Legittimità della conciliazione E BLOCCO DEI LICENZIAMENTI

di Carmelo Caminiti, Consulente del Lavoro in Roccalumera (Me)

Con il messaggio del 1° giugno, n. 2261, l’Inps ha espressamente risolto in termini affermativi la questione relativa alla sussistenza del diritto per i lavoratori licenziati per giustificato motivo oggettivo – in violazione del divieto introdotto dall’art. 46 del Decreto Cura Italia (Decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla Legge 24 aprile 2020, n. 27) – alla percezione dell’indennità Naspi, indipendentemente dalla legittimità o meno del licenziamento. Come affermato nel predetto messaggio il diritto al sussidio trova la sua ratio nell’essere incorso il lavoratore, per cause a lui non imputabili, in uno stato di disoccupazione.

L’illegittimità del licenziamento, invece, rileva solo ove, all’esito di un giudizio, il giudice del lavoro dovesse disporre la reintegrazione del lavoratore, con conseguente obbligo per quest’ultimo alla restituzione di quanto ricevuto a titolo di indennità di disoccupazione nel caso in cui venga effettivamente reintegrato. L’Inps, quindi, si adegua a quanto affermato dall’orientamento prevalente di legittimità, ribadito dalla Suprema Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 17793 del 26 agosto 2020, secondo cui: “la domanda per ottenere il trattamento di disoccupazione non presuppone neppure la definitività del licenziamento e non è incompatibile con la volontà di impugnarlo, mentre l’effetto estintivo del rapporto di lavoro, derivante dall’atto di recesso, determina comunque lo stato di disoccupazione che rappresenta il fatto costitutivo del diritto alla prestazione e sul quale non incide la contestazione in sede giudiziale della legittimità del licenziamento … solo una volta dichiarato illegittimo il licenziamento e ripristinato il rapporto per effetto della reintegrazione le indennità di disoccupazione potranno e dovranno essere chieste in restituzione dall’Istituto previdenziale”.

Per il lavoratore, quindi, sembra tutto risolto…ma quali conseguenze per l’azienda?

La richiesta dell’indennità di disoccupazione, come peraltro precisato anche dalla citata sentenza, non è incompatibile con la volontà di impugnare il licenziamento, quindi, non può essere intesa quale rinuncia, neanche implicita, all’impugnazione del licenziamento, non costituendo acquiescenza allo stesso. Pertanto, ben potrebbe il lavoratore, una volta presentata la domanda di disoccupazione ed iniziato a percepire il relativo sussidio, procedere comunque all’impugnazione dell’atto datoriale di recesso.

Invero, anche a seguito della pronuncia di una sentenza di condanna del datore di lavoro alla reintegra nel posto di lavoro, a seguito di riconoscimento giudiziale della nullità del licenziamento, il lavoratore potrebbe conservare il diritto alla percezione dell’indennità di disoccupazione, non essendo sufficiente, per la decadenza dalla prestazione e per la restituzione degli importi percepiti, la mera ricostituzione de jure del rapporto, sia pure con sentenza esecutiva, essendo, invece, necessario che a detta reintegra sia data effettiva attuazione. Deve sul punto evidenziarsi che l’effettiva reintegra – con conseguente obbligo alla restituzione di quanto percepito a titolo di indennità di disoccupazione – potrebbe non verificarsi sia per inerzia del lavoratore, che per impossibilità a lui non imputabile, nonché, in mancanza di contraria disposizione di legge, per avere il lavoratore optato per il pagamento dell’indennità prevista in sostituzione della reintegra, indipendentemente dalla natura della tutela riconosciuta al lavoratore stesso. Pertanto, potrebbe verificarsi la situazione in cui il lavoratore percepisca sia l’indennità di disoccupazione – senza obbligo di restituzione – sia l’indennità sostitutiva della reintegra stessa.

Alla luce delle superiori considerazioni, appare evidente la necessità di addivenire a soluzioni conciliative che possano limitare l’aggravio economico a cui il datore di lavoro verrebbe esposto.

La nullità del licenziamento intimato in violazione del divieto di cui all’art. 46 – come espressamente riconosciuta anche dall’Inps nel richiamato messaggio – sembra porre l’ulteriore questione concernente la validità di una transazione avente ad oggetto un atto nullo.

In particolare, la disciplina codicistica generale prevede la nullità della transazione avente ad oggetto un contratto illecito ovvero contrario a norma imperativa, ordine pubblico e buon costume. Diversamente, il secondo comma dell’art. 1972 c.c. legittima la richiesta dell’annullamento di una transazione, che ha ad oggetto un contratto nullo per motivi diversi dalla illiceità, solo a favore della parte che ignorava le cause della nullità. Nella fattispecie in esame, dunque, sembrerebbe doversi richiamare l’ipotesi di nullità della transazione avente ad oggetto un licenziamento nullo, in quanto intimato in violazione di una norma imperativa.

Tuttavia, tale ricostruzione impone alcune riflessioni.

Senza poter in questa sede adeguatamente approfondire la questione sulla natura di norma imperativa del divieto di cui all’art. 46, il principio affermato pacificamente dalla Corte di Cassazione della disponibilità del diritto all’impugnazione del licenziamento, ci consente di superare l’empasse. Il lavoratore, infatti, non è obbligato ad impugnare il licenziamento, ancorché illegittimo, in quanto, anche quando è garantita la stabilità del posto di lavoro, come nel caso che ci occupa, l’ordinamento riconosce al lavoratore il diritto potestativo di disporre negozialmente e definitivamente del posto di lavoro stesso in ragione dell’art. 2118 c.c. (cfr. Cassazione n. 22105 del 2009).

A ciò si aggiunga che la previsione di un termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento nullo – ad esclusione del licenziamento orale (cfr. Cass. Ord. n. 523/2019) – conferma la natura dispositiva del diritto all’impugnazione, ove si consideri il consolidamento dei relativi effetti nel caso di decorrenza del termine.

La disponibilità del diritto all’impugnazione del licenziamento determina la non applicazione dell’art. 2113 c.c. alle rinunce ed alle transazioni con cui il lavoratore dispone del proprio diritto all’impugnazione.

Tuttavia, appare necessario tenere in debita considerazione la specificità della tipologia del licenziamento di cui si tratta (nullo) alla luce delle diverse disposizioni che si sono susseguite, con riferimento a specifiche ipotesi di nullità. Ci si riferisce alle previsioni legislative in materia di discriminazione, di cui ai Decreti legislativi n. 215 e 216 del 2003, che consentono di ricorrere alle procedure di conciliazione previste sia dalla contrattazione collettiva che dall’art. 410 c. p.c. nel caso di licenziamento. Lo stesso dicasi per l’istituto dell’offerta di conciliazione di cui all’art. 6 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, applicabile anche alle ipotesi di licenziamento nullo. Tali disposizioni sembrano rimarcare una particolare attenzione del Legislatore alla libera volontà del lavoratore garantendo allo stesso un’assistenza adeguata nella scelta se rinunciare o meno ad un proprio diritto.

Pertanto, nella consapevolezza della complessità delle questioni sottese all’argomento trattato, a parere di chi scrive, è possibile affermare la necessità di tenere in debito conto la specificità della disciplina in materia di licenziamento prospettando la possibilità di definire in via transattiva, nelle stesse sedi protette di cui all’art. 2113 c.c., le questioni che possono sorgere in conseguenza dell’intimazione di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo in violazione del divieto posto dalla previsione normativa, senza esporre il datore di lavoro alla spada di Damocle dell’impugnazione dell’atto transattivo.

 

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