La deliberazione dello stato di crisi nelle cooperative di lavoro: LO STATO DELL’ARTE E LE CRITICITÀ

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

 

Una delle norme che maggiormente danno luogo a polemiche quando si considera la regolamentazione della cooperazione di lavoro è l’articolo 6 della Legge 3 aprile 2001, n. 1421, laddove prevede (comma 1 lett. d) ed e):

“… [omissis] d) l’attribuzione all’assemblea della facoltà di deliberare, all’occorrenza, un piano di crisi aziendale, nel quale siano salvaguardati, per quanto possibile, i livelli occupazionali e siano altresì previsti: la possibilità di riduzione temporanea dei trattamenti economici integrativi di cui al comma 2, lettera b), dell’articolo 3; il divieto, per l’ intera durata del piano, di distribuzione di eventuali utili;

e) l’attribuzione all’assemblea della facoltà di deliberare, nell’ambito del piano di crisi aziendale di cui alla lettera d), forme di apporto anche economico, da parte dei soci lavoratori, alla soluzione della crisi, in proporzione alle disponibilità e capacità finanziarie … [omissis] …”.

In sostanza, in caso di crisi economica o finanziaria, l’assemblea ha facoltà di assumere con propria deliberazione un programma di rientro dalla crisi che – proporzionalmente alle capacità dei soci – può prevedere anche forme di apporto economico da parte degli stessi (mediante ad esempio riduzione   delle retribuzioni correnti) ed in vigenza del quale non può procedersi all’attribuzione di utili, o può stabilire una riduzione dei ristorni.

D’altra parte una siffatta disposizione ha una sua ragion d’essere nel momento in cui ci si soffermi sulla circostanza che in capo al socio di cooperativa di lavoro “coesistono più rapporti contrattuali e che, quindi, il lavoro cooperativo è luogo di convergenza di più cause contrattuali” come riconosciuto della stessa Cassazione, con la sentenza a SS. UU. n. 27436 del 20 novembre 2017, e cioè legate sia al rapporto di lavoro, sia al patto mutualistico, sia al patto sociale.

È pur vero che – l’esperienza insegna – una simile previsione si può prestare ad abusi nei confronti del socio, laddove la cooperativa non sia governata in modo propriamente “virtuoso”. Non a caso alla lettera d) si parla di temporaneità delle riduzioni dei trattamenti integrativi (e quindi anche del divieto di ripartizione di utili), ed alla e) la previsione degli apporti da parte dei soci è contemperata dalla proporzione con le capacità finanziarie dei singoli.

Conferma ne sia come la Suprema Corte, da ultimo con ordinanza n. 2967/2021, abbia sempre ribadito l’elemento della temporaneità quale requisito essenziale per la deliberazione dello stato di crisi e del relativo programma di rientro, altrimenti soggetti ad annullabilità, inquadrando tale scelta quale modalità di contemperamento e composizione degli interessi tutelati tanto dall’articolo 36, quanto dall’articolo 45 della Costituzione (si veda a tal proposito Cass. 17250/2004)2.

Ove detto elemento mancasse, infatti, si vedrebbe leso il principio dell’inderogabilità in pejus del trattamento economico stabilito dal Ccnl di riferimento (Cass. n. 25631/2020), individuato secondo i criteri di cui all’art. 7, co. 4 del D.l. n. 248 del 2007 (ribaditi da ultimo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 51/2015).

Va inoltre ribadito come – stante l’autonomia dell’obbligazione contributiva ex articolo 38 della Costituzione, rispetto a quella retributiva di cui all’art. 36, e la conclamata indisponibilità della stessa3 – il versamento dei contributi assicurativi e previdenziali debba continuare ad essere assolto sulla base degli importi delle retribuzioni stabilite da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, come da articolo 1 della L. n. 389/1989 e non di quelli ridotti di cui alla deliberazione dello stato di crisi.

Ciò è stato confermato da ultimo dalla sentenza n. 15172/2019 della Suprema Corte, che ha richiamato a sua volta il principio di cui alla sentenza n. 17531/2016 secondo il quale è applicabile anche alle società cooperative il principio che l’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non possa essere inferiore a quello che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuto in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale.

Questo lo stato dell’arte.

Se a fronte del quadro di tutele sopra delineato gli abusi continuano, la questione non si pone sulla correttezza o meno del  principio normativo e sull’opportunità della vigenza dello stesso, quanto sull’analisi delle modalità con cui lo stesso è utilizzato per eludere i diritti dei soci.

Pensiamo ad esempio ad un fenomeno diffuso in settori, come quello della logistica, di cooperative o gruppi di cooperative (talora legate in consorzi o contratti di rete) che assumono appalti a prezzi non economicamente sostenibili e finiscono con l’essere perennemente in stato di crisi (sancito da continue delibere di proroga dello stesso). Non di rado queste cooperative agiscono assumendo gli appalti a rotazione ed assorbendo i “soci”4 delle omologhe ormai compromesse e ridotte a scatole vuote. Spesso una analoga rotazione si osserva anche nelle nomine degli organi sociali. Spessissimo queste cooperative si scoprono legate tutte ad un medesimo soggetto.

In quale sede rinvenire i rimedi?

A chi scrive spiace doversi ripetere, ma qualunque correttivo è impensabile in assenza di un controllo in sede di revisione periodica (D.lgs. n. 220/2002) che valuti la coerenza tra le misure intraprese per far fronte allo stato di crisi e le modalità con cui la cooperativa viene gestita, verificando se e come la cooperativa operi di concerto con altri soggetti.

È inoltre necessario che rilievi e correttivi vengano proposti ed assunti con tempestività.

Diversamente, come spesso accade, lo stato di crisi finisce col trascinarsi nel tempo fino a giungere (talora dopo discutibili sostituzioni degli organi sociali che somigliano al “gioco del cerino”) alla liquidazione coatta amministrativa o allo scioglimento d’ufficio di soggetti ormai inattivi e nella totale assenza di un qualsivoglia patrimonio da liquidare.

1. Non a caso vi sono Disegni di Legge che ne propongono l’abrogazione.

2. Si vedano anche Cass. n. 19235/2008 e n. 6390/2007.

3. Si veda da ultimo Cass. Ord.za n. 18371/2020.

4. L’uso delle virgolette è d’obbligo.

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