L’INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE: la Naspi e i suoi effetti sulla pensione

di Antonello Orlando, Consulente del lavoro in Roma e Bologna

 

 

IL CONTESTO NORMATIVO

L’ articolo 38 della Costituzione sancisce, fra gli altri, il diritto dei lavoratori a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di disoccupazione involontaria. A partire da questo principio, a oggi questo tipo di tutela costituzionale del lavoratore subordinato viene garantita attraverso la Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’impiego (cd. Naspi) entrata in vigore l’1 maggio 2015 per effetto del D.lgs. n. 22/2015, di attuazione della L. n. 183/2014 (Jobs Act). Dall’1/5/2015 la Naspi ha sostituito l’Aspi e la mini Aspi (introdotte a loro volta nel 2012 dalla riforma Fornero) divenendo un’unica tutela in caso di perdita involontaria del posto di lavoro da parte di un lavoratore subordinato sia con contratto a tempo determinato che indeterminato, con esclusione dei dipendenti della pubblica amministrazione a tempo indeterminato e degli operai agricoli. Il diritto alla Naspi sorge oltre che in caso di perdita involontaria del lavoro anche in caso di licenziamento disciplinare (nonostante sia conseguenza di un determinato comportamento del lavoratore), di dimissioni per giusta causa, di dimissioni in periodo protetto e di risoluzione consensuale con accettazione dell’offerta economica di conciliazione o per rifiuto del lavoratore al trasferimento presso altra sede avente distanza superiore ai 50 km (o 80 minuti nel caso di spostamento con mezzi pubblici) dalla residenza del lavoratore. Per accedere all’ammortizzatore sociale oltre allo stato di disoccupazione ai sensi dell’art. 19, D.lgs. n. 150/2015 (così come modificato dal D.l. n. 4/2019) e all’invio telematico della Did (dichiarazione di immediata disponibilità a svolgere attività lavorativa e a partecipare ad iniziative di politica attiva del lavoro), l’interessato dovrà avere i requisiti di cui alle lettere b) e c), comma 1, art. 3 del D.lgs. n. 22/2015. Il primo requisito di tipo contributivo consiste in almeno tredici settimane di contribuzione versata nei quattro anni precedenti il periodo di disoccupazione; il secondo, consta in almeno 30 giorni di lavoro effettivo svolto nei dodici mesi prima dello stato di disoccupazione. Per lavoro effettivo si intende l’effettiva presenza sul posto di lavoro a prescindere dalla durata della prestazione giornaliera e per la precisione si conteggiano quei giorni che sono stati dichiarati dal datore in Uniemens con il codice “S”. Per il requisito contributivo sono utili anche i contributi figurativi per maternità obbligatoria (qualora risulti contribuzione all’inizio del periodo di astensione), per congedo parentale o per malattia del figlio fino ad otto anni di età. Si ritengono utili al diritto anche le contribuzioni dovute, ma non versate in base al principio dell’automaticità delle prestazioni ex art. 2116 c.c. Non sono utili, invece, a titolo esemplificativo, i periodi di malattia, infortunio senza integrazione da parte del datore e cassa integrazione. Per il secondo requisito di tipo lavorativo, l’arco temporale dei 12 mesi può essere ampliato qualora siano intervenuti ad esempio periodi di assenza derivante da malattia, infortunio, congedo parentale, maternità obbligatoria e cassa integrazione.

IL CALCOLO DELL’INDENNITÀ MENSILE

L’indennità spettante al lavoratore varia in base alla retribuzione mensile imponibile previdenziale che il lavoratore ha percepito negli ultimi quattro anni, che dovrà essere riparametrata e comparata con il reddito di riferimento calcolato dall’Inps. Con la circolare n. 20/2020 l’Inps ha reso noto, al punto 5, l’importo da prendere a riferimento per il 2020 pari ad euro 1.227,55. Qualora la retribuzione media mensile dell’ex lavoratore sia pari o inferiore all’importo di riferimento di euro 1.227,55, l’indennità spettante è pari al 75% della retribuzione media mensile; nel caso in cui la retribuzione sia superiore all’importo di riferimento, la somma dell’indennità è pari al 75% di 1.227,55 più il 25% del differenziale tra la retribuzione media mensile e l’importo di riferimento stimato e rivalutato annualmente dall’Inps. L’indennità mensile spettante, che a partire dal quarto mese di percezione subisce una riduzione del 3% al mese, non potrà essere superiore all’importo che l’Inps comunica annualmente e che nel 2020 è pari ad euro 1.335,40. L’indennità viene corrisposta per una durata variabile, sulla base dell’anzianità lavorativa del soggetto interessato, pari alla metà delle settimane coperte da contribuzione negli ultimi quattro anni. Si evince che dunque la durata massima dell’erogazione dell’indennità sia pari a 104 settimane (2 anni). Come espresso nel punto 2.5 della circolare Inps n. 94/2015 uno o più periodi contributivi che hanno dato già luogo all’erogazione della Naspi non possono essere computati in una successiva nuova domanda. La liquidazione dell’indennità avviene dunque mensilmente ma è prevista, al fine di incentivare l’imprenditorialità, la possibilità di richiedere la liquidazione anticipata in un’unica soluzione qualora l’interessato abbia avviato un’attività autonoma, di impresa individuale o sia titolare di una quota sociale di una cooperativa. Il percipiente dell’indennità in un’unica soluzione, che non dà diritto alla contribuzione figurativa, nel caso in cui instauri un rapporto di lavoro subordinato prima della scadenza del periodo previsto in caso di erogazione mensile, è tenuto a restituire l’intera somma. Ai sensi dell’art. 6 la domanda di percezione dell’indennità può essere presentata soltanto per via telematica entro il termine di 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. L’indennità spetta dal giorno successivo la cessazione solamente nel caso in cui l’interessato presenti la domanda entro l’ottavo giorno dopo la cessazione; qualora la domanda venga presentata tra il nono e il sessantottesimo giorno la decorrenza dell’indennità sarà il giorno successivo la presentazione.

DECADENZA, SOSPENSIONE E RIDUZIONE DELL’INDENNITÀ

L’erogazione dell’indennità decade qualora il percipiente non partecipi regolarmente alle attività finalizzate al reinserimento lavorativo, non comunichi l’inizio di un’attività di lavoro e il relativo compenso oltre nel caso in cui perda lo status di disoccupato. Anche al raggiungimento dell’età pensionabile o dell’accesso a pensione anticipata e nel caso di richiesta di assegno di invalidità decade il diritto alla Naspi. Lo status di disoccupazione si perde nel caso in cui il soggetto svolga attività lavorativa di tipo subordinato con un reddito superiore a 8.145 euro annui (non più gli 8.060 euro annui originari, come precisato dalla circolare Anpal n. 1/2019) o qualora svolga attività di lavoro autonomo con redditi superiori a 4.800 euro annui. Non è possibile però stipulare un contratto di lavoro con il medesimo datore per il quale prestava la sua attività quando è cessato il rapporto di lavoro che ha determinato il diritto alla Naspi. L’instaurazione di un rapporto di lavoro non è dunque causa automatica di perdita dello status di disoccupato ma determina una riduzione dell’indennità di un importo pari all’80% del reddito previsto rapportato al periodo di lavoro. Inoltre, qualora il soggetto stipuli un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato della durata inferiore a sei mesi, a prescindere dal reddito percepito, la riscossione dell’indennità viene sospesa d’ufficio, per poi riprendere nel caso in cui il contratto del lavoratore non prosegua ulteriormente.

LA CONTRIBUZIONE A CARICO DEL DATORE DI LAVORO A FINANZIAMENTO DELLA NASPI

Per il finanziamento dell’ammortizzatore sociale il datore di lavoro versa ogni mese un’aliquota dell’1,31% della retribuzione imponibile previdenziale di ciascun lavoratore al quale si aggiunge il contributo addizionale dello 0,30% ai sensi dell’art. 25 della L. n. 845/1978 per il finanziamento dei fondi per la formazione continua. Oltre a tale contributo il datore di lavoro deve versare, per ciascun dipendente assunto a tempo non indeterminato, un contributo aggiuntivo pari all’1,4% ai sensi del comma 2 dell’art. 28 della L. n. 92/2012. Con il D.l. n. 87/2018 (c.d. Decreto Dignità) e a decorrere dal 14/07/2018 il contributo è aumentato dello 0,50% in occasione di ciascun rinnovo di contratto. Il contributo aggiuntivo così come anche l’incremento per i rinnovi ex D.l. n. 87/2018 non si applica agli apprendisti, agli assunti a tempo determinato in sostituzione di lavoratore assente o nel caso di assunzioni per svolgimento di attività stagionali. La stagionalità che esonera dal contributo aggiuntivo è quella individuata dal D.P.R. 7 ottobre 1963, n. 1525 (e dalle attività ivi descritte) o quella prevista dai contratti collettivi nazionali stipulati entro il 31 dicembre 2011 dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative o, comunque, per effetto di Ccnl aggiornati anche dopo il 31 dicembre 2011 a condizione che tali rinnovi o proroghe rimandino ad attività già individuate senza soluzione di continuità da contratti collettivi nazionali stipulati entro il 31 dicembre 2011; sono altresì esonerati dal contributo addizionale i rinnovi di contratti la cui prestazione lavorativa è svolta nella provincia di Bolzano per attività stagionali stabilite dai contratti collettivi di qualsiasi livello sottoscritti da sindacati comparativamente più rappresentativi non oltre il 31 dicembre 2019. Ai sensi del comma 30 dell’art. 2 della L. n. 92/2012, così come disciplinato dal messaggio Inps n. 4152/2014 è prevista la restituzione dei contributi versati qualora il contratto del lavoratore a tempo determinato venga trasformato a tempo indeterminato o qualora il datore di lavoro assuma il lavoratore cessato a tempo indeterminato entro 6 mesi dalla cessazione del rapporto a termine. Oltre ai due contributi ordinari sopra citati il datore di lavoro deve versare, per ciascun dipendente, una somma una tantum a seguito della cessazione del rapporto a tempo indeterminato dal quale discenda il diritto alla Naspi indipendentemente dall’effettiva presenza dei requisiti contributivi e lavorativi dell’interessato e dall’effettiva richiesta dell’indennità di disoccupazione. Il contributo una tantum da versare, necessariamente in un’unica soluzione (circolare Inps n. 44/2013) è pari al 41% del massimale Naspi (per il 2020 pari a euro 1.335,40) per ogni anno di anzianità di servizio del dipendente licenziato fino ad un massimo di 3 anni. Il contributo massimo risulta quindi essere pari al 123% del massimale Naspi. Dal 1° gennaio 2018, l’aliquota percentuale del contributo da versare passerà dal 41% all’82% (moltiplicato per tre nei casi in cui non si raggiunga l’accordo sindacale) nel caso di licenziamenti collettivi di imprese soggette alla cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs).

NASPI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Con il messaggio n. 1286/2020 l’Inps a seguito dell’entrata in vigore del D.l. n. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia) e del periodo emergenziale poi prorogato fino al 15 ottobre, ha disposto la proroga di 60 giorni dei termini di presentazione della domanda, che potrà essere presentata entro 128 giorni dalla cessazione intercorsa dopo il 1°/1/2020, e la riesamina delle domande inoltrate dopo la scadenza dei termini standard (68 giorni). Per le domande presentate dopo il termine “standard” dei 68 giorni l’indennità decorrerà, anche se la domanda verrà presentata l’ultimo giorno disponibile, dal sessantottesimo giorno dalla cessazione. L’art. 92 del Decreto Rilancio (D.l. n. 34/2020) ha previsto la proroga di due mesi delle indennità di disoccupazione per coloro che dovevano ricevere l’ultimo pagamento tra il primo marzo e il 30 aprile a condizione che il percettore non abbia fatto richiesta o non abbia ottenuto una delle indennità per affrontare il periodo emergenziale previste dal D.l. n. 18/2020 e dal D.l. n. 34/2020. L’importo previsto per la proroga di due mesi è quello percepito nell’ultima mensilità. Il D.l. n. 104/2020 all’art. 5 ha previsto la proroga delle indennità di disoccupazione per ulteriori due mesi e quindi per coloro che hanno ricevuto l’ultimo pagamento tra il primo maggio e il 30 giugno. Per la proroga, come illustrato nella circolare Inps 29 settembre 2020, n. 111, non è necessario presentare alcuna domanda di Naspi o di proroga in quanto l’Istituto procederà d’ufficio all’estensione delle stesse.

NASPI ED EFFETTI SULLA FUTURA PENSIONE

L’art. 12 del D.lgs. n. 22/2015 stabilisce che la Naspi è corredata di contribuzione figurativa per l’intera durata della prestazione di disoccupazione. La contribuzione figurativa, come specificato dalla circolare n. 94/2015, rapportata alla retribuzione media quadriennale entro un limite di retribuzione pari a 1,4 volte l’importo massimo mensile della Naspi per l’anno in corso. Questo vuol dire che i contributi accantonati non subiscono la riduzione del 3% mensile che scatta invece sulla indennità economica a partire dal quarto mese. Ai fini del calcolo delle quote retributive di pensione le retribuzioni relative ai periodi di contribuzione figurativa per i quali viene applicato il tetto mensile (1,4 volte l’importo massimo della Naspi, per il 2020 1.869 euro mensili per 12 mensilità) vengono neutralizzate, qualora, una volta rivalutate, siano di importo inferiore alla retribuzione media pensionabile ottenuta senza di esse. Tale meccanismo fa sì che sulle quote pensionistiche calcolate con metodo retributivo (Quota A e B) venga posta una vera e propria clausola di garanzia che impedisce che le medie retributive rivalutate degli ultimi 5 e 10 anni prima della liquidazione della pensione possano abbassarsi per effetto del computo delle retribuzioni figurative della Naspi che vengono, in questo caso, neutralizzate. Nessun effetto negativo è possibile invece sul metodo contributivo in quanto lo stesso acquisisce la contribuzione figurativa aumentando comunque il montante contributivo che ragionando quale massa finanziaria incrementata annualmente e rivalutata non può mai diminuire col tempo il proprio valore. Il periodo di contribuzione figurativa per Naspi è computato per l’anzianità contributiva ai fini pensionistici, essendo utile dunque per accedere anche alle pensioni di anzianità. Va tuttavia ricordato come ai sensi dell’art. 22 della L. n. 153/1969, qualsiasi pensione di anzianità contributiva, fra cui quella in “Quota 100”, l’anticipata ordinaria o quella per lavoratori addetti a mansioni usuranti, non potrà decorrere se non in presenza di un ulteriore requisito di 35 anni di contributi “effettivi”. Per contribuzione effettiva si intende qualsiasi contribuzione a eccezione di quella da disoccupazione (dunque inclusa la Naspi) e malattia non integrata dal datore di lavoro, come specificato dalla circolare Inps n. 180/2014 nel paragrafo 2. Va inoltre ricordato come tale sub-requisito non si applichi alle pensioni integralmente calcolate con il metodo contributivo.

 

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