiche fisiche di idoneità al posto di lavoro per il genere maschile e femminile. Per i Giudici di legittimità, inoltre, per l’esclusione dalla selezione, non è sufficiente un generico deficit di statura, essendo richiesta una valutazione caso per caso, allo scopo di accertare se la ridotta statura sia effettivamente di impedimento allo svolgimento delle relative mansioni. Secondo la sentenza, il deficit di statura non può, quindi, costituire un impedimento valutabile in astratto, ma deve essere messo in relazione allo specifico ruolo posto a concorso, allo scopo di verificare che, sul piano operativo, la bassa statura sia realmente incompatibile con la mansione da svolgere. Su tali presupposti, la Suprema Corte accoglie il ricorso della lavoratrice, cassando con rinvio l’impugnata pronuncia di merito.


Sottrazione di dati informatici: condanna per appropriazione indebita

Cass.,  sez. penale, II, 7 novembre 2019, n. 11959

Clarissa Muratori, Consulente del Lavoro in Milano

 

Il caso tratta della sottrazione di dati informatici ad opera di un lavoratore dipendente. Lo stesso, in fase di dimissioni, aveva restituito all’azienda il notebook, con l’hard disk formattato, privo di tutti i dati informatici originariamente presenti.

I giudici del merito avevano condannato il lavoratore in primo grado per danneggiamento, per poi mutare, in fase di appello, il tipo di reato in appropriazione indebita. La difesa propone ricorso in Cassazione sostenendo che non si può configurare il reato di appropriazione indebita dei dati informatici essendo entità immateriali e quindi non assimilabili alle “cosa mobile”, elemento essenziale per la sussistenza del reato ascritto. Per quanto molte pronunce giurisprudenziali si siano espresse in tal senso, nel caso di specie la Corte di Cassazione ritiene che il dato informatico possa essere assimilato ad un bene mobile.

La norma penale deve essere riletta in un contesto storico dal punto di vista tecnologico del tutto mutato rispetto passato. Questo non pregiudica i principi di tassatività e determinatezza che caratterizzano l’ordinamento penale, ma significa soltanto rileggere le norme considerando la tutela che le disposizioni incriminatrici dei delitti contro il patrimonio mirano a garantire. I dati informatici per le loro caratteristiche specifiche possiedono anch’essi una dimensione fisica e occupano una porzione di memoria quantificabile, possono subire operazioni tracciabili dal sistema informatico, possono essere copiati o spostati da e verso più supporti.

La loro dimensione fisica è percepibile e come i beni mobili anche questi possono essere oggetto di sottrazione, attraverso operazioni di cancellazione o formattazione.

Per tali ragioni il ricorso risulta infondato con conferma della pena ritenuta di giustizia a carico del lavoratore.


 

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