Le norme sulla “delocalizzazione” nel “Decreto Dignità”

di Luca Di sevo – Consulente del Lavoro in Bollate

 

Carmela Garofalo – Dottore di ricerca in Diritto del lavoro nell’Università degli Studi di Padova affronta il tema della delocalizzazione nel Decreto Di Maio  [1]

L’Autrice del saggio si concentra sulle norme introdotte dal D.L. 12 luglio 2018, n. 87, convertito in L. 9 agosto 2018, n. 96 (Decreto Dignità), destinate a sanzionare le imprese italiane o estere che operano sul territorio nazionale e che, dopo aver avuto accesso ad aiuti di Stato per gli investimenti, decidono di delocalizzare in Stati extra Ue l’attività produttiva, oppure di ridurre i livelli occupazionali, con la decadenza dal beneficio fruito e la restituzione maggiorata degli interessi.

Breve sintesi della norma

L’art. 5 del Decreto riporta disposizioni per il contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane o estere operanti sul territorio nazionale e che hanno ottenuto dallo Stato aiuti per investimenti produttivi. Vengono rimodulati i divieti e  l’apparato sanzionatorio. L’ambito di applicazione al contrasto alle delocalizzazioni è stato ristretto agli Stati non appartenenti all’Unione Europea, eccezion fatta di quelli aderenti allo Spazio Economico Europeo (SEE). Sono quindi escluse le delocalizzazioni intracomunitarie.

Il comma 1 dispone che le imprese che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato, qualora decidano di delocalizzare extra UE o extra SEE, entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata, decadono dal beneficio stesso.

La nuova disposizione è indipendente dall’impatto sull’occupazione, mentre la precedente disciplinava la decadenza a fronte di una riduzione del personale di almeno il 50% a seguito della delocalizzazione.

La violazione del vincolo prevede la restituzione dei benefici erogati, oltre una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad una somma di importo da 2 a 4 volte quello dell’aiuto fruito e la maggiorazione di un interesse aumentato di cinque punti percentuali rispetto al tasso ufficiale di riferimento.

Il comma 2 riguarda le imprese italiane o estere operanti in Italia che hanno beneficiato di aiuti di Stato per investimenti produttivi localizzati: si prevede che se l’attività economica, o una sua parte, venga delocalizzata dal sito incentivato entro cinque anni dalla data di completamento dell’investimento, i benefici decadano.

In questo caso, le sanzioni con la perdita del beneficio sono applicabili anche se la delocalizzazione avviene in ambito nazionale o europeo o all’interno del SEE.

L’art. 6 si concentra sul concetto di impatto occupazionale: la riduzione dei livelli occupazionali degli addetti nei 5 anni successivi all’investimento, fa decadere l’impresa dal beneficio, totalmente o parzialmente.

La norma prevede la decadenza dal beneficio quando le imprese riducono i livelli occupazionali per motivi diversi da ragioni tecniche, organizzative, produttive inerenti all’azienda o per superamento del periodo di comporto.

La scelta normativa punta ad indurre l’impresa che ha ridotto i livelli occupazionali per motivi non riconducibili a giustificato motivo oggettivo, a sostituire i lavoratori per evitare di perdere i benefici fruiti.

Sotto il profilo sanzionatorio emerge che il datore di lavoro è punito con la decadenza dal beneficio che è totale in caso di riduzione dei livelli occupazionali superiore al 50% o parziale ed in misura proporzionale per la riduzione superiore al 10%.

Le considerazioni dell’Autrice

Il legislatore ha deciso di inserire nel Decreto sulla “dignità” un capitolo sull’argomento delocalizzazione: secondo l’Autrice “ciò è significativo del disvalore riconosciuto a tali scelte imprenditoriali che si ripercuotono inevitabilmente sul tessuto economico-sociale nazionale”.

L’impianto normativo sopra analizzato esprime la sfiducia del nuovo Governo nell’etica di impresa, a tal punto da limitare la libertà di iniziativa economica “attraverso una presunzione assoluta che qualsiasi delocalizzazione (extra UE) sia sempre “viziosa” e mai “virtuosa”.

Ancora, l’Autrice scrive: “La scelta del Governo è perciò quella di utilizzare il “bastone” e non la “carota”; tuttavia non è trattenendo le imprese all’interno dei confini nazionali con gravosi meccanismi sanzionatori che si mantengono i posti di lavoro o se ne producono dei nuovi. È necessario invece attrarre nuovi investimenti nel nostro Paese, proprio facendo leva su quelle misure pubbliche oggetto delle disposizioni esaminate, per poter innalzare i livelli occupazionali”.

Infine l’Autrice evidenzia non pochi problemi interpretativi in relazione al campo di applicazione dell’art. 6, che diventano portatori di forte incertezza tra gli operatori di settore deputati all’applicazione della nuova disciplina; auspica quindi, degli interventi correttivi e chiarificatori.

Un commento…

Desidero soffermarmi su un passaggio delle conclusioni operate dall’Autrice: mi riferisco alla modalità con cui si può incentivare la permanenza delle imprese all’interno del territorio italiano.

Da professionista a contatto giornalmente con le problematiche inerenti la gestione industriale ed in particolar modo con il costo del lavoro, non posso non assentire al fatto che siano necessarie misure atte ad attrarre gli investitori nel nostro Paese. Abbiamo bisogno di riportare la produzione a più alti livelli in termini quantitativi e qualitativi; in questo secondo aspetto però gli Italiani sanno distinguersi per DNA… allora aspettiamo (speriamo per poco) nuove misure che aiutino l’imprenditore italiano a produrre in Italia!

[1] Sintesi dell’articolo pubblicato in Lav.giur.,n. 12/2018, pag. 1085 dal titolo La salvaguardia dei livelli occupazionali nel “decreto dignità”

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