La pagina della mediazione civile e commerciale -La Consulta sancisce la legittimità costituzionale del tentativo obbligatorio di mediazione

di Lorenzo Falappi – Avvocato in Milano, Mediatore civile 

Con la sentenza n.97 del 18 aprile 2019 la Corte Costituzionale allontana ogni dubbio sulla costituzionalità del d.l. n. 69/2013, con il quale il Legislatore ha reintrodotto l’obbligatorietà della mediazione.

Si può dire che nel Palazzo della Consulta è passata molta acqua sotto i ponti dall’ormai storica sentenza n. 272 del 6 dicembre 2012, con la quale la Corte dichiarava l’illegittimità costituzionale, per eccesso di delega legislativa, del D.lgs. 4 marzo 2010, n. 28 nella parte in cui prevedeva il carattere obbligatorio della mediazione.

Con questa sentenza, infatti, la Corte Costituzionale altro non fa che dichiarare la legittimità̀ costituzionale del tentativo obbligatorio di mediazione.

In sintesi le questioni sollevate dal Tribunale di Verona – che, forse, non ama particolarmente la procedura di mediazione – sono tre, anche se poi i giudizi relativi alle prime due ordinanze di rimessione sono stati riuniti e decisi con un’unica pronuncia, vista la parziale identità delle norme denunciate e la sostanziale analogia delle censure formulate.

Nelle prime due ordinanze il giudice scaligero, con riferimento agli artt. 3 e 77, secondo comma, Cost., ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 84, co. 1, lett. i) e b) del D.l. n. 69/2013, nonché del comma 2 del medesimo art. 84.

In pratica il rimettente censura la reintroduzione della mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale in relazione a talune materie (si tratta del comma 1-bis dell’art. 5 del D.lgs. n. 28/2010 introdotto con l’art. 84, co. 1, lett. b) cit.), nonché la possibilità che il giudice condanni la parte costituita al versamento di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio in caso di mancata partecipazione al procedimento senza giustificato motivo (ovvero il comma 4-bis dell’art. 8 del D.lgs. 28/2010 introdotto con l’art. 84, comma 1, lett. i) cit.).

Con la terza ordinanza il Tribunale di Verona censura l’art. 5, comma 4, lett. a), del D.lgs. n. 28/10, lamentando la violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, vulnus che risulterebbe dal raffronto con la disciplina della negoziazione assistita prevista dal D.l. n. 132/14 (convertito in L. n.162/2014).

Passando all’analisi delle prime due ordinanze si può leggere che, secondo il giudice rimettente, sia il disposto della lettera b), che quello della lettera i) dell’art. 84 sopra citato difetterebbero dei requisiti di necessità e urgenza legittimanti la loro adozione con la modalità del decreto legge, in quanto il successivo comma 2 del medesimo art. 84, anch’esso autonomamente censurato, avrebbe posticipato la loro entrata in vigore di 30 giorni rispetto alla data di entrata in vigore del decreto legge stesso (o, più correttamente, rispetto alla data di entrata in vigore della legge di conversione).

A detta del Tribunale di Verona il predetto differimento sarebbe incompatibile con l’urgenza del provvedere, che ex art. 15, comma 3, L. n. 400/1988 presupporrebbe l’immediata applicabilità delle norme dettate dal decreto legge.

In secondo luogo il differimento determinerebbe una carenza di omogeneità finalistica tra le norme censurate e le altre introdotte dal D.l. n. 69/2013, la cui efficacia non sarebbe stata procrastinata.

Ebbene, secondo la Corte le questioni sollevate dal giudice scaligero sono infondate.

Innanzitutto, osserva la Consulta, le eccezioni in parola devono essere vagliate sulla base del consolidato orientamento della Corte medesima, secondo cui “…il sindacato sulla legittimità dell’adozione, da parte del Governo, di un decreto-legge va limitato ai casi di evidente mancanza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’art. 77, secondo comma, Cost., o di manifesta irragionevolezza o arbitrarietà della loro valutazione” (cfr. sentenza n. 99 del 2018).

In particolare, rileva il Giudice delle leggi, non è condivisibile la tesi del rimettente secondo cui “…l’insussistenza della straordinaria necessità e urgenza sarebbe desumibile dal mero differimento dell’efficacia delle disposizioni censurate”.

Di converso la Consulta, sebbene evidenzi che l’art. 15, co. 3, L. n. 400/1988, costituisca esplicitazione della ratio insita nell’art. 77, co. 2, Cost., precisa “…che la necessità di provvedere con urgenza «non postula inderogabilmente un’immediata applicazione delle disposizioni normative contenute nel decreto-legge» (sentenza n. 170 del 2017; nello stesso senso sentenze n. 5 del 2018, n. 236 e n. 16 del 2017). Mette conto, d’altra parte, osservare che, nel caso di specie, la norma che ha reintrodotto l’obbligatorietà della mediazione avrebbe evidentemente comportato un significativo incremento delle istanze di accesso al relativo procedimento: la decisione di procrastinarne, peraltro per un periodo contenuto, l’applicabilità è, pertanto, ragionevolmente giustificata dall’impatto che essa avrebbe avuto sul funzionamento degli organismi deputati alla gestione della mediazione stessa”.

E concludono, sul punto, i Giudici, “…una volta posticipata l’efficacia della mediazione obbligatoria, diviene con riguardo a essa coerente il differimento anche della connessa disciplina, posta dal secondo periodo del comma 4-bis dell’art. 8 del d.lgs. n. 28 del 2010, come introdotto dall’art. 84, comma 1, lett. i), del d.l. n. 69 del 2013, delle conseguenze della mancata partecipazione, senza giustificato motivo, al relativo procedimento”.

Altrettanto opinabile, prosegue il Collegio, è l’assunto del Tribunale di Verona in base al quale le disposizioni in esame difetterebbero di coerenza funzionale rispetto alle altre norme contenute nel D.l. n. 69/2013 in quanto il legislatore avrebbe differito l’applicabilità solo delle prime.

La Corte costituzionale, già da tempo (cfr. sentenza n. 22 del 2012), ha rilevato come dalla “uniformità teleologica” che deve accomunare le norme contenute in un decreto legge non deriva “… un generale corollario per cui queste dovrebbero tutte necessariamente sottostare al medesimo termine iniziale di efficacia. La omogeneità finalistica che deve connotare le norme introdotte con la decretazione d’urgenza non presuppone, infatti, indefettibilmente l’uniformità di tale termine, ben potendo alcune di esse risultare comunque funzionali all’unico scopo di approntare rimedi urgenti anche là dove ne sia stata procrastinata l’applicabilità”.

In particolare la Consulta sottolinea che il differimento delle norme censurate dal giudice scaligero trova il proprio fondamento nell’esigenza di salvaguardare il corretto funzionamento degli organismi di mediazione: “…dunque, non solo non è sintomatico dell’assenza di coerenza finalistica, ma, al contrario, concorre a garantirla”.

In conclusione la pronuncia esclude recisamente sia l’asserito difetto dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’art. 77 Cost., sia l’esistenza di una disomogeneità finalistica delle norme censurate rispetto alle altre contenute nel decreto-legge.

La Corte è ancora più perentoria con riferimento all’eccezione di illegittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 3 Cost., dell’art. 84, co. 2, D.l. n. 69/2013, che, come già accennato, posticipa di 30 giorni rispetto all’entrata in vigore della legge di conversione l’applicabilità delle disposizioni di cui al precedente comma.

Secondo il Tribunale di Verona sarebbe “illogica, e perciò in contrasto con l’art. 3 Cost., la decisione di differire l’applicabilità di una norma adottata in sede di decretazione d’urgenza, evidenziando, quale indice sintomatico di tale irragionevolezza, la diversa soluzione prescelta dal legislatore con riguardo ad altre norme contenute nel medesimo testo normativo”.

Tuttavia, sottolinea la Corte, dalle ordinanze di rimessione si ricava come “… i processi a quibus siano stati rispettivamente iscritti al ruolo generale degli anni 2014 e 2017; emerge quindi per tabulas che questi sono stati instaurati successivamente al periodo in cui ha prodotto effetti il differimento (trenta giorni dall’entrata in vigore, avvenuta il 21 agosto 2013, della legge di conversione) disposto dalla norma censurata”.

In altre parole la disposizione, al momento del radicarsi dei procedimenti, aveva esaurito i propri effetti, con la conseguenza che il Tribunale di Verona non avrebbe potuto applicarla; da qui l’irrilevanza delle censure e, conseguentemente, la declaratoria di inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale relative alla suddetta disposizione.

L’ultima – e forse più interessante – questione di legittimità̀ costituzionale sollevata dal Tribunale di Verona riguarda l’art. 5, comma 4, lett. a), D.lgs. n. 28/2010, nella parte in cui esclude la mediazione obbligatoria quale condizione di procedibilità nei ricorsi per decreto ingiuntivo, includendo l’eventuale opposizione fino alla pronuncia sulle istanze di concessione o di sospensione della provvisoria esecuzione.

Nello specifico il giudice rimettente assume la compromissione del principio di uguaglianza che, a suo parere, emergerebbe nei procedimenti per ingiunzione dal raffronto tra la disciplina della mediazione e quella della negoziazione assistita.

Il D.l. n.132 del 2014, art. 3, co. 3 lett. a) esclude, infatti, che la negoziazione assistita debba essere esperita nella fase monitoria o nel successivo eventuale giudizio di opposizione. Al contrario la mediazione, benché́ non applicabile alle domande proposte in via monitoria, deve essere intrapresa, stante l’art. 5 comma 4, lett. a), nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo dopo la pronuncia del giudice sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione.

Ad avviso del giudice rimettente la diversa disciplina dei due istituti integrerebbe una violazione dell’art. 3 Cost., determinando una disparità di trattamento manifestamente irragionevole e, in quanto tale, incidente nell’ambito della disciplina degli istituti processuali.

La censura in parola, superato il vaglio di ammissibilità, giustamente è stata ritenuta infondata dalla Corte.

E’ indubbio che mediazione civile e negoziazione assistita rientrano nel novero delle ADR, e che ad entrambi va ricollegato l’intento deflattivo perseguito dal legislatore nel momento in cui li ha strutturati in termini di condizioni di procedibilità della domanda giudiziale.

Tuttavia da tale considerazione non si può dedurre che vi siano situazioni sostanzialmente identiche disciplinate in modo ingiustificatamente diverso, ossia sussista l’asserito vulnus al principio di eguaglianza lamentato dal Tribunale di Verona e, quindi, l’illegittimità della disposizione per violazione dell’art. 3, Cost.

Infatti, come rileva la sentenza, “…il procedimento di mediazione è connotato dal ruolo centrale svolto da un soggetto, il mediatore, terzo e imparziale, là dove la stessa neutralità non è ravvisabile nella figura dell’avvocato che assiste le parti nella procedura di negoziazione assistita.

A conferma di ciò è sufficiente richiamare l’art. 3, co. 2, D.lgs. n. 28/2010, allorché viene espressamente previsto che il regolamento dell’organismo di mediazione debba garantire “…modalità di nomina del mediatore che ne assicurano l’imparzialità e l’idoneità al corretto e sollecito espletamento dell’incarico”; o, piuttosto, il successivo art. 14, in base al quale “…al mediatore e ai suoi ausiliari è fatto divieto di assumere diritti o obblighi connessi, direttamente o indirettamente, con gli affari trattati, fatta eccezione per quelli strettamente inerenti alla prestazione dell’opera o del servizio; è fatto loro divieto di percepire compensi direttamente dalle parti” (comma 1) ed è fatto inoltre obbligo di “…sottoscrivere, per ciascun affare per il quale è designato, una dichiarazione di imparzialità secondo le formule previste dal regolamento di procedura applicabile”, nonché di “informare immediatamente l’organismo e le parti delle ragioni di possibile pregiudizio all’imparzialità nello svolgimento della mediazione” (comma 2, lett. a e b).

Pertanto, prosegue la Corte, laddove nella mediazione “…il compito – fondamentale al fine del suo esito positivo – di assistenza alle parti nella individuazione degli interessi in conflitto e nella ricerca di un punto d’incontro è svolto da un terzo indipendente e imparziale, nella negoziazione l’analogo ruolo è svolto dai loro stessi difensori: è conseguentemente palese come, pur versandosi in entrambi i casi in ipotesi di condizioni di procedibilità con finalità deflattive, gli istituti processuali in esame siano caratterizzati da una evidente disomogeneità”.

In tale senso è senz’altro pertinente il richiamo alla sentenza n. 98 del 2014, con la quale la Corte, chiamata ad esaminare “…la mediazione tributaria disciplinata dall’art. 17-bis del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (…) ha difatti rimarcato che la mancanza, in essa, «di un soggetto terzo che, come avviene per la mediazione delle controversie civili e commerciali disciplinata dal d.lgs. n. 28 del 2010 svolga la mediazione»” (…) “…se da un lato «comporta l’impossibilità di ricondurre la mediazione tributaria al modello di quella civilistica», dall’altro «induce a dubitare della stessa riconducibilità dell’istituto all’ambito mediatorio propriamente inteso»”.

In conclusione l’evidenziata disomogeneità delle due fattispecie esclude ogni possibile comparazione tra le stesse idonea a integrare l’asserita violazione dell’art. 3 Cost., non potendosi ravvisare un irragionevole trattamento differenziato nei confronti della mediazione e, quindi, una scelta legislativa arbitraria.

Infine di particolare spessore appaiono le ultime osservazioni dei giudici.

La Corte rileva che “…la presenza di un terzo del tutto indipendente rispetto alle parti giustifica, infatti, le maggiori possibilità della mediazione, rispetto alla negoziazione assistita, di conseguire la finalità cui è preordinata e, pertanto, la scelta legislativa di rendere obbligatoria solo la prima, e non la seconda, anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo”.

In altri termini viene sottolineato che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo “…il legislatore ha ritenuto inutile imporre la negoziazione assistita, giacché essa è condotta direttamente dalle parti e dai loro avvocati, senza l’intervento di un terzo neutrale”, a differenza, come detto, di quanto avviene con riferimento alla mediazione.

Tali affermazioni hanno un riscontro dalla realtà dei fatti.

Infatti, secondo i dati statistici del Ministero della Giustizia si è confermata, per l’anno 2018, la crescita dell’istituto sia sotto il profilo della partecipazione al procedimento delle parti (cresciuto dal 48,2% del 2017 al 50,4%), sia per gli accordi raggiunti, che si hanno nel 44,8% delle procedure – rispetto al 43% del 2017 – quando il tentativo di mediazione supera il primo incontro.

Sono dati che, confrontati all’impatto della negoziazione assistita – nelle materie in cui la stessa è condizione di procedibilità – pur con tutte le inevitabili approssimazioni giustificano senza alcun minimo dubbio le conclusioni dei Giudici costituzionali in ordine alle maggiori possibilità della mediazione – rispetto alla negoziazione assistita – di conseguire le finalità cui è preordinata.

Quindi, a ben vedere, in futuro l’unica strada realisticamente percorribile dal Legislatore per ottenere un sempre più maggior effetto deflattivo non potrà che essere quella di ampliare la platea delle materie oggetto di mediazione obbligatoria.

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