Quando spiare i dipendenti è legittimo

di Laura Antonia di Nunzio – Avvocato in Milano 

 

Nessuna lesione della dignità e della riservatezza dei lavoratori se il datore di lavoro adotta in azienda sistemi di videosorveglianza occulti a soli fini difensivi, ossia quale mezzo necessario per provare l’effettiva commissione di condotte illecite perpetrate a danno del patrimonio aziendale. Così ha concluso la Grande Camera della Corte di Strasburgo, che – con sentenza del 17 ottobre 2019[1] – ha dichiarato pienamente legittimi l’installazione e l’utilizzo di telecamere in azienda all’insaputa dei propri dipendenti se tesi ad accertare illeciti.

Il caso sul quale la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata riguarda un supermercato spagnolo dove il direttore, riscontrando importanti incongruenze tra stock di magazzino e vendite effettuate (per un ammanco complessivo di 83.310 euro in cinque mesi), decise di far installare alcune telecamere a circuito chiuso all’interno del supermercato, senza preavvertire i dipendenti. Alcune telecamere erano visibili e posizionate verso le porte di entrata e uscita del magazzino; altre invece erano nascoste e puntavano sulle casse. Le riprese si protrassero per dieci giorni e consentirono al direttore di appurare che quattordici dipendenti erano coinvolti nel furto di merce del supermercato. Le immagini furono visionate dal direttore del magazzino e dal delegato sindacale e portarono al licenziamento immediato dei dipendenti coinvolti nei furti. Cinque di loro adirono l’autorità giudiziaria nazionale eccependo la violazione del loro diritto alla privacy e lamentando, in particolare, la violazione della normativa nazionale iberica che riconosce ai lavoratori il diritto di essere informati dell’adozione di sistemi dai quali possa derivare un controllo della prestazione lavorativa. La mancata informativa avrebbe reso inutilizzabili le immagini raccolte e, conseguentemente, inficiato la validità dei recessi.

La magistratura lavoristica spagnola interessata delle controversie aveva invece ritenuto pienamente legittima la condotta tenuta dal datore di lavoro, giudicandola perfettamente rispondente ai principi cardine, di matrice europea, che informano la materia. In particolare, i giudici avevano sottolineato come la misura di sorveglianza adottata fosse proporzionale al fine – certamente legittimo – perseguito dalla Società (la tutela del patrimonio aziendale) e non incidesse più di tanto sul diritto del lavoratore al rispetto della sua sfera privata. Infatti, la misura di controllo si era resa necessaria in quanto sussisteva un ragionevole e fondato sospetto che gravi irregolarità venissero commesse all’interno dell’azienda e la videosorveglianza rappresentava l’unico strumento che consentisse di acclarare i fatti e di apprendere se vi fosse un coinvolgimento dei dipendenti. Inoltre, la limitazione nel tempo e nello spazio del controllo effettuato rendeva assolutamente circoscritta la lesione del diritto alla privacy del lavoratore: infatti, le telecamere inquadravano solo le casse e non l’intero luogo di lavoro e le registrazioni erano durate solo dieci giorni, il tempo necessario a verificare i fatti. I licenziamenti dunque vennero ritenuti pienamente legittimi dalle corti spagnole.

I dipendenti decisero comunque di ricorrere alla Corte di Strasburgo, affinché censurasse le conclusioni della giustizia spagnola e riconoscesse, in particolare, la lesione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Tuttavia, al contrario di quanto auspicato dai ricorrenti, con la sentenza in commento, i giudici della Corte europea hanno ritenuto perfettamente coerente ed immune da vizi logico-giuridici l’approdo cui erano giunti i colleghi spagnoli, i quali – sempre secondo la Cedu – avevano «attentamente bilanciato» i diritti dei dipendenti sospettati di furto con quelli del datore di lavoro, effettuando un esame approfondito delle ragioni della videosorveglianza. Infatti, secondo i giudici europei, l’omessa preventiva informazione dei lavoratori circa l’adozione in azienda di strumenti di videosorveglianza – informativa che la legislazione spagnola prevede come obbligatoria – era giustificata dal «ragionevole sospetto» insorto nel datore di lavoro circa la commissione di gravi illeciti, con probabile coinvolgimento del personale, ai quali era conseguita un’ingente perdita economica. La gravità dei motivi che avevano indotto la Società a muoversi in tal senso e le modalità con le quali era stata attuata la sorveglianza (per soli dieci giorni, con scarsa estensione dell’area sorvegliata, con visione delle immagini da parte del solo direttore del magazzino e del delegato sindacale) rendevano legittima la limitata compressione del diritto alla riservatezza dei lavoratori, peraltro già compromesso dalla natura del luogo di lavoro, aperto al pubblico. Inoltre, qualora i dipendenti fossero stati preavvertiti dell’installazione dei dispositivi, lo strumento di sorveglianza adottato non sarebbe stato efficace ad accertare i fatti.

Sulla scorta di tali considerazioni, i giudici europei dei diritti umani hanno ritenuto prevalente, nel caso concreto, l’interesse datoriale alla salvaguardia del patrimonio aziendale e legittima la compressione del diritto dei lavoratori al rispetto della propria vita privata.

La linea della Cedu è stata prontamente condivisa anche dal Garante italiano della Privacy, dott. Antonello Soro, il quale ha sottolineato come la sentenza in commento «da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo». La videosorveglianza «occulta», ha commentato il Garante, «è dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio», «con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore», e non può in nessun caso «diventare una prassi ordinaria». Il «requisito essenziale» perché i controlli sul lavoro siano legittimi «resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza», che si confermano ancora una volta i capisaldi della protezione dei dati personali[2].

Dunque, la pronuncia della Cedu ricalca principi di diritto già ben radicati nella normativa europea e nazionale in materia di tutela della privacy nei luoghi di lavoro, ambito nel quale il controllo a distanza dei lavoratori resta senz’altro una pratica vietata, ancor più se occulta e non giustificata da interessi meritevoli di tutela, quali la sicurezza sul lavoro o la tutela del patrimonio aziendale. La compressione del diritto alla riservatezza dei lavoratori è lecita unicamente nei casi in cui sia impossibile tutelare in altro modo interessi datoriali confliggenti che il nostro ordinamento ritiene meritevoli di pari tutela a quella riconosciuta alla sfera intima del lavoratore: in tali casi, il criterio di proporzionalità dello strumento di sorveglianza utilizzato rispetto al fine perseguito rimane il faro che deve illuminare la condotta datoriale per non incappare in violazioni (molto costose in termini sanzionatori) della normativa della privacy.

[1] Sentenza Cedu del 17 ottobre 2019 sui ricorsi 1874/13 e 8567/13.

[2] Telecamere sul luogo di lavoro: dichiarazione di Antonello Soro, Presidente del Garante per la privacy, su sentenza Corte di Strasburgo, in www.garanteprivacy.it, doc-web 9164334.

 

 

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