La detenzione e lo spaccio di stupefacenti sono condotte sussumibili nella nozione di giusta causa

di Gabriele Fava , Avvocato in Milano

 

Con l’ordinanza n. 4804 del 19 febbraio 2019, la Suprema Corte ha chiarito che lo spaccio e la detenzione di stupefacenti rappresentano condotte, seppur “extra-lavorative”, in astratto rilevanti ai fini disciplinari.

La questione era sorta con riferimento ad un licenziamento irrogato ad un dipendente, a seguito di procedimento disciplinare. Nella contestazione era stato espressamente richiamato il decreto di rinvio a giudizio in sede penale del Gip. Oggetto della contestazione, quindi, erano i fatti – reato descritti nel decreto stesso, ovvero: l’illecita detenzione ad evidente fine di spaccio di un’elevata quantità di sostanze stupefacenti e il reato continuato di acquisto, con cadenza regolare e detenzione con evidente fine di spaccio delle medesime sostanze.

Si trattava di una contestazione basata sul dato processuale, relativo al rinvio a giudizio in sede penale, appreso dalla società per il tramite delle pubblicazioni giornalistiche, avente ad oggetto specifiche condotte del dipendente, anche se estranee all’azienda.

La Corte d’Appello di Venezia aveva rigettato il gravame proposto dalla società datrice di lavoro avverso la sentenza del Tribunale di Vicenza e aveva, quindi, confermato l’illegittimità del licenziamento, con le relative conseguenze sanzionatorie, ovvero la reintegra e l’indennità di cui all’art. 18, L. n. 300/1970.

Secondo la Corte d’Appello il licenziamento era illegittimo perché fondato unicamente sul dato processuale, estraneo alla realtà aziendale; l’illegittimità, inoltre, a dire della Corte territoriale, derivava dalla specifica circostanza che la società non avesse svolto alcuna indagine interna e che non erano stati enunciati i profili soggettivi ed oggettivi tali da giustificare la sanzione espulsiva.

Giunta al vaglio della Corte di Cassazione, la vicenda è stata analizzata da una diversa prospettiva.

In particolare, la Suprema Corte ha evidenziato che la datrice di lavoro non ha posto alla base della contestazione disciplinare e del licenziamento il mero dato processuale, ma i fatti materiali, ovvero la detenzione e lo spaccio di elevata quantità di sostanza stupefacente.

Le condotte poste in essere dal dipendente, oltre ad avere rilevanza penale, sono contrarie alle norme dell’etica e del vivere civile comuni, tali da costituire, almeno astrattamente, giusta causa di licenziamento.

La Cassazione ha evidenziato, infatti, che l’estraneità delle condotte alla realtà aziendale, di per sé non è idonea ad escluderne la rilevanza penale, posto che, comunque, le citate vicende hanno un riflesso, anche solo potenziale, ma oggettivo, sulla funzionalità del rapporto di lavoro.

Pur non essendo stato generato un danno concreto all’azienda, infatti, il disvalore delle condotte è stato tale da minare e compromettere in modo definitivo il vincolo fiduciario che lega il datore di lavoro e il dipendente.

Pertanto, la Corte di Cassazione, in base alla ricostruzione sopra riportata, ha cassato la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia in diversa composizione, rilevando che le condotte poste in essere dal dipendente, pur essendo “extra-lavorative”, per la gravità ed il disvalore, sono astrattamente sussumibili nella nozione legale di giusta causa di cui all’art. 2119 c.c., avendo un riflesso oggettivo – anche solo potenziale – sul rapporto di lavoro e sul vincolo fiduciario che lega il lavoratore ed il datore di lavoro.

 

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