Next Generation EU E POLITICHE ATTIVE

di Dario Zangani, Consulente del lavoro in Lecco, Mediatore civile e commerciale

 

Il Next Generation EU è lo strumento temporaneo pensato per contribuire a riparare i danni economici e sociali causati dalla pandemia di coronavirus e sostenere gli stati membri nel creare un’Europa più ecologica, digitale e resiliente.

Il pacchetto di misure finanziato dall’UE (bilancio a lungo termine UE + Next Generation EU) ammonterà complessivamente a 1800 miliardi di euro. L’Europa metterà a disposizione 672,5 miliardi di euro di prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti effettuati dagli Stati membri. L’obiettivo è attenuare l’impatto economico e sociale della pandemia di coronavirus e rendere le economie e le società dei paesi Europei più sostenibili, resilienti e preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e di quella digitale.

Gli Stati membri per poter accedere al programma stanno preparando i loro piani nazionali di ripresa e resilienza, che saranno la chiave per ricevere i fondi.

In Italia si è predisposto il Next Generation Italia ovvero il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che è lo strumento pensato per cogliere la grande occasione del Next Generation EU e rendere l’Italia un Paese più equo, verde e inclusivo, con un’economia più competitiva, dinamica e innovativa.

Si tratta di un insieme di azioni e interventi disegnati per superare l’impatto economico e sociale della pandemia e costruire un’Italia nuova, intervenendo sui suoi nodi strutturali e dotandola degli strumenti necessari per affrontare le sfide ambientali, tecnologiche e sociali del nostro tempo e del futuro. Con  questi  obiettivi,  l’Italia  ha  adottato una strategia complessiva che mobiliterà oltre 300 miliardi di euro, il cui fulcro è rappresentato dagli oltre 210 miliardi delle risorse del programma Next Generation Ue, integrate dai fondi stanziati con la programmazione di bilancio 2021-2026; si tratta di un ampio e ambizioso pacchetto di investimenti e riforme in grado di liberare il potenziale di crescita della nostra economia, generare una forte ripresa dell’occupazione, migliorare la qualità del lavoro e dei servizi ai cittadini e la coesione territoriale e favorire la transizione ecologica.

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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è costituito da 6 missioni, che a loro volta raggruppano 16 componenti in cui si concentrano 48 linee di intervento, con progetti selezionati privilegiando quelli trasformativi e con maggiore impatto sull’economia e sul lavoro, e riforme ad essi coerenti.

Cicca qui per tabella esplicativa delle missioni e dei fondi che verranno stanziati (fonte Mef).

Per la Missione Inclusione e Coesione, che è quella che più ci interessa, è previsto un impegno di 27,62 miliardi di risorse, ai quali saranno aggiunti oltre 55 miliardi della programmazione di bilancio 2021-2026 quindi quasi 83 miliardi complessivi.

La prima componente è dedicata alle Politiche per il lavoro, per complessivi 12,6 miliardi del Next Generation Eu e 24,6 miliardi della programmazione 2021-2026.

Prevede una revisione strutturale delle politiche attive, il rafforzamento dei centri per l’impiego e la loro integrazione con i servizi sociali e la rete degli operatori privati, la modernizzazione del mercato del lavoro, per migliorare l’occupazione soprattutto di giovani, donne e dei gruppi vulnerabili e la promozione di nuove competenze attraverso la riforma del sistema di formazione. La componente sarà caratterizzata da una forte attenzione alla dimensione di genere, generazionale e territoriale, accentuata dalla complementarietà con le misure di decontribuzione per i giovani, per le donne e per il Sud.

L’Italia ha deciso di rivedere completamente gli strumenti già esistenti, uno su tutti l’Adr (Assegno di ricollocazione), una misura introdotta dal Legislatore a seguito dell’attuazione  di  una  delle  deleghe  della Legge n. 183/2014 c.d. Jobs act ma per innumerevoli motivi mai partita.

L’Adr non è mai decollato in primis perché è uno strumento “complesso” (realizzato da Anpal e gestito direttamente sul portale dell’Agenzia -MYANPAL-), a volte complicato da attivare per una miriade di problemi tecnici del portale e per l’eccessiva burocratizzazione dello stesso; non essendo obbligatoria l’adesione per i percettori di Naspi da oltre 4 mesi, non viene considerata come un’opportunità  per  trovare  lavoro  (dopo aver compreso che assegno non vuol dire importo aggiuntivo alla Naspi), i percettori si disinteressano visto la miriade di adempimenti burocratici necessari per accedervi, anche le aziende a causa degli adempimenti previsti per parteciparvi non lo attivano.

Per far decollare lo strumento bisogna sicuramente ripensarlo, potrebbe essere anche rivisto e costruito come l’unico sistema incentivante per il lavoratore e le aziende. Una dote che il disoccupato deve investire; se non investe (in formazione e servizi) l’importo della Naspi spettante verrà riproporzionato all’inattività del soggetto; non hai partecipato volontariamente a nessuna iniziativa, non ti sei mai presentato da un operatore anche se convocato, non hai accettato un’offerta di lavoro e per questo la tua Naspi verrà ridotta ad esempio del 10%. Se si vuole ripensare lo strumento si devono in primis coinvolgere maggiormente i professionisti del mercato del lavoro, ovvero i Consulenti del Lavoro, le APL (che conoscono bene le varie specificità dei mercati locali e le aziende) che hanno personale già formato altamente qualificato, creando un portale dove finalmente possano cooperare e creare reti funzionanti, progetti e partnership; coinvolgere maggiormente gli enti di formazione nelle varie iniziative per realizzare un reskilling dell’utente e prevedere dei riconoscimenti certi e adeguati per gli operatori (maggiori fondi certi e in tempi certi per mantenere servizi di elevata qualità); non tutti gli utenti potranno essere collocati e quindi un sistema basato solo sui risultati di ricollocazione, non potrà che generare distorsioni. Gli utenti più collocabili saranno “privilegiati” mentre quelli meno collocabili potrebbero essere meno seguiti. Il ripensare le politiche attive, ovvero, il proteggere il lavoratore non deve più solo significare il “mantenerlo economicamente” (vedasi risultati ottenuti con il reddito di cittadinanza), se non per un brevissimo periodo, ma deve tradursi in una serie di attività votate a migliorare la sua formazione favorendo l’acquisizione di nuove competenze coerentemente con le richieste delle aziende per poterlo inserire il prima possibile nel mondo del lavoro. L’esperienza del reddito di cittadinanza dovrebbe aver fatto riflettere. Il non ripetere l’errore di pensare che tutti i disoccupati sono poveri e tutti i poveri sono disoccupati, sarebbe già una buona base di partenza.

Altra riforma importante (invocata da più parti) e che inizia a delinearsi, è la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali (l’ammortizzatore unico) che deve andare in parallelo con la riforma delle politiche attive del lavoro e con la revisione del sistema dei servizi per il lavoro.

La liberalizzazione del mercato del lavoro (troppi paletti per le aziende, liberalizzare il contratto a tempo determinato massimo 24 mesi senza limiti di proroghe), una riforma della pubblica amministrazione votata alla sburocratizzazione aiuterebbero nella spinta innovativa tanto cara all’Europa e all’Italia. Il sistema oggi soffre principalmente per la presenza sul territorio nazionale di venti sistemi regionali di governance delle politiche per il lavoro diversi e poco integrati fra di loro e con evidenti difficoltà di indirizzo da parte dello Stato. I servizi per l’impiego a livello regionale dovrebbero uniformarsi e omogeneizzare le loro prestazioni sulla base delle linee di indirizzo triennali, degli obiettivi di lungo termine e dei livelli essenziali delle prestazioni definiti (LEP), in maniera univoca a livello nazionale. La collaborazione fra Stato e Regioni, fra pubblico e privato, dovrebbe essere finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni, superando le dispute sulle competenze e spostando l’attenzione su una progettazione congiunta di programmi, misure e servizi con obiettivi condivisi, concreti e misurabili, sull’intero territorio nazionale, garantendo diritti ed opportunità per tutti i lavoratori indipendentemente dalla regione di residenza.

Questo sicuramente aiuterebbe a migliorare il raccordo tra strumenti messi a disposizione dall’amministrazione statale, come per esempio l’assegno di ricollocazione e le misure regionali (vedi DUL in Regione Lombardia). Stato e Regioni devono lavorare insieme e condividere strumenti, sulla base delle indicazioni e degli strumenti informatici offerti a livello nazionale da Anpal.

Riguardo al raccordo fra pubblico e privato, il soggetto pubblico dovrebbe focalizzarsi sulla definizione dello status della persona con riferimenti allo stato di disoccupazione, ai carichi familiari, sussidi, etc., mentre il privato, oltre che essere di supporto alle attività di cui sopra, dovrebbe puntare a svolgere le attività di orientamento e formazione con l’obiettivo di definire percorsi congrui e mirati in modo da favorirne l’occupabilità e  l’inserimento  al  lavoro  dei  soggetti  nel minor tempo possibile.

Come Consulente del Lavoro mi sento pronto, così come i miei 23.000 colleghi, e credo di aver dimostrato di avere le competenze giuste e necessarie, per supportare le persone in cerca di nuova occupazione e non vedo l’ora che questi cambiamenti epocali inizino a prendere corpo e di venire coinvolto dalle istituzioni Statali e Regionali nell’implementazione delle “nuove politiche attive per la rinascita del lavoro post pandemia Covid-19”.

 

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