Omesso versamento all’Inps delle ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei dipendenti – Reiterazione delle condotte omissive e presupposti per l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis c.p.

di Sabrina Pagani, Consulente del Lavoro in Milano

  

La sentenza in commento (Cass., sez. Pen., 10 giugno 2019, n. 25537) accoglie il ricorso di un datore di lavoro che per diversi mesi dell’anno aveva omesso il versamento all’Inps delle ritenute previdenziali applicate sulle retribuzioni dei propri dipendenti, e che a causa della pluralità delle mensilità in cui aveva attuato la condotta omissiva si era visto negare dalla Corte di Appello di Torino l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art 131-bis c.p.. 

Ricordiamo che la struttura della fattispecie di reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali di cui al D.l. n. 463/1983, art. 2 co. 1 bisconv. dalla L. n. 638/1983, è stata modificata dall’art. 3, D.lgs.  n. 8/2016 che dal 6 febbraio 2016 ha introdotto una soglia di punibilità di euro 10.000 annui. Il reato sussiste, e il datore di lavoro è quindi penalmente perseguibile, qualora le ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e non versate all’Inps siano di importo complessivamente superiore a euro 10.000 annui. 

L’art 131-bis c.p. prevede che, in determinati reati, tra cui quello in causa, la punibilità è esclusa tra l’altro quando “l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”. Il comma 3 precisa che “il comportamento è abituale nel caso in cui l’autore (… omissis) abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato sia di particolare tenuità ovvero nel caso di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate”. 

In motivazione, la Corte di Cassazione coglie l’occasione per fare una breve sintesi delle condizioni di applicabilità dell’art. 131-bis, co. 3 c.p., in rapporto alla fattispecie di reato di omesso versamento all’Inps delle ritenute previdenziali. 

Primariamente, la Corte ribadisce che a seguito del Decreto Depenalizzazione del 2016 e dell’introduzione della soglia di punibilità annuale, il reato di omesso versamento delle ritenute non è più configurabile come reato omissivo istantaneo (cioè un reato per ogni mancato versamento mensile), la cui ripetizione dava luogo ad una condotta plurima e reiterata appartenente ad un medesimo disegno criminoso. Dal 2016, il mancato versamento di ritenute previdenziali per più mensilità nell’arco dell’anno di riferimento configura (e solo al superamento di 10.000 euro nell’anno) un reato unitario, a consumazione prolungata (per i versamenti annui successivi al superamento della soglia di punibilità). La possibile pluralità dei comportamenti omissivi nel periodo di riferimento penalmente rilevante fa dunque parte della tipicità del reato, e non rappresenta in sé una reiterazione del reato medesimo. 

La Corte esamina poi le condizioni che in base all’art. 131-bis, co. 3 c.p. possono escludere o ammettere l’applicazione della causa di non punibilità al reato di omesso versamento delle ritenute, e ritiene che, nel collegare l’abitualità del comportamento alla pluralità o reiterazione di condotte, la norma evidentemente si riferisce soltanto a quelle che già di per sé costituiscono reato, e che determinano ogni volta una nuova e ripetuta lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale.  

Quindi, il mero riferimento alla reiterazione dell’omissione del versamento dei contributi per più mensilità, attuato dalla Corte di Appello di Torino per escludere la causa di punibilità alla condotta attuata dal ricorrente nella sentenza qui impugnata, non appare corretto, e per questo la sentenza d’Appello è cassata.  

Quanto alla particolare tenuità del fatto, la Corte evidenzia che la stessa deve essere valutata con riferimento all’entità dei contributi omessi in misura eccedente i 10.000 euro annui: entità che dovrà essere davvero contenuta, considerato che la misura tollerabile dell’offensività della condotta è già stata valutata dal Legislatore quando ha fissato la soglia di rilevanza penale. Sarà il giudice del rinvio a doverne valutare in concreto l’entità. 

Per inciso, nello sviluppo delle motivazioni, la Corte precisa che l’arco temporale annuale nel quale si deve verificare l’avvenuta consumazione del reato, ovvero il superamento dell’importo di 10.000 euro, “coincide con la scadenza del termine previsto per il versamento dell’ultima mensilità, ovvero con la data del 16 gennaio dell’anno successivo”. Tale interpretazione, che individua l’arco temporale annuale di consumazione del reato in quello di competenza contributiva (ritenute relative ai periodi contributivi gennaio-dicembre, da versarsi entro il 16 del mese successivo), contrasta con quella fornita da Cass., sez. Pen., Sez. Unite 7 marzo 2018 n. 10424, e adottata anche dall’Ispettorato nazionale del Lavoro, con la Nota n. 2926 del 2018, che ha individuato il suddetto periodo nelle “mensilità di scadenza dei versamenti contributivi (periodo 16 gennaio-16 dicembre, relativo alle retribuzioni corrisposte, rispettivamente, nel dicembre dell’anno precedente e nel novembre dell’anno in corso)”, applicando così su tale aspetto un criterio di cassa. 

 

 

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