L’«equo compenso» per (alcuni) avvocati e (altri) liberi professionisti: tanto rumore per così poco?

di Gionata Cavallini, Dottorando di ricerca in diritto del lavoro nell’Università degli Studi di Milano, Avvocato in Milano

 

  1. Premessa: il nodo dell’equità del corrispettivo nei rapporti di lavoro non subordinato

A distanza di poco più di un anno dall’introduzione, nella legge professionale forense della previsione in materia di «equo compenso» per gli avvocati (art. 13-bis, L. n. 247/2012, introdotto dal D.l. 16 ottobre 2017, n. 148, convertito con modificazioni dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172), sembrerebbe che la novità non abbia ancora prodotto i risultati attesi.

Eppure, la norma in materia di equo compenso per gli avvocati aveva grandi ambizioni. Con l’art. 19-quaterdecies, D.l. n. 148/2017, il Legislatore ne aveva stabilito l’applicabilità, a dispetto della collocazione topografica nella legge professionale forense, a tutti i professionisti di cui all’art. 1, L. n. 81/2017, a prescindere dall’eventuale iscrizione a un ordine professionale. In virtù di tale aspirazione generalista, la norma era stata sbandierata come il primo tentativo di esportare la garanzia costituzionale di una retribuzione proporzionata e sufficiente (art. 36 Cost.) al di là dell’area del solo lavoro subordinato, per fare fronte al contesto di progressivo impoverimento del mondo delle professioni, sempre più dipendente da pochi grandi committenti istituzionali (in primis, banche e assicurazioni, almeno per quanto riguarda le professioni giuridiche), capaci di imporre condizioni contrattuali squilibrate anche dal punto di vista della misura del compenso.

Per la verità, se è vero che la giurisprudenza italiana è consolidata nel ritenere che «il principio della retribuzione sufficiente di cui all’art. 36 Cost. riguarda esclusivamente il lavoro subordinato e non può essere invocato in tema di compenso per prestazioni lavorative autonome, ancorché rese con carattere di continuità e coordinazione»[1], non era la prima volta che il Legislatore interveniva con previsioni a tutela della congruità del corrispettivo nel mondo del lavoro autonomo. Norme in materia di proporzionalità del compenso avevano segnato lo sviluppo della disciplina del lavoro a progetto (v. art. 63, D.lgs. n. 276/2003)[2], prima della sua integrale abrogazione ad opera del D.lgs. n. 81/2015. In tempi più recenti, poi, il Legislatore aveva ritenuto che anche i giornalisti titolari di un rapporto di lavoro non subordinato fossero meritevoli di percepire una «remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto» (art. 1, L. n. 233/2012), demandandone la determinazione a un’apposita Commissione che non avrebbe però raggiunto risultati soddisfacenti, se è vero che essa ha stilato un «tariffario molto riduttivo e minimalista»[3], inducendo la dottrina a parlare di «equo (s)compenso»[4].

  1. Contenuto e ambito di applicazione dell’equo compenso per i professionisti

Nel prevedere un equo compenso per gli avvocati e i professionisti il Legislatore ha optato per un modello nuovo e diverso. A seguito di un iter parlamentare rapido ma sofferto[5], che ha visto anche il parere contrario dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato[6], è stata introdotta la regola per cui il professionista ha diritto a un compenso «proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale e conforme ai parametri» previsti dai regolamenti ministeriali in materia (e quindi oggi, per le professioni legali, dal D.M. n. 55/2014).

Posto che, come si è detto, la disposizione è destinata a trovare applicazioni anche alle professioni diverse da quella forense, ordinistiche e non, essa sembrava candidata a pieno titolo ad assolvere la funzione di norma fondamentale per la garanzia di un equo compenso per tutti i lavoratori autonomi, nel silenzio delle previsioni dello Statuto del lavoro autonomo, attirando così anche le attenzioni della dottrina[7].

L’ambizione generalista del progetto del Legislatore, tuttavia, si è scontrata con due grandi limiti di fondo.

Dal punto di vista soggettivo, se sono stati superati i disegni originari di restringerne la portata ai soli avvocati[8] ovvero alle sole professioni organizzate in ordini e collegi[9], vi è chi ha evidenziato che la previsione non può trovare applicazione alle collaborazioni coordinate e continuative – e quindi alla categoria di lavoratori autonomi più bisognosi di tutela – vuoi per l’utilizzo nella novella del termine «professionisti» (anziché «lavoratori autonomi»), vuoi per l’assenza di qualsivoglia riferimento agli elementi della coordinazione e della continuità[10].

Ma è soprattutto l’ambito di applicazione oggettivo della norma a risultare particolarmente angusto. Il diritto all’«equo compenso», infatti, ai sensi del primo comma del citato art. 13-bis, trova applicazione esclusivamente «nei rapporti professionali regolati da convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento, anche in forma associata o societaria, delle attività professionali […] in favore di imprese bancarie e assicurative, nonché di imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese […] con riferimento ai casi in cui le convenzioni sono unilateralmente predisposte dalle predette imprese» (circostanza quest’ultima che pure viene presunta iuris tantum dalla legge (art. 13-bis, co. 3)).

Non qualunque professionista, dunque, ha diritto a reclamare un equo compenso dal proprio committente, ma solo il professionista che svolge le proprie prestazioni a favore di una grande impresa nell’ambito di una convenzione predisposta unilateralmente da quest’ultima.

Pare condivisibile, in proposito, il rilievo di chi ha affermato che «la montagna partorisce un topolino»[11], a tutto vantaggio di categorie di professionisti che operano su mercati abbastanza prosperi e redditizi (quelli costituiti dal mondo dei servizi legali per grandi imprese), in cui la misura dei compensi professionali risulta nei fatti già ben superiore al canone della «sufficienza» e in cui eventuali squilibri contrattuali possono essere corretti facendo ricorso alle tutele in materia di “terzo contratto” e di “divieto di abuso di dipendenza economica”, estese ai professionisti dalla L. n. 81/2017[12].

  1. Professionisti «forti» e professionisti «deboli»: chi merita l’equo compenso?

In questa prospettiva, desta particolare perplessità la circostanza che il Legislatore abbia sentito l’esigenza di disciplinare sotto il profilo dell’equità del corrispettivo un rapporto che è di natura sostanzialmente commerciale (quello tra il professionista e alcuni “grandi” clienti), omettendo del tutto di considerare che in quella stessa realtà professionale le maggiori esigenze di tutela (e non solo con riguardo al tema dell’equità del compenso) riguardano più che altro i rapporti intercorrenti tra quel professionista e i suoi collaboratori (praticanti, tirocinanti, stagisti, collaboratori che si trovano fuori dalla cerchia dei partners), i quali, da tempo all’attenzione delle cronache[13], non hanno ricevuto alcuna risposta dal Legislatore.

In un contesto in cui tali professionisti «deboli» non hanno accesso ad alcuna delle garanzie proprie del lavoro dipendente – e ciò nonostante «le modalità tecnico-organizzative con cui operano oggi i grandi studi professionali rendono difficile immaginare che perdurino reali ragioni per sostenere […] che l’attività intellettuale svolta dai professionisti collaboratori senza una propria clientela non possa presentare i tratti tipici della subordinazione»[14] – il fatto che il Legislatore abbia inteso garantire l’equità del compenso ai domini di questi professionisti «deboli», e non a questi ultimi, assume quasi il sapore di una beffa.

D’altronde, non è un caso che l’unica previsione in materia di adeguatezza del compenso del praticante avvocato sia affidata alle norme del codice deontologico[15], quasi che l’equo compenso sia un obbligo morale, più che un diritto.

In ogni caso, le novità in materia di equo compenso hanno avuto il merito di aprire il dibattito relativo all’opportunità di ripensare lo status giuridico dei professionisti che prestano la propria opera in regime di monocommittenza[16], complice la pendenza di alcuni interessanti disegni di legge di iniziativa parlamentare.

Ma di questo profilo parleremo alla prossima occasione.

[1] Ex multis, da ultimo, Cass., sez. II, 4 giugno 2018, n. 14292.

[2] Per una panoramica v. M. Biasi, Il «salario minimo» per i collaboratori a progetto, in M. Persiani, S. Liebman (a cura di), Il nuovo mercato del lavoro, Utet, 2013, pag. 223 ss.

[3] L. Zoppoli, L’«equo compenso» tra contratto collettivo e legge, in U. Carabelli, L. Fassina (a cura di), Il lavoro autonomo e il lavoro agile alla luce della legge n. 81/2017, Ediesse, 2018, pag. 71.

[4] A. Avondola, Lavoro giornalistico e equo (s)compenso, DLM, 2017, n. 2, pag. 369 ss.

[5] Su cui v. P.P. Ferraro, Le deleghe sulle professioni organizzate in ordini e collegi e le proposte in discussione in materia di tariffe professionali, in G. Zilio Grandi, M. Biasi, Commentario breve allo Statuto del lavoro autonomo e del lavoro agile, Wolters Kluwer-Cedam, 2018, spec. pag. 334 ss., anche per un esame dei disegni di legge sull’equo compenso succedutisi nel corso del 2017.

[6] AGCM, Segnalazione 24 novembre 2017, in agcm.it, dove si rileva che «secondo i consolidati principi antitrust nazionali e comunitari, infatti, le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza».

[7] Si segnala in particolare il volume di E. Minervini, L’equo compenso degli avvocati e degli altri liberi professionisti, Giappichelli, 2018.

[8] Così si esprimeva il DDL proposto dall’allora Ministro della Giustizia Orlando (AC 4631), approvato dal Consiglio dei Ministri il 7 agosto 2017.

[9] Così invece il DDL presentato dal senatore Sacconi (AS 2858), presentato il 14 giugno 2017.

[10] In tal senso F. Capponi, Compenso equo: non si applica ai collaboratori, in Boll. ADAPT 17 dicembre 2017, n. 42.

[11] L. Zoppoli, L’«equo compenso» tra contratto collettivo e legge, cit., pag. 78.

[12] G. Cavallini, Il divieto di abuso di dipendenza economica e gli strumenti del “nuovo” diritto civile al servizio del lavoro autonomo, in G. Zilio Grandi, M. Biasi (a cura di), Commentario breve allo statuto del lavoro autonomo, cit., pag. 285 ss.

[13] V. ad es. D. Di Vico, Il calvario dei giovani avvocati senza welfare e senza clienti, CdS, 22 ottobre 2009, pag. 39.

[14] Così O. Razzolini, La nozione di subordinazione alla prova delle nuove tecnologie, DRI, 2014, n. 4, pag. 982, nt. 38.

[15] Art. 40 regolamento CNF 31 gennaio 2014, a mente del quale è riconosciuto al praticante «dopo il primo semestre di pratica, un compenso adeguato, tenuto conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio».

[16] C. Romeo, L’avvocato in regime di monocommittenza: tra autonomia e subordinazione, Lav. giur., 2018, n. 8-9, pag. 774 ss.; V. Vasarri, Liberi professionisti o dipendenti? I giovani avvocati tra indipendenza, collaborazione e salariato, Prev. forense, 2018, n. 1, pag. 17 ss., ove interessanti dati statistici relativi alle condizioni reddituali dei giovani avvocati.

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