Reddito di cittadinanza una prima riflessione

di Dario Zangani, Consulente del lavoro in Lecco, Mediatore civile e commerciale

 

Il reddito di cittadinanza è ormai realtà. La Legge di conversione del D.l. n. 4/2019 (Legge 28 marzo 2019, n. 26) è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e costituisce un’ambiziosa “rivoluzione” che si prefigge di sconfiggere la povertà e creare i presupposti per il reinserimento nel mondo del lavoro per milioni di beneficiari. Questi due obiettivi indubbiamente positivi, a parere di chi scrive, dovevano rimanere separati e normati ad hoc.

Così come approvata, la Legge 28 marzo 2019, n. 26, dopo innumerevoli rivisitazioni, tagli e modifiche rispetto alla bozza circolata a dicembre 2018, risulta assimilare il povero al disoccupato senza tener conto che la maggior parte dei disoccupati non è povera e che i poveri non sono tali solo perché disoccupati. Inoltre fa sì che da marzo 2019 solo chi ha i requisiti per accedere al reddito di cittadinanza (Rdc) sarà inserito in un percorso di politica attiva nazionale, mentre per gli altri disoccupati (es. percettori di Naspi appena usciti dal mondo del lavoro e non rientranti nei parametri Rdc) viene demandato alle Regioni l’onere di porre in essere strumenti a supporto della ricollocazione (es. Dul in Regione Lombardia), con inevitabili disparità di trattamento sul territorio nazionale.

Assodato che il lavoro si crea con investimenti strutturali chiari e votati all’abbattimento del costo del lavoro, con interventi mirati a ridurre vincoli e paletti alle nuove assunzioni e con politiche economiche espansive, il Rdc potrebbe diventare la più grande politica passiva degli ultimi decenni.

Regala un pesce e sfamerai un uomo per un giorno, insegnagli a pescare e lo sazierai per tutta la vita” è un antico proverbio cinese che spesso viene usato per spiegare la differenza tra politiche attive e politiche passive e che ben si presta a sintetizzare i miei timori su come si sta delineando il Rdc nel nostro Paese.

Perché questo proverbio descrive bene quello che si sta delineando? Ad oggi il reddito di cittadinanza non è altro che una politica passiva: si sta “regalando” un sussidio senza offrire nessuno strumento ai percettori per insegnargli in autonomia a trovare un’occupazione o per cambiare quella che attualmente occupano e che non garantisce loro un reddito sufficiente. A questo aggiungiamo che i Navigator (tutor), il cui ruolo è stato rivisto e “svuotato”, avranno bisogno inevitabilmente di un periodo medio/lungo per inserirsi nei nuovi contesti lavorativi (il bando per la selezione è stato pubblicato solo il 18 aprile 2019 sul portale Anpal). Un altro grande “problema” è legato all’importo del sussidio riconosciuto che in molti casi si rivela basso e non fa altro che aumentare la “rabbia” di chi vorrebbe reinserirsi o migliorare la propria condizione lavorativa. Aggiungiamo poi che in alcune regioni del centro Sud non esiste un’offerta di lavoro e, se esiste, non ha certo come platea di possibili candidati i percettori di Rdc. Quello che ci si può aspettare è che per 18 mesi verranno “aiutate” delle persone senza creare nessun meccanismo che ripaghi la collettività di questo “investimento”.

Negli ultimi quattro anni, occupandomi come delegato accreditato di Fondazione Consulenti per il Lavoro di politiche attive regionali (Dul) e nazionali (Garanzia Giovani e Adr), ho potuto constatare che nella maggior parte dei casi la difficoltà di trovare e mantenere una stabile occupazione è correlata anche ad una “povertà educativa”. Forse più che sussidi occorrerebbe fornire formazione e cultura sia ai fini di un reinserimento lavorativo che sociale. In molti casi mi è capitato di collaborare con altri operatori (operatori del centro per l’impiego, operatori di agenzie per il lavoro, assistenti sociali, formatori) e mi sono accorto che i risultati migliori in termini di occupabilità si ottengono nei confronti di utenti che hanno deciso di intraprendere e concludere un intero percorso di politica attiva. Si è partiti dall’individuazione della professione/professioni desiderate, sono state fatte analisi per vedere se a livello locale la professione/professioni desiderate erano ricercate, sono stati analizzati insieme i contenuti delle inserzioni per meglio comprendere cosa le aziende stavano realmente cercando, evidenziando i punti in comune fra le varie offerte, analizzato anche le tipologie contrattuali che venivano proposte e la durata dei contratti. Poi si è cercato a livello provinciale e regionale un corso formativo per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie per candidarsi e, all’utente, è stato spiegato come internet e i social possano aiutarlo per cercare una nuova occupazione (come cercare le inserzioni nei motori di ricerca, come candidarsi sui portali dei siti aziendali, come cercare i bandi di concorso, come inviare una mail); sicuramente questi utenti sono diventati “pescatori” in grado di auto attivarsi nel momento in cui il rapporto in essere finisce o per potersi trovare un’occupazione migliore.

Una grande realtà di questi anni è che le aziende sono “spaventate” dalle innumerevoli rigidità e dall’incertezza economica; si trovano costrette a poter proporre ai candidati esclusivamente contratti a tempo determinato di breve durata e con poche prospettive di stabilizzazione, oppure investono in personale ma lo cercano già formato e subito performante. Oggi chi è disoccupato di medio e lungo periodo fatica più che in passato a rientrare nel mondo del lavoro. Altro grande dubbio sul Rdc, a mio modesto parere, è che le politiche attive sono state svuotate nei vari passaggi legislativi e le stesse vengono considerate unicamente come l’attività di incontro tra domanda e offerta, anzi, delle tre offerte congrue.

I Navigator e gli operatori dei Centri per l’Impiego sono visti come i procacciatori delle tre offerte (tenuto conto dei parametri che definiscono offerta congrua, nelle regioni del Sud stento a credere che possano trovarne una).

Bisogna prima di tutto attivare la persona, prepararla e coinvolgerla nella ricerca. Come si può pensare realmente che un terzo soggetto, ovvero l’azienda, scelga proprio il percettore di Rdc da inserire all’interno della sua organizzazione? Sarà l’ipotetico sgravio contributivo la leva per far assumere il percettore di Rdc dall’azienda? Sarà un inserimento duraturo? Funzionerà in tutte le regioni?

Bisognava prima fare chiarezza sul fatto che l’intermediazione fra la domanda e l’offerta di personale non è il cuore delle politiche attive e i percettori di Rdc, come i vecchi percettori di Rei (reddito di inclusione), non sono tutti “pronti” per rientrare nel mondo del lavoro senza qualche consiglio. Servono vere “politiche attive”, cioè tutte quelle attività che vengono poste in essere da un terzo o da più soggetti pubblici e privati, finalizzate a rendere le persone in grado di auto attivarsi nella ricerca di una occupazione. Per far sì che il reddito di cittadinanza possa davvero aiutare e ripagare la collettività dell’investimento sostenuto e, per evitare che i percettori si “siedano” perché poco spronati a trovare realmente un’occupazione, si dovrebbe a mio avviso:

  • creare le condizioni per far aumentare la domanda di lavoro;
  • abbassare il costo del lavoro e promuovere la flessibilità sia in entrata che in uscita;
  • creare una rete fra i vari soggetti, pubblici e privati, prevedendo dei riconoscimenti a processo che favoriscano il coinvolgimento di più attori (es. consulenti del lavoro, Apl, psicologi, assistenti sociali, ecc…);
  • fare in modo che Anpal coordini sistematicamente l’azione di tutti i soggetti fornendo strumenti informatici che dialoghino fra loro e, quindi, favorire lo sviluppo della rete fra pubblico e privato;
  • ridurre i paletti di accesso al Rdc ma aumentare l’efficacia dei controlli a monte, i controlli a campione servono solo per le statistiche;
  • rafforzare le politiche attive in favore dei disoccupati;
  • per i percettori di Rdc, prevedere attività di lavoro nei comuni o negli enti locali finalizzata ad acquisire nuove competenze, mantenere quelle possedute e soprattutto per scoraggiare il lavoro nero.

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