Limite al dumping salariale nelle società cooperative: trattamento economico minimo garantito ai soci lavoratori di società cooperative

di Gabriele Fava , Avvocato in Milano

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4951 del 20 febbraio 2019, si è recentemente espressa sul tema della garanzia dei minimi retributivi per i soci lavoratori di cooperative, riprendendo un principio già espresso dalla Corte Costituzionale con la pronuncia n. 51 del 2015.

L’importanza della pronuncia in esame risiede nel fatto che, con essa, la Suprema Corte, ha fissato dei limiti decisi al c.d. fenomeno del dumping salariale nelle cooperative, ovvero alla prassi diffusa di offrire ai soci lavoratori retribuzioni inferiori rispetto alle medie del settore.

La vicenda trae origine dall’impugnazione, da parte di una società cooperativa, della decisione adottata dalla Corte d’Appello di Genova con la quale le veniva imposto di retribuire un socio lavoratore in ragione delle tariffe salariali contenute nel Ccnl “Pulizie Multiservizi” anziché nel Ccnl “Portieri e Custodi”, così come richiamato nel regolamento della cooperativa.

Ebbene, la Suprema Corte, con la sentenza in epigrafe, ha riconosciuto quanto già disposto dalla corte di merito, secondo cui l’obbligo per la società cooperativa di applicare il trattamento economico previsto dal Ccnl del settore o della categoria affine a quella in cui la stessa opera, derivando da una norma imperativa e non dall’adesione della società ad una determinata associazione sindacale, non può essere derogato e, di conseguenza, deve prevalere sui diversi accordi eventualmente stipulati con i singoli soci lavoratori.

I giudici di legittimità, infatti, riferendosi alle previsioni di cui all’art. 3 della Legge n. 142 del 2001 e art. 7 del D.l. n. 248 del 2007 – con le quali il Legislatore ha individuato nei trattamenti economici complessivi minimi previsti dai contratti collettivi siglati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative un parametro volto a garantire il rispetto dei criteri di proporzionalità e sufficienza della retribuzione di cui all’art. 36 Cost. –  hanno stabilito che ai lavoratori delle società cooperative debba essere assicurato un trattamento economico complessivo non inferiore ai minimi contrattuali previsti per analoghe mansioni dal Ccnl di settore o della categoria affine, siglato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Viene quindi confermato, sulla scorta di quanto già sancito dalla Corte Costituzionale con la pronuncia n. 51 del 2015, che i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative non hanno efficacia erga omnes, bensì che solo i trattamenti economici minimi in essi contenuti costituiscono parametro di riferimento in ordine al quale determinare la retribuzione dei soci lavoratori.

La Corte di legittimità ha così individuato nel “sindacato comparativamente più rappresentativo” un criterio guida in materia di trattamento economico previsto dalla contrattazione collettiva che, specifica, non comporta alcun rischio di lesione del principio di libertà e pluralismo sindacale di cui all’art.39 Cost.; infatti, non viene meno il diritto per le organizzazioni minoritarie di stipulare contratti collettivi, ma si richiede alle stesse il mero rispetto dei livelli retributivi minimi normativamente imposti.

Rebus sic stantibus le società cooperative potranno scegliere il contratto collettivo da applicare ma non potranno riservare ai soci lavoratori trattamenti economici complessivi inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi conclusi dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative nel settore di riferimento o categoria affine.

 

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