Sentenza n. 41600 del 10 ottobre 2019: MOLTO RUMORE PER NULLA

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sanno (Bn)

 

“La Corte di Cassazione sugli effetti delle dichiarazioni dei funzionari: la sensazione fa prova”, “L’ispettore può testimoniare sugli stati emotivi”, “Omessa formazione del dipendente: vale l’intervista dell’ispettore”: sono questi alcuni tra i titoli che la stampa specializzata ha riservato ai commenti sulla sentenza del 10 ottobre 2019, n. 41600 emessa dalla III sezione penale della Cassazione.

In sostanza, a detta di molti commentatori, la pronuncia in oggetto costituirebbe un pericoloso precedente ed una sorta di vulnus al diritto di difesa dei datori di lavoro, in quanto – da questo momento – giustificherebbe la condanna dei medesimi sulla base della sola testimonianza dell’ispettore, o meglio della sua “percezione” degli stati emotivi dei dipendenti … il tutto anche in assenza di verbalizzazione.

A ben vedere, tuttavia, ad un attento esame della sentenza in questione e della giurisprudenza collegata (e di un passaggio di questa infelicemente richiamato1 ), appare chiaro come la sentenza in esame, lungi dall’attribuire all’ispettore del lavoro poteri e capacità da mentalista, si ponga in un solco già tracciato ed abbondantemente percorso dagli operatori.

Una prima conferma di questo si osserva già ab negativo dall’esame degli elementi di doglianza indicati dalla difesa dell’imputato nel ricorso per cassazione: questi si fondano essenzialmente sul rifiuto dell’audizione del lavoratore interessato dalle irregolarità riscontrate, deciso dal giudice di prime cure, e sulla presunta illegittima acquisizione come prova delle dichiarazioni rese dall’ispettore durante la testimonianza, in violazione del disposto dell’art. 195, 4° comma, del c.p.p.2 : da questo si deduce violazione degli articoli 1913 e 5264 del codice di procedura con la conseguente richiesta di cassazione della sentenza di merito. In nessun caso, nella ricostruzione, seppur sintetica, della vicenda processuale effettuata nella sentenza, si espone l’ipotesi della violazione dell’articolo 220 delle disp. att. al c.p.p., e quindi dell’art. 61 del c.p.p5 . o del disposto degli articoli 350 e 357 del c.p.p.6 : è quindi lecito presumersi che i diritti dell’indagato, all’atto dell’emersione degli indizi di violazione delle norme penali, e successivamente, siano stati rispettati, il tutto conformemente all’articolo 18 del Codice di Comportamento ad uso degli Ispettori del Lavoro7 .

Tanto meno è stata lamentata la violazione degli articoli 2348 o 4319 del c.p.p.: da qui la presunzione lecita che il verbale unico redatto dall’ispettore sia stato regolarmente acquisito come prova documentale (precostituita ai sensi dell’art. 2702 del codice civile in quanto documento sottoscritto dall’autore) e che il fascicolo processuale sia stato regolarmente formato.

Giova ricordare che il processo penale – a differenza di quello amministrativo – è caratterizzato dal requisito dell’oralità e che la prova si forma in contraddittorio nel corso del dibattimento. Da qui l’audizione dell’ispettore nel corso del processo.

A questo proposito va osservato come la suprema corte abbia accertato, dall’esame degli atti di causa, come la testimonianza dello stesso non abbia integrato parti mancanti nel verbale relativamente alle dichiarazioni rilasciate dalla lavoratrice, cosa questa che avrebbe sì leso il principio del divieto per gli agenti e gli ufficiali di P.G. di testimoniare su circostanze de relato, ai sensi del 4° comma dell’art. 195 del c.p.p., divieto reso più stringente dopo la sentenza n. 305/2008 della Corte costituzionale.

La stessa, infatti, ha riguardato – come confermato dalla ricostruzione operata dalla S.C. – elementi osservati direttamente dall’ispettore e cioè la reticenza della lavoratrice nell’indicazione degli elementi di cui all’art. 36 del D.lgs. n. 81/2008 – o meglio l’ignoranza dei medesimi10. Poteva tale dichiarazione (dell’ispettore, non del lavoratore) essere assunta? Certamente sì! Ed ove indicata nel verbale avrebbe fatto fede fino a querela di falso (ex articoli 2699 e 2700 del c.c. e 221 del c.p.c11). Tanto si desume da costante giurisprudenza.

Circa il rifiuto del giudice di merito di acquisire la testimonianza del lavoratore, è evidente – dalla lettura della sentenza – come tale richiesta sia stata fatta dalla difesa ex articolo 507 del c.p.p.12, e cioè in un momento successivo all’acquisizione delle prove: ben poteva, quindi, il giudice di merito disattendere tale istanza, atteso che non potevano non risultare dal verbale unico sia l’irregolarità della presenza del lavoratore sul luogo di lavoro (irregolarità che statisticamente si accompagna al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro), sia l’assenza (e non a caso) di qualsivoglia documentazione in proposito (circostanza questa, che è difficile non credere che sia stata verbalizzata13). Ben poco, quindi, avrebbe potuto aggiungere la testimonianza del lavoratore … mentre i maliziosi – a proposito dell’attendibilità di questa – avrebbero potuto osservare come il medesimo, dalla data dell’ispezione a quella dell’escussione, avrebbe avuto tutto il tempo di imparare quegli elementi la cui mancata informazione era contestata all’imputato. Non a caso la S.C. non ha rilevato vizi di motivazione o illogicità nel comportamento del giudice di merito.

È appena il caso di osservare come l’articolo 36 del D.lgs. n. 81/2008 parli di “adeguata informazione”: orbene, “adeguata” – se intendiamo questo aggettivo in senso sostanziale – comporta che l’attività informativa non si esaurisca nel fornire al lavoratore le relative informazioni (orali o per iscritto) e che tale circostanza sia documentata, ma anche che il datore si accerti della effettiva comprensione delle stesse, verifica che è stata poi tentata dall’ispettore senza esito positivo. Molto rumore per nulla, allora? A detta dello scrivente sicuramente sì.

Quale insegnamento trarre da questa vicenda? Ferma restando la possibilità di effettuare indagini difensive a mente degli articoli 327 bis e 391 bis del c.p.p., e le necessarie verifiche a ciò preordinate, c’è soprattutto la raccomandazione che la presenza dei lavoratori (o dei candidati da assumere) sia sempre adeguatamente documentata, non solo in termini di adempimenti formali, ma anche dando una veste giuridica a comportamenti spesso sanzionati per disattenzione o leggerezza, come l’eventuale prova d’arte14 – che è cosa diversa dal patto di prova – o l’accompagnamento dei candidati o dei dipendenti di cui si sia decisa l’assunzione (magari in forza di un preliminare) in visita sui luoghi di lavoro. E, per stare al caso che ha portato alla sentenza esaminata, che gli adempimenti relativi alla sicurezza sul lavoro non si riducano alla sola produzione documentale.

1. E precisamente: “ … il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria non riguarda i dati di fatto direttamente percepiti dall’agente, tra i quali sono stati ricompresi anche gli stati emotivi delle persone osservate …” che appare preso di peso dalla sentenza della II sez. penale della Cassazione n. 38149 del 18 giugno 2015: “…Il divieto di testimonianza indiretta riguarda infatti solo le dichiarazioni di persone che avrebbero potuto essere assunte come testimoni, ma non si estende ai dati di fatto percepiti direttamente; e nei “dati percepiti direttamente” devono essere sicuramente inclusi gli stati emotivi delle persone osservate dal testimone di polizia giudiziaria durante le fasi dell’intervento del quale riferisce …” che riguardava ben altro episodio.

2. Divieto di testimonianza indiretta.

3. Prove illegittimamente acquisite.

4. Prove utilizzabili ai fini della deliberazione.

5. Diritti dell’indagato.

6. Rispettivamente: verbale di sommarie informazioni e documentazione dell’attività di P.G. 7. Adottato con Decreto ministeriale 15 gennaio 2014.

8. Prove documentali.

9. Fascicolo per il dibattimento.

10. Si veda il passaggio “… Tale accertamento è scaturito dall’attività di controllo dell’ispettrice L., la quale non si è limitata a una verifica formale, ma ha operato una sorta di “intervista” alla lavoratrice sulle conoscenze in suo possesso, ricevendo da ciò conferma del fatto che la stessa, non solo sul piano formale, non era stata edotta delle informazioni previste dall’art. 36 comma 1 del D.lgs.n. 81 del 2008 …” ed ancora “ … l’utilizzabilità della testimonianza dell’ufficiale di polizia giudiziaria deve ritenersi a maggior ragione riferita anche alle reazioni della lavoratrice rispetto alle sollecitazioni finalizzate a verifi- care, in assenza di riscontri documentali, la conoscenza da parte della stessa delle informazioni sulla sicurezza che avrebbe dovuto ricevere dal datore di lavoro…”.

11. Si veda Cass. SSUU. n. 12545/1992.

12. Ammissione di nuove prove.

13. Tanto è dato desumere dall’inciso “ … dovendosi escludere un obbligo di verbalizza- zione degli esiti scaturiti dai quesiti esplorativi rivolti dall’ispettrice del lavoro …” che fa intendere come tutti gli altri elementi siano stati evidentemente verbalizzati.

14. Si intenda il termine in senso atecnico.

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