La gestione del rischio in azienda (*)

di Luca Di sevo – Consulente del Lavoro in Bollate (Mi)

Pierguido Soprani analizza il ruolo del lavoratore  nel sistema di sicurezza aziendale

Il lavoratore subordinato è il soggetto beneficiario della normativa sulla prevenzione degli infortuni e sull’igiene nei luoghi di lavoro. In base all’art. 2094 cod. civ., il lavoratore è soggetto al potere direttivo esercitato dal datore di lavoro (o dai preposti) e, secondo l’art. 20, comma 2, lett. a, D.lgs. n. 81/2008, anch’egli, seppure “creditore degli adempimenti in merito di sicurezza”, deve contribuire insieme al datore di lavoro (e preposti), all’adempimento di tutti gli obblighi previsti per tutelare la sicurezza durante il lavoro, ma senza oneri finanziari a suo carico (art. 15, comma 2, D.lgs. n. 81/2008).

Il ruolo del lavoratore deve essere di garanzia per la tutela della propria sicurezza e dei propri colleghi: per fare questo, il lavoratore deve applicare la diligenza richiestagli (art. 2104 cod. civ.), e al contempo deve “prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro” (art. 20, comma 1, D.lgs. n. 81/2008). L’indagine conoscitiva sulla sicurezza (Commissione Smuraglia 2) ha evidenziato che la tutela della sicurezza e della salute dipende da due condizioni indispensabili ma non sufficienti: che l’ambiente, le macchine e gli impianti siano sicuri e che il comportamento del lavoratore sia conforme alle esigenze di sicurezza.

LA GESTIONE DEL RISCHIO DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO

La condotta non lecita del lavoratore non annulla il principio della responsabilità del datore di lavoro; al tempo stesso, in capo al lavoratore vige l’obbligo di diligenza, che deve andare di pari passo con l’obbligo prioritario di vigilanza da parte dell’azienda. Al fine di mitigare la responsabilità oggettiva del datore di lavoro, si è affermato un orientamento giurisprudenziale “innovativo” che ha messo in evidenza come il sistema della normativa antinfortunistica si è trasformato da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro, ad un modello “collaborativo”, in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori. È stato rivisto nel corso degli anni il principio dell’irrilevanza della condotta colposa del lavoratore, facendo leva sull’individuazione di ogni singola “area di rischio” da parte del datore di lavoro che deve valutare attentamente le procedure di sicurezza; questo permette di stabilire se la condotta del lavoratore si ritrova all’interno della singola area di rischio (“rischio tipico”), oppure generi un rischio nuovo (“rischio eccentrico”) estraneo al processo produttivo. Il D.lgs. n. 81/2008 impone ai lavoratori di attenersi alle disposizioni indicate dall’azienda, di agire sempre con diligenza, prudenza e perizia: la valutazione del comportamento “esorbitante” o “abnorme” del lavoratore deve essere sempre correlata al principio di autoresponsabilità e collaborazione del lavoratore.

IL RUOLO DEL LAVORATORE

In linea generale, il nesso causale tra la condotta colposa del datore di lavoro per l’omessa predisposizione o vigilanza sull’osservanza delle prescrizioni  antinfortunistiche e l’evento infortunistico non è condizionato dal comportamento imprudente del lavoratore. Da ciò deriva che il datore di lavoro è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente sia accertato come eccezionale, imprevedibile, inopinabile, esorbitante, oppure inosservante delle disposizioni antinfortunistiche, oppure nel caso di “comportamento doloso” o di “macroscopica imprudenza”.

Vige il principio per cui la condotta del lavoratore può assumere rilevanza penale, solo se sono stati adottati tutti gli adempimenti da parte del datore di lavoro, ed inoltre al datore di lavoro non è consentito fare affidamento esclusivo sull’esperienza professionale del lavoratore.

Si parla di colpa “concorrente” del lavoratore, quando il modo improprio di operare si può definire arbitrario, e non quando risulta indotto dalla necessità derivante da condizioni di lavoro non sicure per inadempienze del datore di lavoro.

Laddove l’azienda dimostra di aver adottato le misure per rendere l’ambiente di lavoro “sicuro”, si aspetta l’esatto adempimento dell’obbligazione di lavoro da parte del lavoratore, e l’uso della diligenza nello svolgimento delle singole lavorazioni. “Pertanto l’obbligo del datore di lavoro di vigilare affinché siano impediti atti o manovre rischiose del dipendente nello svolgimento del suo lavoro, così come di controllare l’osservanza da parte dello stesso delle norme di sicurezza “non comporta una continua vigilanza nell’esecuzione di ogni attività né il dovere di affiancare un preposto ad ogni lavoratore impegnato in mansioni richiedenti la prestazione di una sola persona, o di organizzare il lavoro in modo da moltiplicare verticalmente i controlli fra i dipendenti, richiedendosi solo una diligenza rapportata in concreto al lavoro da svolgere, e cioè alla ubicazione del medesimo, all’esperienza e specializzazione del lavoratore, alla sua autonomia, alla prevedibilità della sua condotta, alla normalità della tecnica di lavorazione … Pertanto, la responsabilità del datore di lavoro va totalmente esclusa se l’infortunio accaduto a lavoratore esperto, trovi causa in una manovra dello stesso, estremamente pericolosa e non necessaria per l’esecuzione del compito affidatogli, poiché l’elevata pericolosità di tale condotta (e la sua estraneità alla mansione assegnata) ne comporta la imprevedibilità” (Cass. civ., sez. lav., 10 luglio 1996, n. 6282).

Infine, ciascun lavoratore ha l’obbligo di segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze delle attrezzature di lavoro, dei mezzi di trasporto, nonché dei dispositivi di sicurezza e dei dispositivi di protezione messi a loro disposizione, nonché qualsiasi eventuale condizione di pericolo di cui vengano a conoscenza (art. 20, D.lgs. n. 81/2008).

CONCLUSIONI

Le “azioni pericolose” del lavoratore sono tuttora alla base di un numero significativo di infortuni e, nonostante l’innovazione tecnologica, l’informazione, la formazione e l’addestramento professionale, l’organizzazione aziendale della prevenzione e l’esistenza di procedure di sicurezza, esse non sono ulteriormente riducibili. È questo l’aspetto più pericoloso e delicato del ruolo del lavoratore, il quale deve supportare il datore di lavoratore con un comportamento diligente e attento.

CASISTICA GIURISPRUDENZIALE

Cass. pen., sez. IV, 3 marzo 2016, n. 8883 Cass. pen., sez. IV, 2 novembre 2018, n. 49885 Cass. pen., sez. IV, 17 novembre 2020, n. 32178

Cass. pen., sez. IV, 25 giugno 2021, n. 24830.

* Sintesi dell’articolo pubblicato in Igiene & Sicurezza del Lavoro, 8-9, 2021, dal titolo Il ruolo del lavoratore nel sistema di sicurezza aziendale.

 

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