Legittimo il licenziamento del dipendente che non ha svolto la prestazione con la diligenza professionale richiesta

di Gabriele Fava , Avvocato in Milano

 

Con una recente pronuncia, la n. 15168/2019, la Suprema Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione del Tribunale di Parma, poi confermata dalla Corte di Appello di Bologna, avente ad oggetto l’impugnazione del licenziamento disciplinare irrogato ad un dipendente di una banca.

La vicenda prendeva le mosse dal licenziamento disciplinare del responsabile di filiale di un istituto di credito, con inquadramento di quadro direttivo, il quale, omettendo di vigilare sull’operato di un proprio sottoposto, aveva permesso allo stesso di sottrarre, con condotta fraudolenta, un importo pari a circa € 900.000,00.

Il Tribunale di Parma aveva condannato la datrice di lavoro alla reintegra del dipendente, nonché al pagamento in suo favore di una indennità pari a 18 mensilità e tale decisione era stata confermata dalla Corte di Appello di Bologna.

In particolare, si riteneva che i fatti addebitati al lavoratore fossero insussistenti o comunque privi di rilevanza disciplinare, non trattandosi di omissioni relative a condotte previste da direttive aziendali o da procedure interne. La Corte d’Appello aveva rilevato che, nel caso di specie, non si fosse configurato alcun inadempimento contrattuale, posto che le condotte tenute erano in linea con la “ diligenza esigibile prima della introduzione di nuove misure” all’interno dell’istituto di credito. Le Corti di merito avevano, dunque, attribuito un ruolo centrale alle procedure e direttive aziendali, in mancanza delle quali, le omissioni del dipendente non erano state considerate idonee ad assumere alcun rilievo disciplinare.L’intervento della Corte di Cassazione è stato dirimente sul punto.

L’esame della vicenda, in particolare, ha reso necessaria un’analisi circa la diligenza richiesta al dipendente nello svolgimento della prestazione lavorativa, al fine della valutazione di eventuali condotte disciplinarmente rilevanti.

La Corte ha affermato che la diligenza da considerare è necessariamente una “ diligenza professionale generica” che prescinde da qualsivoglia direttiva del datore di lavoro.

In base a tale diligenza, in capo al quadro direttivo si configura un dovere di controllo, correzione e prevenzione di irregolarità, trattandosi di un responsabile di filiale di banca. E la violazione di tali doveri, a prescindere dalla sussistenza o meno di regolamenti aziendali o procedure, configura una condotta disciplinarmente rilevante.

Alla luce di tale fondamentale premessa, il Giudice di legittimità ha ritenuto che la sentenza di appello impugnata non si fosse attenuta a tale principio: non è stata considerata la condotta del dipendente in maniera unitaria, avendo considerato la stessa solo con riferimento ad una disciplina aziendale che, ratione temporis, non trovava applicazione.

Con tale pronuncia è stato, dunque, riaffermato un principio cardine: gli obblighi di diligenza richiesti dalla natura della prestazione dovuta sono riferiti all’interesse generale dell’impresa e sussistono anche in assenza di specifiche direttive del datore di lavoro.

La lesione del vincolo fiduciario – che incide sull’interesse datoriale all’esatto e puntuale adempimento futuro della prestazione – nel caso sottoposto al vaglio dalla Corte è stato considerato tale da giustificare il licenziamento per giusta causa irrogato al quadro direttivo.

All’esito di tale esame della vicenda, pertanto, la Suprema Corte ha cassato la sentenza, disponendo il rinvio alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione

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