Ritenute fiscali negli appalti labour intensive. I CHIARIMENTI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE NON CONVINCONO

a cura di Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (SO) [1]

Dovessimo immaginare il podio delle peggiori norme emanate in Italia probabilmente quella sulle ritenute fiscali negli appalti aspirerebbe, a pieno diritto, ad occuparne il gradino più alto. La circolare esplicativa emanata dall’Agenzia delle Entrate, pur nel lodevole intento semplificativo, conferma le difficoltà applicative, fornendo chiarimenti contraddittori che dimostrano tutta la necessità di una immediata revisione del farraginoso sistema introdotto con il nuovo art. 17-bis del D.Lgs 9 luglio 1997 n. 241.

NORME PENSATE MALE E CIRCOLARI ESPLICATIVE SCRITTE PEGGIO

È successo ancora. Ed era in evitabile che accadesse. Succede sempre quando una norma viene scritta male oppure quando viene pensata come una legge quadro o di cornice, con mere indicazioni di principio, lasciando che siano altri a fissare le regole di dettaglio. Accade sempre quando il potere amministrativo si sente in obbligo di dare attuazione ad una legge che, per com’è scritta, sarebbe difficilmente applicabile oppure quando il potere esecutivo si diverte ad indossare la divisa del potere legislativo, dimostrando e confermando peraltro di non possedere il cosiddetto physique du rôle. Il D.L. n 124 del 26 ottobre 2019 riguardante la “Disciplina delle ritenute e compensazioni in appalti e subappalti” e la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 1 del 12 febbraio 2020 emanata a suo commento rappresentano la perfetta sintesi di tutto questo. La cartina di tornasole di una decadenza giuri
dica, giuslavoristica nello specifico, ormai sempre più inarrestabile. E qui mi riferisco ovviamente solo alla nuova disposizione e all’intervento dell’Agenzia delle Entrate perché quando la questione giungerà nelle aule giudiziarie temo che ne vedremo delle belle.

IL DECRETO LEGGE N. 124 DEL 26 OTTOBRE 2019

Con questo provvedimento si è modificato il D.Lgs 9 luglio 1997 n. 241 inserendo, dopo l’articolo 17, il nuovo art. 17-bis – Ritenute e compensazioni in appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge per il contrasto dell’illecita somministrazione di manodopera.

Scendendo nei particolari al comma 1 di questo articolo viene imposto ai soggetti che rivestono la qualifica di sostituti d’imposta sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, residenti ai fini delle imposte sui redditi nel territorio dello Stato, che affidano il compimento di una o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore a euro 200.000 a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma, di richiedere all’impresa appaltatrice o affidataria e alle imprese subappaltatrici, obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, trattenute dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio. Per leggere le 253 parole e i 1692 caratteri, senza l’intermezzo di un solo punto, del primo comma (parlo della versione originale perché qui sopra vi ho risparmiato i riferimenti legislativi) occorre eseguire una preventiva iperventilazione che forse nemmeno Enzo Maiorca si preoccupò di fare nel 1988 per raggiungere in apnea la soglia dei 101 metri di profondità.

Va un po’ meglio con il secondo comma dove contiamo solo 139 parole e 1010 caratteri. Vi si prevede che, al fine di consentire al committente il riscontro dell’ammontare complessivo degli importi versati dalle imprese, entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento di cui all’articolo 18, comma 1, del decreto legislativo n. 241 del 1997, l’impresa appaltatrice o affidataria e le imprese subappaltatrici trasmettano al committente (le imprese subappaltatrici hanno lo stesso obbligo verso l’impresa appaltatrice) copia delle deleghe di pagamento di cui al comma 1 e un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente, con il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato, l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione e il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tali lavoratori, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.

L’enunciato della norma già di suo non brilla per chiarezza, e non certo per la sua lunghezza o assenza di punteggiatura. La circolare dell’Agenzia delle Entrate ne aggiunge un’ulteriore dose.

LA CIRCOLARE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE N. 1 DEL 12 FEBBRAIO 2020

L’intervento di prassi che qui commentiamo analizza, come si diceva, le disposizioni introdotte con l’articolo 17-bis nell’ambito del D.Lgs 9 luglio 1997, n. 241 sotto vari aspetti. Vediamo quelli che chi scrive ritiene i più critici, facendo riferimento ai paragrafi della circolare.

3.2 Presupposti di applicabilità del comma 1 dell’articolo 17-bis

In questo primo passaggio vengono individuate le opere ed i servizi soggetti ad obblighi e controlli, precisando che

L’affidamento riguarda «il compimento di una o più opere o di uno o più servizi»; rientreranno nell’ambito di applicazione della disposizione normativa in esame anche gli affidamenti misti di opere e servizi.

Lodevole il tentativo di attribuire un senso logico-organico alla norma ma dobbiamo rilevare come la stessa abbia, letteralmente, un significato diverso dato che non si riferisce ad affidamenti misti di opere e servizi ma, al contrario, al “compimento di una o più opere o di uno o più servizi”. Avremmo concordato con la circolare solo se il legislatore avesse utilizzato la formula “il compimento di una o più opere e/o di uno o più servizi” o meglio ancora “il compimento di una o più opere e/o servizi”.
Infelice anche il chiarimento circa il riferimento temporale per la verifica del superamento o meno della soglia dei 200.000 euro annui, ove si precisa che

Per esigenze di semplificazione e per conferire elementi di certezza, l’arco temporale va riferito all’anno solare (1° gennaio-31 dicembre).

La prassi, lo sappiamo, ha spesso confuso anno civile e anno solare. Riferirsi in questo caso all’anno solare e poi postare un esempio che indica l’anno civile (1° gennaio-31 dicembre) è tutto tranne che un elemento di certezza. Per capire le reali indicazioni dell’Agenzia bisogna andarsi a leggere gli esempi. Dove comprenderemmo che negli appalti su più anni – una volta che risulterà superato il limite dell’importo complessivo dei 200.000 euro in un anno civile – gli oneri a carico di appaltatori e committenti proseguono (giustamente) fino alla scadenza contrattuale, e ciò anche se nel secondo anno il limite di legge non viene superato. E questo non ce lo spiega la circolare ma gli esempi. In pratica siamo arrivati alla interpretazione della disposizione di legge attraverso l’interpretazione degli esempi proposti dalla circolare interpretativa della norma. Assolutamente imbarazzante. Un’ultima criticità la rileviamo nel successivo passaggio, dove in riferimento alla verifica del superamento dell’importo di euro 200.000 annuali si sostiene che

Sempre per esigenze di semplificazione, si farà riferimento ai mesi e non ai giorni; in presenza di contratti o modifiche contrattuali stipulati dopo il giorno 15 del mese si farà riferimento al mese successivo sia per il calcolo dei mesi sia per la decorrenza degli obblighi.

Ancora una volta si richiamano “esigenze di semplificazione”. E qui permettetemi una considerazione personale. Se una norma individua una fattispecie e, ricorrendone il caso, vengono previsti a carico dei soggetti coinvolti precisi oneri e doveri, perché “semplificare” imponendo al contribuente qualcosa di diverso, di più semplice o addirittura di ridotto? Non è un qualcosa contra legem? Certamente lo è qualora la norma fosse chiara e inequivocabile. Invece una scelta per certi versi obbligata – e qui arriviamo al punto dolente – se la norma risultasse inapplicabile. Lascio a voi trarre le conclusioni. Ma passiamo oltre. Va considerato decisamente inappropriato il riferimento alla “stipula” del contratto d’appalto (o sue modifiche) anziché alla decorrenza dello stesso. Secondo la circolare – salvo spiegarci un domani che si è trattato di un refuso (noi comunque la chiameremmo una mancanza di proprietà di linguaggio) – gli obblighi decorrerebbero non dalla effettiva esecuzione dell’affidamento ma dalla sottoscrizione del relativo contratto. E poiché viene precisato al capoverso successivo che ai fini del computo della soglia si farà riferimento a tutti i contratti (ed eventuali successive modifiche) in essere nell’anno con ciascuna impresa, il rischio è di sovrapporre a dei contratti effettivamente operativi nel 2020 altri contratti firmati sì nello stesso anno ma previsti in partenza nel 2021. Una evenienza non così remota visto che parliamo di accordi che, proprio per l’entità degli importi in gioco, che non vengono certi discussi, sottoscritti ed eseguiti dall’oggi al domani. Seguendo gli esempi della circolare se quindi firmassimo nel luglio del 2020 due contratti di appalto per complessivi 500.000 euro e che devono, entrambi, avere esecuzione solo nel primo semestre 2021, dovremmo, stando ai chiarimenti, ugualmente valorizzare il valore di tali appalti (in base al meccanismo del pro-rata temporis) non per i soli 6 mesi del 2021 ma anche per i 6 mesi del 2020. In questo caso verrebbero imposti a committenti ed appaltatori oneri di comunicazione e attività di controllo in un anno, il 2020, nel quale non vi è nessun lavoratore impegnato in alcuna attività. Nel caso invece di due appalti per l’importo complessivo di 300.000 euro, l’imputazione del 50% del valore dell’appalto (ovvero per 150.000 euro) per ciascun anno civile esonererebbe i due contraenti da ogni adempimento nonostante, di fatto, tutto il lavoro di 300.000 euro sarà eseguito nel solo 2021. Siamo certi che sia questo lo spirito della norma? Io direi proprio di no.

3.2.5 Con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente o ad esso riconducibili in qualunque forma

Anche il chiarimento sull’eventuale utilizzo di beni strumenti del committente non convince. Questo il passaggio:

Qualora i lavoratori utilizzino i beni strumentali riconducibili agli appaltatori, ai subappaltatori, agli affidatari o agli altri soggetti che hanno rapporti negoziali comunque denominati necessari per l’esecuzione della specifica opera o servizio commissionati, l’occasionale utilizzo di beni strumentali riconducibili al committente o l’utilizzo di beni strumentali del committente, non indispensabili per l’esecuzione dell’opera o del servizio, non comportano il ricorrere della condizione di applicabilità in esame.

Anche qui va premesso che la norma di legge ci mette tanto del suo, indicando l’utilizzo di “beni strumentali” del committente quale condizione per la riconducibilità dell’appalto alla disciplina dell’art. 17-bis senza probabilmente considerare che tale macro-categoria comprende:

– i beni strumentali mobili (autoveicoli, i veicoli commerciali e industriali, tutte le attrezzature e gli impianti di un’impresa nonché le macchine e gli arredi dell’ufficio);

– i beni strumentali immobili (capannoni, i magazzini, gli uffici e i negozi);

– i beni strumentali immateriali (i marchi, i brevetti, i software).

Sul punto la circolare offre la sua lettura. Ancora una volta la sua, discutibile, interpretazione.

I beni strumentali saranno ordinariamente macchinari e attrezzature che permettono ai lavoratori di prestare i loro servizi, ma ciò non esclude che siano utilizzate altre categorie di beni strumentali.

La certezza del diritto non si consegue di sicuro con termini quali “ordinariamente”. Così come dare un’indicazione e subito dopo aggiungere che “ciò non esclude che …”. Ma del resto, quando non si hanno le idee chiare o si vuole lasciare aperta una porta, può essere una efficace strategia. Peraltro la disposizione di legge non è limpidissima anche su altri punti lasciando il dubbio se, per ricadere nella fattispecie, vi debba essere, da parte dell’appaltatore, un utilizzo esclusivo dei beni strumentali del committente oppure se sia sufficiente l’uso di alcuni di essi pur a fronte di un contemporaneo utilizzo di beni strumentali dello stesso appaltatore. A tal proposito la circolare pare inizialmente propendere per la seconda tesi (e su questo, per come formulata la norma, concorderemmo) affermando che la disciplina non si applica quando i beni strumentali risultano “esclusivamente” riconducibili a qualunque titolo giuridico agli appaltatori, ai subappaltatori, agli affidatari e agli altri soggetti che hanno rapporti negoziali comunque denominati. Pare propendere, dicevamo, perché subito oltre si sostiene invece che “l’occasionale utilizzo” di beni strumentali del committente o ad esso riconducibili “non indispensabili” per l’esecuzione dell’opera o del servizio, non comportano il ricorrere della condizione di applicabilità in esame. Chi ci ha capito qualcosa è bravo. Termini come “occasionale” oppure “indispensabile” – quante volte lo abbiamo detto – non dovrebbero trovare cittadinanza in nessuna normativa statale, che sia di tipo penale o di diverso tipo.

4.2 Invio dati da parte degli affidatari e controlli da parte del committente

I controlli richiesti al committente appaiono palesemente eccedere quanto previsto dalla norma. Secondo la circolare infatti le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici, oltre a dover inviare al committente, come imposto dalla norma: – l’elenco nominativo di tutti i lavoratori impiegati nell’opera o servizio;

– il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun lavoratore;

– l’ammontare della retribuzione corrisposta ai predetti collegata a tale prestazione;

– il dettaglio delle ritenute fiscali operate nel mese precedente nei confronti di tali lavoratori, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente, devono eseguire una serie di ulteriori controlli, che a nostro avviso non sono assolutamente richiesti dalla norma la cui finalità, e lo precisa la stessa circolare,

è consentire al committente il riscontro dell’ammontare complessivo degli importi versati dalle imprese appaltatrici o affidatarie e dalle imprese subappaltatrici.

La circolare stabilisce invece che il committente assolverà il proprio obbligo di riscontro dopo aver verificato:

– che la retribuzione oraria corrisposta a ciascun lavoratore non sia manifestamente incongrua rispetto all’opera prestata dal lavoratore; in particolare, ancorché il riscontro dovrà basarsi su elementi cartolari (ad esempio, sulla verifica della corrispondenza tra le deleghe di versamento e la documentazione fornita), lo stesso dovrà essere accompagnato da una valutazione finalizzata a verificare, tra l’altro, la coerenza tra l’ammontare delle retribuzioni e gli elementi pubblicamente disponibili (come nel caso di contratti collettivi), l’effettiva presenza dei lavoratori presso la sede del committente;

– che le ritenute fiscali per ciascun lavoratore non siano manifestamente incongrue rispetto all’ammontare della relativa retribuzione corrisposta. In caso di ritenute fiscali manifestamente incongrue rispetto alla retribuzione imponibile ai fini fiscali, il committente sarà
tenuto a richiedere le relative motivazioni e gli affidatari saranno tenuti a fornirle. Per esigenze di semplificazione, le ritenute fiscali non saranno manifestamente incongrue allorché siano superiori al 15 per cento della retribuzione imponibile ai fini fiscali; 

– che le ritenute fiscali siano state versate senza alcuna possibilità di compensazione, salvo che non si tratti di crediti identificati nella tabella citata. Al riguardo, si precisa che il committente non è tenuto a verificare la spettanza e la congruità dei crediti utilizzati in compensazione.

Tralasciamo ulteriori critiche circa l’opportunità di utilizzare terminologie del tipo “manifestamente incongrua” che non offrono alcuna certezza agli operatori sul corretto modus operandi. Soffermiamoci invece sul concetto di “riscontro”. Se per riscontro si deve intendere il significato attribuitogli dalla lingua italiana – ovvero il “confronto inteso ad accertare una corrispondenza” – è palese che ciò che si richiede al committente è verificare se quanto dichiarato come dovuto è stato effettivamente versato e non di rifare le buste paga del committente né tanto meno di controllarne l’esattezza del suo sviluppo e dei suoi conteggi. Nessuna verifica quindi di congruità della retribuzione oraria corrisposta a ciascun lavoratore rispetto all’opera prestata dallo stesso, che comporta necessariamente una valutazione delle mansioni svolte e quindi del corretto inquadramento contrattuale. Nessuna valutazione finalizzata a verificare la coerenza tra l’ammontare delle retribuzioni con quanto previsto dagli elementi pubblicamente disponibili (si citano i contratti collettivi che dovrebbero essere indicati dal committente vista la non obbligatorietà degli accordi di diritto comune). Nessun obbligo di verificare l’effettiva presenza dei lavoratori presso la sede del committente che imporrebbe un sistema di rilevazione non modificabile e verificabile a posteriori dalla stessa Agenzia delle Entrate, perché ammettere un solo controllo a vista, una prova “testimoniale”, non avrebbe senso. Nessuna verifica che le ritenute fiscali per ciascun lavoratore non siano manifestamente incongrue rispetto all’ammontare della relativa retribuzione corrisposta, anche se l’Agenzia ci propone a tal fine un, all’apparenza semplice, calcolo matematico che farebbe presupporre una incongruenza qualora le ritenute fiscali risultino inferiori al 15 per cento della retribuzione imponibile ai fini fiscali. Ci mancava giusto giusto la presunzione di incoerenza. Facciano quindi molta attenzione gli appaltatori a non avere in forza troppi lavoratori con moglie e figli a carico perché probabilmente saranno chiamati a fornire ai loro committenti i chiarimenti del caso.

3.2.3 Il prevalente utilizzo di manodopera

Abbiamo volutamente lasciato per ultimo questo argomento perché qui i chiarimenti forniti sono sicuramente i più censurabili. Già, perché fino adesso abbiamo scherzato. Si sostiene infatti che:

Al fine di determinare la prevalenza, occorrerà fare riferimento al numeratore alla retribuzione lorda riferita ai soli percettori di reddito di lavoro dipendente e assimilato, stante l’espresso richiamo contenuto nel comma 1 dell’articolo 17-bis agli articoli 23 e 24 del D.P.R. n. 600 del 1973, e al denominatore al prezzo complessivo dell’opera (o dell’opera e del servizio nel caso di contratti misti). La prevalenza si intenderà superata quando il rapporto tra numeratore e denominatore è superiore al 50%.

Volendo interpretare il dettato della norma secondo i criteri ermeneutici classici previsti dall’art. 12 delle preleggi chi scrive penserebbe all’obbligo di confrontare l’incidenza della componente lavoro rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa. In sostanza andrebbe verificato se per quel determinato appalto predomina o meno il fattore umano. E già questa risulterebbe una operazione non semplice perché per la quantificazione del costo degli altri fattori produttivi dell’impresa andrebbe tenuto conto non solo del costo dei prodotti ceduti (che tuttavia andrebbero calcolati al costo sostenuto dell’impresa e non al prezzo fatturato al cliente comprensivo del ricarico dell’azienda) ma anche dei costi collaterali e generali. Pensiamo ai costi di soggiorno, alle perizie tecniche di terzi, alla logistica, all’incidenza dei costi amministrativi generali. Per non parlare del capitale impiegato, fisso e circolante. Il primo riguarda tutti quei beni che contribuiscono a più cicli della produzione e hanno una durata pluriennale: parliamo di capannoni, macchinari, impianti, portatili, mobili, terreni. Il secondo, il capitale circolante, invece, esaurisce il suo contributo in un unico atto della produzione: ad esempio, la materia prima impiegata per produrre un determinato prodotto. L’Agenzia delle Entrate, probabilmente consapevole delle difficoltà sopra evidenziate, cerca di mettere, come si suol dire, una pezza ad un criterio generico e di difficile attuazione individuato dal legislatore. In questo caso l’Agenzia non parla, come fatto in altri passaggi della circolare, di “esigenze di semplificazione e per conferire elementi di certezza” ma la cosa pare sottintesa. Il problema interpretativo della prevalenza, ci spiega l’Agenzia, non riguarda evidentemente i casi di affidamento di servizi nei quali l’utilizzo della manodopera è esclusivo o quasi, ovvero quei contratti con “prevalente utilizzo di manodopera” (i cosiddetti labour intensive) che interessano maggiormente i settori della logistica, dei servizi alle imprese, nonché i settori alimentare e meccanica. La questione, precisa la circolare, si pone al contrario in relazione ai contratti misti di affidamento per il compimento di opere e servizi o ai contratti di affidamento di opere.

Va preliminarmente riconosciuto che l’eccessiva vaghezza della norma non permette di individuare con certezza né i criteri né i parametri mediante i quali accertare la sussistenza o meno del requisito, ma in ogni caso la soluzione indicata nella circolare lascia ugualmente basiti. L’Agenzia propone infatti, al fine di determinare la prevalenza, di fare riferimento “al numeratore alla retribuzione lorda riferita ai soli percettori di reddito di lavoro dipendente e assimilato … e al denominatore al prezzo complessivo dell’opera”. In pratica si individua una semplice formula matematica – numeratore versus denominatore – che in linea di massima apparirebbe condivisibile (un elemento è prevalente rispetto ad un altro quando il primo è maggiore del secondo) se non fosse per due evidenti criticità.

In primis si propone il raffronto non tra il valore della manodopera ed il valore degli altri fattori produttivi ma tra il “costo” – peraltro parziale come vedremo – del personale (numeratore) e il prezzo complessivo dell’opera (denominatore). E qui avremmo una prima domanda: cosa si intende per il “prezzo” dell’opera? Se i dizionari italiani hanno ancora una utilità dovremmo concludere che il prezzo è il “Valore di scambio di un bene; il prezzo di mercato, risultante dall’incontro di domanda ed offerta sul mercato di uno specifico bene; quello corrente; il corrispettivo del bene oggetto di compravendita”. Il prezzo è quindi il corrispettivo pattuito in contratto, che di norma è formato da tre componenti: il costo della manodopera, il costo per la fornitura dei beni e il margine di guadagno. Eccola la fallacità dell’indicazione ministeriale: la verifica dell’incidenza della manodopera rispetto agli altri fattori produttivi dovrebbe essere eseguita, secondo noi, scorporando dal prezzo complessivo dell’opera il ricarico su merci e prodotti ed il margine di guadagno dell’impresa. Senza questa sottrazione il conteggio proposto dall’Agenzia non ha alcun senso, in quanto gli indicatori non sono omogenei: uno è un costo (peraltro parziale), l’altro un corrispettivo (costo complessivo più guadagno). Ma è soprattutto nella identificazione del numeratore, ovvero la metodologia di quantificazione del costo manodopera, che si dimostra tutto il pressapochismo dell’Agenzia delle Entrate. Per valorizzare il costo del personale si impone infatti di prendere a riferimento la “retribuzione lorda” riferita ai soli percettori di reddito di lavoro dipendente e assimilato. Ma all’estensore della circolare non è venuto in mente che il costo del personale impiegato nell’affidamento comprende anche la relativa contribuzione e gli oneri assicurativi, oltre che il Tfr? Se si intende verificare l’incidenza del valore della manodopera rispetto al valore degli altri fattori della produzione bisognerebbe quantomeno considerare, quale numeratore, il reale costo complessivo del personale, che non è ovviamente rappresentato dalla sola retribuzione lorda. E questo senza considerare che l’incidenza del costo della manodopera, il numeratore, può fluttuare in corso d’opera per mille ragioni, ad esempio a causa di aumenti salariali previsti dal CCNL applicato o per un avvicendamento di lavoratori con anzianità e retribuzioni diverse. Senza dimenticare eventuali varianti in corso d’opera che, causa un diverso rapporto “manodopera/altri fattori”, potrebbero modificare sostanzialmente il risultato del calcolo sulla prevalenza fatto ad inizio contratto. Ugualmente nei casi di una variazione del denominatore causato dall’aumento del costo delle materie prime. In sostanza parliamo di calcoli la cui esattezza può essere rilevata e verificata solo a fine opera o servizio. Ma nemmeno di questo siamo certi.

UN’ULTIMA CONSIDERAZIONE

Mi si permetta una domanda. Perché addossare sempre oneri di controllo alle aziende, in questo caso addirittura sul corretto operato di aziende loro fornitrici?

Si poteva ad esempio pensare – butto lì un’idea, sia chiaro – ad un portale Web dove prevedere:

– l’obbligo del committente di caricare i dati richiesti dalla norma – non certo quelli indicati dalla circolare n. 1/2020 – ovvero decorrenza, durata e valore dell’appalto oltre alla identificazione degli affidatari (appaltatori, subappaltatori e altri soggetti che hanno rapporti negoziali comunque denominati) e i relativi recapiti, indirizzo Pec compreso;

– l’onere dei vari affidatari – contattati automaticamente dal sistema via Pec – di caricare mensilmente sul portale gli elementi utili al controllo richiesto dalla legge ovvero l’elenco dei lavoratori impiegati; il dettaglio delle ore di lavoro prestate; ammontare della retribuzione corrisposta riferita a tale prestazione; l’ammontare delle ritenute fiscali operate e versate, suddivise tra complessive e quelle relative alla prestazione affidata dal committente; quant’altro necessario per valutare il requisito della prevalenza manodopera sugli altri fattori;

– un meccanismo per cui il sistema informatico ministeriale possa effettuare i controlli di congruità e inviare in tempo reale via Pec un benestare al pagamento oppure, nei casi di rilevata non congruità, un alert ai committenti per bloccare il pagamento dei corrispettivi maturati;

– l’attivazione dei controlli ispettivi nei casi sospetti. Magari avremmo così anche bypassato quei dubbi che taluno sta sollevando circa la compatibilità della nuova normativa – più precisamente nella parte in cui è prevista la trasmissione al committente di alcuni dati personali dei lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio – con quanto previsto dal Regolamento Ue n. 2016/679 (GDPR) sulla protezione dei dati personali.

[1] Pubblicato ne La circolare di lavoro e previdenza, 10/2020, Euroconference.

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