OO.SS e maggiore rappresentatività DA PROVARE

di Mauro Parisi, Avvocato in Milano e Belluno

Due recenti pronunce del Giudice del lavoro di Napoli e di Milano riaccendono i riflettori sul tema di quale sindacato possa dirsi maggiormente rappresentativo. Con ricadute pratiche notevoli per datori di lavoro e imprese

 

Sull’argomento di chi siano i sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, numerosi e piuttosto tranchant sono stati gli interventi recenti di prassi e giurisprudenza. Le quali sono solitamente giunte ad asserire aprioristicamente la necessità di disapplicare contratti collettivi, accordi e certificazioni, o a ritenere “inidonei” enti bilaterali, sull’assunto – richiesto dalla legge – della minore rappresentatività di talune organizzazioni sindacali.

Dalla previsione del rispetto dei minimali di retribuzione imponibile (art. 1, D.L. n. 338/1989, conv.) in avanti, sono molte le disposizioni e le autorevoli pronunce (Corte Costituzionale, sentenza n. 51/2015) che univocamente fanno richiamo alla primaria efficacia dei “prodotti” e delle azioni delle “organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale”.

Ma se il principio cartesiano pare essere chiaro, la sua applicazione scientifica lo è molto di meno.

Infatti, concretamente, quali organizzazioni sindacali possono dirsi, dati alla mano, comparativamente più rappresentative su base nazionale? Tralasciando i ragionamenti “elevati”, in difetto di applicazione piena della carta costituzionale (art. 39, Cost.), le questioni pratiche non sono poche, né di scarso effetto.

Problemi concreti che vengono solitamente affrontati e risolti, specialmente dal Giudice del lavoro, in sede di primo grado.

Già un anno fa si segnalava l’interessante visione del Giudice del lavoro di Pavia (sentenza del 26.2.2019, n. 80), che contrappone le regole processuali alla maggior parte delle pronunce che fideisticamente seguono senza sussulti indagatori le prospettazioni di Istituti e lavoratori. Il Giudice pavese mostrava più di una perplessità a mantenersi su “dati” acquisiti per sempre. E così, nel caso, affermava che

“spetta all’INPS dimostrare la maggiore rappresentatività su base nazionale delle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo, sulle cui retribuzioni l’Ente pretende di commisurare i contributi previdenziali… non essendo la maggiore rappresentatività delle organizzazioni sindacali o datoriali un fatto notorio ex art. 115 c.p.c. e trattandosi, tra l’altro, di un dato che può variare nel corso del tempo”.

Una tesi in effetti piana e non preconcetta, che oggi viene percorsa con altrettanto condivisibile logicità da due recenti pronunce, del Giudice del lavoro di Napoli e di Milano.

Il Giudice del lavoro milanese veniva chiamato a pronunciarsi sulle richieste di alcuni lavoratori che chiedevano che venisse loro applicato il Ccnl Multiservizi in vigore presso la precedente società datrice di lavoro – con riconoscimento delle conseguenti differenze retributive- in luogo del Ccnl Anpit – Cisal adottato dal datore di lavoro, nel frattempo subentrato nell’appalto presso un Comune.

A tale fine invocavano il Decreto legislativo n. 50 del 2016, che all’art. 30 prevede che “al personale impiegato nei lavori, servizi e forniture oggetto di appalti pubblici e concessioni è applicato il contratto collettivo nazionale e territoriale in vigore per il settore e la zona nella quale si eseguono le prestazioni di lavoro stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e quelli il cui ambito di applicazione sia strettamente connesso con l’attività oggetto dell’appalto o della concessione svolte dall’impresa anche in maniera prevalente”.

In definitiva, la tesi prospettata nel ricorso era quella che il Ccnl applicato dalla società subentrata nell’appalto non fosse sottoscritto da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. Tuttavia, il Giudice del lavoro di Milano, con la sentenza n. 596 del 28.5.2020, richiamati atti amministrativi (da ultimo il documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 29.08.2017, sul rinnovo dei componenti del Cnel) e sentenze favorevoli alle OO.SS in discorso (cfr. TAR Puglia, n. 617/2015), veniva a ribadire che “sarebbe spettato quindi ai ricorrenti di provare la maggiore rappresentatività, su base nazionale, delle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo sulle cui retribuzioni sono state commisurate le differenze retributive qui reclamate”. Cosa non avvenuta. A tale avviso si aggiungeva, tuttavia, l’ancora più pregnante constatazione per cui, in difetto di prova di maggiore rappresentatività

“La presenza di un contratto collettivo regolarmente applicato dalle parti esclude la possibilità di applicare, in virtù dell’art. 36 della Costituzione, i minimi contrattuali previsti da altro contratto collettivo relativo alla stessa categoria merceologica; la mera circostanza che esista un altro contratto che preveda trattamenti economici più favorevoli per il lavoratore non può automaticamente portare a ritenere violato il principio di cui all’art. 36 della Costituzione dal Ccnl meno favorevole, in quanto ciascun contratto costituisce parametro per valutare l’adeguatezza della retribuzione”

Una posizione confermata dal Giudice del lavoro di Napoli, in una diversa vicenda relativa a un contratto di prossimità sottoscritto dalle rappresentanze aziendali di Cisal-Si. Nalv., che introduceva in azienda condizioni di minore favore per i lavoratori.

Come noto, a mente dell’art. 8, D.lgs n. 138/2011, disposizione di carattere eccezionale (cfr. Corte Cost. sentenza n. 221/2012), solo le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ovvero le loro rappresentanze sindacali operanti in azienda” possono stipulare tali accordi derogatori.

Anche nel caso di specie, a parere del Giudice del lavoro di Napoli, i ricorrenti lavoratori non hanno adempiuto all’onere di provare il difetto di rappresentatività dedotto. Né, a tale intento probatorio, può dirsi utile la nota dell’Ispettorato Nazionale del lavoro del 20.6.2018 -che fa esemplificativamente riferimento, tra i contratti da disapplicare in quanto siglati da sindacati meno rappresentativi, a quelli sottoscritti da Cisal-, atteso che “non è da sé sufficiente ad escludere la legittimazione del Cisal-Si.Nalv. alla stipula dell’accordo di prossimità nel settore… perché attiene a un confronto generico tra diversi sindacati”. 

Al contrario, il Giudice del lavoro di Napoli, nella sentenza n. 1717 del 12.05.2020, ritiene che anche Cisal vada qualificato come sindacato maggiormente rappresentativo: e ciò, tra l’altro, sia come sottoscrittore di Ccnl di categoria, sia per la sua partecipazione al Cnel. In difetto di prova diversa da parte dei ricorrenti, pertanto, il Tribunale di Napoli ha potuto valutare che

“tali elementi assumono rilievo anche al fine di affermare la rappresentatività della r.s.a. firmataria dell’accordo in questione. Sul punto, infatti, è bene ribadire che l’art. 19, St.Lav. ammette la possibilità di costituire delle r.s.a. nell’ambito delle associazioni che siano firmatarie dei contratti collettivi nazionali o che abbiano comunque partecipato alla negoziazione di tali contratti. A sua volta l’art. 8 L. 148/2011 ammette la stipulazione di intese derogatorie dei CCNL alle rappresentanze sindacali operanti in azienda. La r.s.a. firmataria dell’accordo di prossimità è rappresentativa del sindacato CisalSi.Nalv. e, quindi, é costituita nell’ambito di tale sindacato della cui rappresentatività non può dubitarsi alla luce di quanto suespoto”

In definitiva, ferma la recente impostazione dei Giudici del lavoro di Milano e Napoli -la quale, rispettando la legge, appare immune da forzature logiche e probatorie-, possono facilmente intravvedersi le conseguenze pratiche che ne discendono con riguardo all’applicazione della contrattazione collettiva. In primo luogo, in riferimento all’esclusione di facili applicazioni e disapplicazioni di Ccnl, solo in ragione di concetti astratti di maggiore rappresentatività sindacale.

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