Salute e sicurezza sul lavoro PER LA SECONDA FASE

di Andrea Merati – Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

 Si racconta (l’ho sentito da Flavio Caroli – chiarisco per non sprofondare nell’universo inquietante di chi non sa nulla ma sentenzia su tutto) che tale Lady Simon, tornando in treno dal Devonshire durante un temporale, vide un passeggero alzarsi improvvisamente, aprire il finestrino e sporgere la testa nella pioggia e nel vento. Riportato il suo capo fradicio all’interno dello scompartimento disse: «Volevo osservare lo spettacolo». Qualche anno dopo, nel 1844, Lady Simon vide il prodotto di quel viaggio in un dipinto: Pioggia, vapore e velocità di William Turner. Era lui, il passeggero. Bisogna entrare e vivere nella realtà per capire. Purtroppo, anche per salute e sicurezza, questo paese è rovinato e ammorbato dalle echo chamber (uso il temine inglese perché è sintetico, tanto poi lo traduco – e non è per darmi delle arie, perché la mia insegnante d’inglese me le accenderebbe con un lanciafiamme): parliamo troppo spesso con gente che la pensa come noi, non ci attiva troppi dubbi e ci sostiene nelle nostre certezze. Sono convinto che non ci sia nessuno che possa dire con certezza che cosa si deve fare in qualsiasi luogo di lavoro: il Governo ci sta dando delle regole, delle deroghe e delle raccomandazioni, dobbiamo entrare nelle nostre realtà e cercare di vedere tutto in un’ottica di salvaguardia delle lavoratrici e dei lavoratori, tenendo i documenti ma non incentrando tutto su quelli, altrimenti a breve si richiude tutto perché abbiamo le persone in quarantena (se non peggio) e le aziende vuote piene di fogli inutili. Quindi se dopo la prima fase d’emergenza, proseguiranno le attività in smart working (o lavoro agile, che è la stessa cosa, al contrario del telelavoro che invece è altra cosa e viene regolato precisamente dall’art. 3, c. 10, del D.lgs. n. 81/2008) sarà necessario mettere mano al DVR e valutare:

• il rischio di natura organizzativa;

• i rischi legati allo svolgimento dell’attività e alla tipologia contrattuale;

• le modalità informative e formative; • le attività di vigilanza sull’effettiva attuazione ed efficacia delle misure di prevenzione e protezione. Perché è vero che il Governo si è avocato la valutazione del rischio e, con l’adozione dell’informativa Inail, ha dato anche attuazione agli obblighi conseguenti, ma intanto prepariamoci:

• perché lo smart working è nato per essere svolto in una porzione di tempo lavoro, invece adesso c’è ogni giorno, per mesi consecutivi, e ciò potrebbe essere rischioso per postura e salute mentale delle persone (se però crediamo che siano i marziani che disegnano i cerchi nel grano, possiamo essere esentati da questo pensiero);

• quando l’emergenza dissolverà lo scudo governativo, sarà obbligatorio e necessario personalizzare quell’informativa e valutare il proprio caso in maniera meno generica, nei termini che ho esposto sopra. Senza dimenticare che la valutazione dello stress lavoro correlato dovrà essere rivista con un atteggiamento meno superficiale e sbrigativo, magari con strumenti diversi dal solito questionario Inail (sì, è fatto bene, sì, l’hanno migliorato tanto, sì, lo usano tutti, no, non è lo strumento migliore esistente, sì, è gratis, però non è più gratis quando le persone perdono passione per il loro lavoro o si assentano spesso per starvi lontani). L’altra questione importante da valutare è la gestione della salute e della sicurezza per i lavoratori in presenza, e non si tratta solo di coloro che lavorano negli ospedali o al supermercato ma, a breve, anche per tutti quelli che rientreranno negli uffici e in stabilimento.

Basta applicare i decreti e i protocolli condivisi, in particolare i D.l. n. 18 e n. 19, nonché il Protocollo condiviso del 14 marzo 2020 (rivisto il 24 aprile)? Credo di no, penso che la valutazione del rischio debba essere profondamente riconsiderata (gli articoli 2, 15, 18, 29, 36, 37 e il caro 299 del D.lgs. n. 81/2008 ci urlano «Aggiornalo!», poi arriva l’articolo 2087 del codice civile che si associa al coro con voce baritonale, ma se siete di quelli che non ci credono, va bene lo stesso, basta che vi impegnate a cercare le giuste azioni di prevenzione e protezione dei lavoratori e, in qualche modo teniate traccia di quello che avete fatto per, un giorno, poterlo dimostrare). Sinteticamente, di seguito, schematizzo qualche suggerimento.

ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

  • Adeguare presenze e postazioni in modo che possano essere rispettate le distanze di sicurezza (la normativa suggerisce un metro ma pensare a due metri è geniale, visto che le persone non si spostano a comando e le vie di movimento non sempre sono dei boulevard)
  • Identificare i rischi rappresentati dal lavoro in solitudine (soprattutto in caso di persone con fragilità e sovraesposizione al virus), anche occasionale o fortuita.
  • Regolare gli accessi e le modalità di sanificazione degli spazi comuni: ascensori, luoghi di ristoro, bagni, fotocopiatori e stampanti.
  • Riconsiderare le modalità d’uso e pulizia di scrivanie, telefoni e computer, evitando il più possibile la promiscuità. – Stabilire tempi e modi per la sanificazione dei locali e degli impianti di areazione, condizionamento e riscaldamento.
  • Regolamentare riunioni e accesso degli esterni (clienti, fornitori, corrieri, imprese di pulizia), riducendo all’indispensabile e preferendo modalità a distanza (anche all’interno dello stesso luogo di lavoro).
  • Mettere a disposizione prodotti idroalcolici oppure acqua e sapone per il lavaggio delle mani.
  • Identificare con precisione modalità e azioni per l’eventuale rilevamento della temperatura corporea, nonché delle azioni da intraprendere in caso di anomalia: se la febbre è più di 37.5 ce lo dice il protocollo, ma è bene decidere cosa fare in caso di temperatura inferiore ma allarmante (per esempio: cosa si fa in caso di 37.3?

 

DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE (DPI) E VALUTAZIONE DEI RISCHI

Pur nella consapevolezza che la difficoltà di reperimento è alta e nel conforto che viene dai decreti di marzo e aprile (in particolare per le mascherine chirurgiche, che si possono usare come DPI, ai sensi dell’art.16 del D.l. n. 18, in deroga a qualsiasi norma tecnica e al D.lgs. n. 81/2008) è necessario tenere ben presente che, insieme alla distanza, guanti e mascherine FFP2 rimangono la miglior garanzia di protezione e benessere (quindi appena si può prendiamole, senza però cedere spazio ai vampiri sciacallo – nuova variante di epidemia incivile per la quale non esiste vaccino).

– Assicurare che chi indossa i DPI sia adeguatamente protetto; significa che non basta darli ma è necessario spiegare come si indossano e come si tolgono, dove si buttano e correggere i comportamenti scorretti.

– Assicurarsi che chi indossa i DPI non abbia problemi di eccessiva sudorazione e possa inspirare senza troppo fatica, sulla base della durata dell’orario di lavoro e del tempo in cui è richiesto che li indossi; evitiamo le esagerazioni isteriche: se una persona è lontana da altre e il suo stato non può essere turbato facilmente da ingressi improvvisi, perché dovrebbe rimanere in stato di costrizione da maschera tutto il tempo?

– Assicurare che chi indossa i DPI non abbia problemi di comfort, taglia o misura e abbia un ricambio adeguato; non ne avremo molte, però una mascherina, usata tutti i giorni per una settimana al venerdì proteggerà a malapena dai Virus Palla (non esistono ma figurano l’idea).

– Valutare che l’uso dei DPI non possa comportare di per sé un rischio maggiore per l’utilizzatore con fragilità proprie.

– Avviare un nuovo percorso di valutazione dello stress lavoro correlato, perché l’utilizzo giornaliero dei DPI, da parte di chi non è abituato a indossarli per lungo tempo, può essere un fattore di rischio determinante (questo punto l’ho scritto consapevole delle ondate derisorie che mi sommergeranno, ma non ho paura, mi sono iscritto a un corso di surf).

– Valutare gli effetti del microclima degli ambienti per chi indossa i DPI, tra poco farà caldo e non sarà impresa da poco quella di sopportare guanti e maschere.

INFORMAZIONE E FORMAZIONE

– Informare con diversi mezzi e modalità (cartelli, informative, riunioni a distanza) in merito ai comportamenti adeguati e alle regole di prevenzione.

– Pianificare momenti di formazione (a distanza) riguardanti: rischi posturali nello smart working, uso corretto dei DPI, igiene personale, sanificazione delle proprie postazioni di lavoro, senza dimenticare gli abitacoli dei mezzi di trasporto o delle attrezzature (se una ruspa la usano più persone sarà necessario predisporre regole di pulizia oppure organizzare il lavoro perché ci siano meno cambi possibili).

– Rivedere regole e modalità di autoprotezione nelle attività di sostegno e soccorso in caso di emergenza (questione raramente considerata e non vale dire che nel Protocollo si sono dimenticati).

 SORVEGLIANZA SANITARIA E SOGGETTI FRAGILI

– Garantire un’adeguata tutela a lavoratrici e lavoratori che si trovano in situazione di particolare fragilità, esponendoli potenzialmente a un maggior rischio di contagio, per età oppure a causa di patologie attuali e/o pregresse. Il Protocollo condiviso (nella sua ultima versione) indica opportuno il coinvolgimento, per la ripresa, del medico nell’individuazione dei lavoratori fragili e per il reinserimento di quelli con pregressa infezione da Covid-19.

– La sorveglianza sanitaria prevista dal piano aziendale non va né interrotta, né rallentata, né procrastinata.

– Il medico competente, pur nel rispetto delle disposizioni dell’Autorità, se lo riterrà utile, potrà suggerire mezzi diagnostici supplementari (es. tamponi o test sierologici).

COMITATO PER L’APPLICAZIONE E LA VERIFICA DELLE REGOLE DEL PROTOCOLLO DI REGOLAMENTAZIONE

Il Comitato, di cui all’art. 13 del protocollo, deve essere costituito in tutte le aziende (in mancanza, potrà essere istituito a livello territoriale, ma vi esorto a prevedere una soluzione interna):

• ha il dovere di verificare costantemente l’applicazione delle regole aziendali;

• deve vedere la partecipazione del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, delle rappresentanze sindacali aziendali (ove presenti) e delle figure che l’azienda ritiene fondamentali per la tenuta del piano aziendale di prevenzione e protezione (quindi almeno il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, ma se ci mettiamo anche il Datore di Lavoro e il Medico Competente non facciamo una brutta figura, non ci tirano le pietre).

DOCUMENTAZIONE

Arriva per ultima e ho dovuto convincerla a partecipare perché si vergognava, però piace e quindi eccola. Che sia parte oppure un allegato al DVR o che sia una cartelletta a parte non è materia di mio interesse, però è necessario che tutte le azioni intraprese, ogni documento che comprovi che quello che ho scritto sopra è stato attuato e un minimo di verbalizzazione dell’attività del Comitato, siano presenti in azienda e vengano aggiornate. Perché l’ultima versione del protocollo è chiara (ma prefetture, Asl e Ats varie si sono già mosse nelle scorse settimane): la mancata applicazione del Protocollo – da cui derivi l’impossibilità di garantire adeguati livelli di protezione – determina la sospensione dell’attività fino al ripristino delle condizioni.

Preleva l’articolo completo in pdf