Lavoro sommerso e sanzioni amministrative: INAMMISSIBILITÀ DELLA QUESTIONE DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DELL’ART. 4, COMMA 1, LETT. B), L. N. 183/2010

di Sabrina Pagani, Consulente del Lavoro in Milano

 

Con la sentenza 29 luglio 2020 n. 173 la Corte Costituzionale si è occupata di questioni di legittimità dell’art. 4, co.1, lett. b), L. n. 183/2010, laddove non prevede che le disposizioni dallo stesso introdotte (in merito ai criteri di applicabilità delle sanzioni amministrative previste per il lavoro sommerso) si applichino anche ai fatti commessi anteriormente alla sua entrata in vigore.

Ricordiamo che il censurato art. 4, co. 1 lett. b) della L. n. 183/2010 ha modificato l’art. 3, co. 4 del D.l. n. 12/2002, introducendo la previsione secondo cui le sanzioni amministrative pecuniarie per lavoro sommerso di cui all’art 3, co. 3 del medesimo D.l. n. 12/2002 “non trovano applicazione qualora, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione”. Dette sanzioni amministrative erano previste, nella formulazione dell’art. 3, co. 3 D.l. n. 12/2002 vigente alla data dei fatti giuridici di cui si scrive (quindi, la formulazione introdotta dall’art. 36-bis, co. 7, D.l. n. 223 del 2006) per l’ipotesi di “impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria”. La questione di legittimità è stata sollevata dalla Corte di Appello di Napoli nel corso di un contenzioso giudiziale avente ad oggetto la fondatezza dell’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria di euro 6.150 comminata ad un datore di lavoro dalla Dtl di Napoli per violazione dell’art. 3, co. 3, D.l. n. 12/2002, appunto per aver impiegato un “lavoratore non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria”.

Peraltro, nel corso del precedente giudizio di primo grado, l’azienda aveva dimostrato di aver effettuato denuncia nominativa obbligatoria all’Inail del lavoratore prima dell’ispezione e dell’avvio al lavoro del dipendente e perciò riteneva inapplicabile la sanzione per lavoro sommerso. La tesi veniva accolta dal giudice di primo grado, nel presupposto che la previsione sanzionatoria dell’art 3, co.3, D.l. n. 12/2020 relativa all’“impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria” dovesse ritenersi riferita al personale totalmente sconosciuto alla PA, in quanto non iscritto nella documentazione obbligatoria né oggetto di alcuna comunicazione prescritta dalla normativa in materia di lavoro e previdenziale. L’interpretazione dell’azienda era tra l’altro in linea con disposizioni interpretative dello stesso Ministero del lavoro (cfr circolari 25/SEGR/4024 del 29 marzo 2007 e 25/SEGR/11469 del 21 agosto 2008) e nel tempo sostenuta dalla giurisprudenza anche di legittimità (cfr Cass., civ., n. 11953/2014): ciononostante, avverso la sentenza del Tribunale, proponeva appello proprio lo stesso Ministero, Dtl di Napoli.

Curiosamente, la Corte d’Appello di Napoli rimettente il giudizio di legittimità, mentre ha sommariamente ritenuto che l’interpretazione del giudice di primo grado “in senso favorevole all’autore della violazione non sarebbe sorretta da adeguata motivazione”, ha tuttavia individuato un “possibile aggancio” nella direzione della non applicabilità della sanzione per lavoro sommerso nella disposizione temporalmente successiva dell’art. 4, co. 1, lett. b) L. n. 183/2010 sopra riportato: di conseguenza, ha sollevato questione di legittimità costituzionale proprio di tale norma, nella parte in cui non prevede che la disposizione da esso introdotta si applichi anche ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore.

La questione viene sollevata con riferimento anzitutto all’art. 3 della Costituzione (principio di uguaglianza): si legge nella sentenza che secondo la Corte d’Appello di Napoli la sanzione per lavoro sommerso avrebbe infatti natura sostanzialmente penale, e quindi l’inapplicabilità della pena più mite ai fatti anteriormente commessi alla sua entrata in vigore sarebbe irragionevole e lesiva del principio di uguaglianza, non trovando giustificazione in esigenze di salvaguardia di valori di pari rango, rispetto a quello tutelato dal principio di retroattività della lex mitior. La questione viene sollevata anche con riferimento all’art 117, primo comma, della Costituzione, in quanto la norma censurata si porrebbe in contrasto con il principio di retroattività della legge penale più favorevole come sancito sia dall’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), sia dall’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE (CDFUE)

Nella sentenza il giudice costituzionale segue un lungo excursus, in cui confuta la natura sostanzialmente penale della sanzione amministrativa per lavoro sommerso e quindi l’applicabilità dei principi di retroattività citati; richiama le note interpretative in cui il Ministero del lavoro (sopra citate) avvalora che scopo della sanzione per lavoro sommerso è punire i datori di lavoro che impieghino lavoratori assolutamente sconosciuti all’amministrazione; ricorda che proprio l’art. 4, co. 1, lett. a) della L. n. 183/2010, ha in seguito cambiato la formula descrittiva dell’illecito per lavoro sommerso, collegando specificamente la relativa sanzione alla mancata “preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro privato” e non più genericamente al fatto che il lavoratore non risulti da scritture o altra documentazione obbligatoria; che proprio tale più severa e specifica formulazione ha indotto il Legislatore della L. n. 183/2010 ad introdurre la previsione dell’art. 4, co. 1, lett. b), di inapplicabilità della sanzione nei casi in cui dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto di lavoro.

La Corte Costituzionale si pronuncia infine per la inammissibilità delle questioni: la Corte d’Appello di Napoli non ha dimostrato per quale motivo la denuncia nominativa all’Inail tempestivamente fatta dall’azienda non sia stata sufficiente ad escludere l’illecito impiego di lavoratori irregolari, in base all’art. 3, co. 3, D.l. n. 12/2002 allora vigente, come aveva invece riconosciuto il giudice di primo grado.

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