Le piattaforme di food delivery in Italia: un’indagine sulla nascita delle relazioni industriali nel settore

di Luca Di sevo – Consulente del Lavoro in Bollate (Mi)

Gemma Pacella analizza il fenomeno delle piatttaforme di food delivery in Italia.

 

Le analisi economiche hanno assimilato la recente diffusione delle piattaforme che vendono il servizio di consegna di cibo a domicilio al contesto della logistica. Nel luglio di quest’anno un rapporto del Politecnico di Milano sulla crescita del food delivery in Italia ha segnalato un incremento di +56% del settore con un fatturato di 566 milioni di euro. Ciò determina una certa rilevanza per numero di lavoratori, ricavi economici e investimenti. Secondo Assodelivery è evidente un elevato tasso di occupazione garantito dalle aziende di food delivery. Due sono le forme contrattuali utilizzate dalle piattaforme italiane: la collaborazione coordinata e continuativa (Foodora, JustEat) e la collaborazione occasionale c.d. a ritenuta d’acconto (sottoscritta direttamente con il lavoratore da Deliveroo e Glovo e presente anche nel modello di UberEats e Foodracers). Le differenze sono rilevabili sul piano della sicurezza, della previdenza e sul piano fiscale, ma «nella prospettiva del rapporto di lavoro essi convergono invece pienamente: tutti i contratti sanciscono la natura autonoma del rapporto di lavoro». I fattorini avvertono soprattutto l’esigenza di una copertura assicurativa, per coprire il rischio. Attualmente l’adempimento è scaricato dalle piattaforme sui riders, sia per la copertura in caso di infortunio del fattori
no durante l’esercizio della prestazione, sia per la copertura di danno al mezzo. Entrambi i casi, determinano il venir meno della possibilità di lavorare e quindi di percepire un compenso. Per quel che riguarda il trattamento economico, alcune aziende prediligono un sistema di compenso su base oraria, altre un sistema di paga a consegna che, solitamente, i rider denominano cottimo. L’Autrice analizza la vicenda della contrattazione collettiva per la regolamentazione dei rapporti di lavoro, che si è scontrata con i limiti all’esercizio dei diritti sindacali da parte dei riders, qualificati come lavoratori autonomi dalla giurisprudenza italiana. Un tema interessante è quello che mette in evidenza come nell’ordinamento italiano si ha l’impressione che l’autonomia collettiva sia ancora legata strettamente alla qualificazione subordinata dei collaboratori. Un altro fenomeno evidenziato è la difficoltà di dialogo tra le formazioni sindacali specifiche e le Confederazioni sindacali, con la conseguenza di una difficile azione unitaria. Ciò ha comportato confusione anche da parte del Governo, infatti inizialmente, il Ministero del lavoro ha omesso di convocare le Confederazioni; d’altro canto, dal lato datoriale, mancando ancora un’organizzazione collettiva, sono state convocate le singole piattaforme.

Inoltre, è parso che il Governo si sia mantenuto a margine del conflitto ed abbia gestito singolarmente i rapporti con le parti sociali, prendendo contatti individuali e in tempi diversi, senza convergere verso un effettivo e inclusivo dialogo sociale. Emerge un ulteriore profilo: il fatto che le parti datoriali non siano state convocate da subito dal Governo può aver determinato la costituzione della prima associazione di rappresentanza delle piattaforme come risposta al mancato coinvolgimento da parte delle Istituzioni. Considerando che «il ricorso all’azione collettiva attraverso la creazione di associazioni» non sempre è «l’unico canale attraverso cui gli imprenditori influenzano le relazioni industriali», potendo agire sia collettivamente che individualmente in quanto responsabili di un’impresa, il bisogno di costituirsi in una organizzazione può essere imputato ad un preciso intento di rendersi interlocutori del Governo che, di fronte all’assenza della rappresentanza collettiva, non aveva aperto un dialogo con loro. L’Autrice ravvisa nella vicenda una paradossale conferma dell’associazionismo datoriale come “sindacalismo di risposta”, diversamente dai tradizionali processi di formazione, i cui gruppi nascono «quando gli imprenditori sentono la necessità di coordinare la loro azione e di rafforzare la loro capacità di resistenza nei confronti dei sindacati dei
lavoratori la cui consistenza numerica andava aumentando e le cui strategie diventavano vieppiù aggressive». In questo ambito invece, molti elementi portano a presumere che l’associazione datoriale sia nata come risposta all’azione istituzionale poco accorta da parte del Governo; va notato infine che a differenza delle organizzazioni sindacali, presentatesi al tavolo negoziale frammentate ed in conflitto tra loro, la rappresentanza delle piattaforme si è costituita in un’unica organizzazione e tale ancora permane. Proprio mentre mi accingevo a scrivere il commento alla ricerca della Dott.sa Pacella, la Corte di Cassazione, ha dato un’ulteriore spinta al riconoscimento della natura subordinata dei riders, infatti, con sentenza n. 1663 del 24 gennaio 2020 che estende ai ciclofattorini, ovvero ai lavoratori che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore, attraverso piattaforme anche digitali, l’applicazione integrale delle norme e delle tutele del lavoro subordinato. Alla base di tutto, vi è il concetto di eterorganizzazione che in tale ambito è fortemente presente nella fase di esecuzione della prestazione. Sarà questa sentenza a definire in maniera più evidente i ruoli e le caratteristiche di questo settore?

(*) Sintesi dell’articolo pubblicato in Labour Law Issues, vol. 5, no. 2, 2019 dal titolo Le piattaforme di food delivery in Italia:un’indagine sulla nascita delle relazioni industriali nel settore.

 

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