LA COOPERAZIONE DI LAVORO, tra abusi dell’istituto ed apprendisti legislatori

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

 

La cooperazione di lavoro non ha mai avuto vita facile: gli stessi “Probi Pionieri di Rochdale” ebbero i loro problemi quando, dopo il consolidarsi dell’esperienza del Negozio Cooperativo, crearono la Società del Mulino e la Società del Cotonificio.

Ed i motivi erano quanto mai attuali: l’estensione dei benefici della mutualità ai lavoratori (a tutti i lavoratori!) che vi erano impiegati e la misura, le modalità ed i tempi in cui farlo. Guardando al panorama normativo italiano, non è un caso che nel 1911 vi fossero norme che imponessero la giusta remunerazione dell’opera prestata da soci ed operai nella cooperativa1: evidentemente qualcuno operava disparità.

E sempre in tema di “incidenti di percorso”, è dell’immediato dopoguerra (1953) una pronuncia del Comitato Centrale per le Cooperative che bolla come aventi scopo illecito quelle cooperative che si costituiscono col solo scopo di fornire l’opera dei soci in appalto di mera manodopera2 e le sanziona con la non iscrivibilità nel registro prefettizio.

Un rapido confronto con certe situazioni attuali ci conferma che, come si sarebbe espressa la sapienza degli antichi, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”.

Non è un caso quindi la frequenza con cui il decisore pubblico interviene sulla materia, al fine di salvaguardare un istituto che ha nobili finalità, perché si propone di “attribuire al lavoro l’intero guadagno della produzione”, esplicando così una funzione sociale che viene garantita e tutelata dalla nostra Costituzione3.

Alla luce del dettato costituzionale il compito della norma (che in astratto è di regolare un istituto in modo definito e secondo il criterio generale della certezza del diritto) diventa, con riferimento alla cooperazione di lavoro, quello di definire in modo univoco il trattamento del socio di cooperativa e, nello specifico, come debba essere remunerata l’opera da lui prestata, in termini sia di retribuzione sia di partecipazione ai risultati di questa, e di quali obblighi, diritti e interessi lo stesso sia rispettivamente destinatario e portatore.

Ma non finisce qui: avendo chiare le fattispecie di abuso dello schermo cooperativo, il decisore pubblico dovrebbe anche individuare le misure di prevenzione, tutela e repressione dei comportamenti illeciti.

E qui iniziano i problemi.

La teoria del diritto vorrebbe, infatti, che si partisse dalla ricostruzione delle fattispecie di abuso per coglierne i meccanismi e quindi individuare le misure di prevenzione e gli indizi dei comportamenti delittuosi.

La pratica della normazione a furor di popolo e su spinta ideologica fa sì invece che il nostro Legislatore si comporti come quei giudici che nei processi per violenza sessuale sentenziano con minore severità (quando non assolvono) se la vittima “non era illibata”  o di “condotta libertina”, o “si truccava” … o “vestiva in jeans”: la colpa in altri termini è della vittima che se avesse “messo il burqa” materialmente e figurativamente avrebbe evitato lo stupro.

Questa, infatti, è l’impressione che lo scrivente nutre osservando una serie di proposte di Legge che sono state in questi ultimi tempi all’attenzione della XI commissione (la commissione lavoro, cioè) della Camera dei Deputati.

L’impressione, cioè, che si guardi alla cooperazione come nei paesi culturalmente arretrati si guarda alla donna e che la si possa tutelare solo limitandone l’autonomia e l’iniziativa e – già che ci siamo – mettendole addosso un sacco informe così da renderla pure difficilmente riconoscibile.

Non a caso sono proposte che piacciono tanto a qualcuno che afferma (visto che oltre che di cooperazione trattano anche di appalto e somministrazione): “trasformiamo ogni cambio di appalto in un Viet Nam”.

Ma quando si va ad analizzarne l’impatto in termini di novità ed efficacia (in termini di prevenzione e repressione degli abusi cioè) ci si rende conto della loro manifesta inutilità in quanto non vanno oltre le dichiarazioni ideologiche di principio e l’affermazione di teorie superate dai fatti e dalla prassi.

Mi riferisco alla proposta di Legge n. 1423 (a firma dei deputati Costanzo ed altri) presentata il 6 dicembre 2018 ed in discussione in commissione Lavoro da luglio dello scorso anno.

Essa parte infatti dal presupposto discutibile, ma caro a certo vetero sindacalismo, che sia l’attuale architettura normativa (ed in particolare la L. n. 142/2001 ed il D.lgs. n. 276/2003) a favorire, se non addirittura a promuovere, gli abusi … che è un po’ come dire, se mi si passa la similitudine di prima, che non è lo stupratore a commettere l’abuso, bensì la vittima “ansiosa di cedere come le mura di Gerico crollarono al suono delle trombe di Giosuè”.

Questa impostazione si nota già dalla relazione introduttiva: essa parte dalla menzione di fatti di cronaca, ma anziché approfondirli (perché una adeguata razionalizzazione consentirebbe di ricostruire la genesi dell’illecito e quindi di individuare le misure di prevenzione), si perde in disquisizioni sulla distinzione tra “teoria monistica” e “teoria dualistica”, ovvero se la prestazione del socio discenda dal rapporto sociale o configuri un autonomo rapporto di lavoro, bellamente sorvolando sul fatto che questa contrapposizione è ormai superata da oltre vent’anni, perché è la stessa Legge n. 142 del 3 aprile 2001 che l’ha superata e poco importa se all’articolo 1, comma 2 della stessa il rapporto di lavoro sia “ulteriore” o “ulteriore e distinto” perché la prospettiva è che i soci costituiscono le cooperative (le cooperative sane!) non per eludere le norme di diritto del lavoro o piuttosto per avere una “controparte contrattuale” (neanche fosse “il morto” al gioco del tressette), ma per godere dei vantaggi della mutualità.

Come affermava George Jacob Holyoake, uno dei padri del movimento cooperativo “ il lavoro cooperativo propone di salariare il capitale, pagarlo al prezzo di mercato e di attribuirsi tutti i guadagni”.

Se si razionalizza l’istituto della cooperazione di lavoro, infatti, si osserva che lo scopo mutualistico è soddisfatto dalla instaurazione di un rapporto di lavoro che – adeguatamente remunerato – consentirà, se ben integrato nel ciclo produttivo, di ottenere i risultati che saranno poi fatti propri dai soci (e cioè i ristorni).

Va da sé che i due rapporti, quello associativo e quello lavorativo, coesistono, ma nessuno può sostenere che essi siano autonomi ed indipendenti l’uno dall’altro: le vicende di questo influiranno necessariamente su quello e viceversa.

Né tanto meno può affermarsi che in questa prospettiva i diritti dei lavoratori vengano sminuiti, in quanto una siffatta concezione è da tempo superata non solo dalla produzione normativa, ma anche da prassi e da giurisprudenza consolidate.

Si veda all’uopo quanto disposto dall’art. 7, comma 4 del D.l. n. 248 del 2007 in tema di trattamento economico per i soci lavoratori: “ fino alla completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative, in presenza di un pluralità di contratti collettivi della medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività ricomprese nell’ambito di applicazione di quei contratti di categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria”  previsione, per altro, che può piacere o meno4, ma la cui rispondenza al dettato costituzionale è confermata dal Giudice delle Leggi, con la sentenza n. 51 dell’11 marzo 2015; e nella stessa prospettiva la Cassazione, con la sentenza a SS. UU. n. 27436 del 20 novembre 2017, ha espressamente riconosciuto come in capo al socio lavoratore “coesistono più rapporti contrattuali e che, quindi, il lavoro cooperativo è luogo di convergenza di più cause contrattuali” 5rimettendo quindi all’interessato la facoltà se impugnare la delibera di esclusione e così mettere i presupposti per una reintegra ex articolo 18 della L. n. 300/70, ovvero se limitare la sua richiesta alla sola tutela obbligatoria ex articolo 8 della L. n. 604/66, stante il disposto dell’articolo 5 comma 2 della L. n. 142/2001.

Fermo restando, per altro, che l’accertata illegittimità della delibera di esclusione del socio, con conseguente ripristino del rapporto associativo, determina comunque l’applicabilità della tutela reale (Cass. Civ., sez. Lavoro, 04/06/2015, n. 11548) e che ove le vicende che hanno portato all’esclusione ed al licenziamento si intreccino6, si verifica l’ipotesi della connessione di cause che porta entrambe le domande nella competenza del giudice del lavoro ex articolo 40, comma 3 del c.p.c. (si considerino infra multis Cass., Civ., sez. VI, 06/10/2015, n. 19975 e Cass., Civ., sez. VI, 21/11/2014, n. 24917).

Viene, inoltre, da osservare che con la pronuncia della Corte Costituzionale n. 59 del 24 febbraio 2021, il quadro delle tutele è completo anche per quanto attiene l’obbligo di reintegra in caso di illegittimità del licenziamento per giustificato motivo.

Tra l’altro la portata del comma 2 dell’art. 5 della L. n. 142/2001 è ben definita dalla Suprema Corte in questi termini:

“La competenza del giudice ordinario nelle controversie fra socio lavoratore e cooperativa è rigorosamente limitata alle questioni attinenti alle prestazioni mutualistiche ossia alle prestazioni che la società assicura ai suoi soci con termini più vantaggiosi rispetto ai terzi. Conseguentemente sussiste la competenza del giudice del lavoro, e non del tribunale ordinario, qualora si controverta sulla cessazione del rapporto associativo e del rapporto lavorativo” (Cassazione civile, sez. lav., 18/01/2005, n. 850).

 

Stando così le cose viene da chiedersi quale sia l’effettiva utilità delle modifiche alla L. 142/2001 proposte negli articoli da 1 a 4 della proposta di Legge in esame. Curiosità che aumenta (per dirne una) quando si vorrebbe capire come procedere “all’equa ripartizione delle occasioni di lavoro e del monte ore lavorabili” (art. 3, co. 1 del d.d.l.) in assenza di un regolamento interno ex art. 6 della L. n. 142/2001 … che invece si vorrebbe abrogato all’art. 4 del d.d.l. poiché, parole del relatore,“… se il socio lavoratore è titolare di un <<parallelo>> rapporto di lavoro questi strumenti non hanno ragione di esistere”. 

Il che è anche illusorio, in quanto, che il rapporto di lavoro sia “parallelo” o meno, il socio resta tale e non si capisce a che titolo potrebbe garantirsi dall’essere chiamato a contribuire in caso – ad esempio – di “crisi aziendale”7 con questa abrogazione, restandovi comunque obbligato in forza della Legge o dello Statuto8.

O ancora quale sia l’utilità di definire normativamente “ la maggiore rappresentatività comparativa a livello nazionale nella categoria delle organizzazioni datoriali” 9 … dal momento che queste, in quanto Centrali Cooperative (rectius “associazioni nazionali di rappresentanza, assistenza, tutela e revisione del movimento cooperativo”) godono già di un riconoscimento normativo ex articoli 5 e 6 del D.L.C.P.S. n. 1577/1947 (cosiddetta Legge Basevi) e D.M. 21 maggio 2018 … salvo che non si voglia trovare un modo per riconoscerne di fatto altre oppure (e questo sarebbe grave!) eludere la pronuncia n. 106/1962 della Corte Costituzionale. Del pari sarebbe interessante sapere a cosa giovi inventarsi il reato di “ falsità ideologica in atti delle società cooperative” (art. 7 del d.d.l.) e come si coordini con le fattispecie di reato di “falsità in atti societari”. Mi spiego meglio: la falsità ideologica si configura come un illecito che riguarda la sfera dell’interesse pubblico (articoli 479 e ss. c.p.) per questo richiede che l’atto che ne viene viziato sia pubblico, ovvero che abbia una valenza pubblica, e che almeno uno degli attori, o il soggetto indotto in errore, sia un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio o un esercente un servizio di pubblica necessità; la norma che si vorrebbe introdurre (e cioè l’articolo 2625 bis c.c.) richiama a sua volta l’art. 483 c.p. e cioè la falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; avrebbe pertanto un senso se fosse riferita alle castronerie che l’amministratore truffaldino di cooperativa propina, talvolta impunemente, al revisore in sede di revisione ordinaria, o all’ispettore in sede di ispezione straordinaria, onde riportare nel relativo verbale una rappresentazione dei fatti diversa dalla realtà. Cosa c’entri allora con gli “atti societari” (a meno che non voglia riferirsi al procedimento di omologazione conseguente alla stipula di atto costitutivo e statuto, oggi effettuato dal Notaio quale pubblico ufficiale rogante10) e con i “verbali assembleari” (salvo che non si riferisca alle delibere di assemblea straordinaria), riesce difficile capirlo, atteso che le fattispecie di “falsità in atti societari” sono già previste al capo I del titolo XI del libro V del codice civile. Al più potrebbe essere produttivo – se si vuole inasprire l’apparato sanzionatorio – equiparare le cooperative di più grandi dimensioni ed i consorzi di cooperative, che complessivamente giungono a dimensioni a queste paragonabili alle società quotate, prevedendo sempre la procedibilità d’ufficio ed escludendo il ricorrere della lieve entità (causa di riduzione della pena) o della tenuità del fatto (causa di non procedibilità)

Non è un caso che abbia parlato di dimensioni (in termini di occupati) e di strumento consortile poiché è proprio il gigantismo che favorisce la depersonalizzazione nell’ambito del rapporto societario e la parcellizzazione dei contratti, quali elementi che agevolano l’illecito.

E non è un caso che abbia parlato prima della revisione cooperativa; essa anzi, è il punto focale della questione, e spiace vedere come il d.d.l. che si è preso in considerazione lo sfiori soltanto agli articoli 5 e 6.

Se gli illeciti sono resi possibili è perché talvolta – dobbiamo avere il coraggio di  ammetterlo l’attività revisionale è svolta su base meramente documentale, complici i tempi ristretti ed un malinteso senso dell’esclusività delle competenze tra Mise, Itl, AdE e Centrali Cooperative (per non parlare della “gelosia del dato”), che fanno sì che si creino zone d’ombra su cui è difficile indagare o gettare luce.

Forse è il caso di metter mano ad una più profonda revisione (mi si perdoni il gioco di parole) dell’attività revisionale, che superi l’impianto del D.lgs. n. 220/2002: perché il controllo sia utile è necessario che sia effettivo, continuo, tempestivo e pregnante, ed in particolare teso a verificare che la cooperativa non abbia un dominus di fatto più o meno occulto e che la sua attività non sia mera esecuzione di decisioni assunte in sede di direzione consortile, o di gruppo societario o di controllanti a vario titolo (tutte ipotesi, per altro, difficilmente configurabili in una cooperativa “pura”).

Ma vi è di più: è necessario che anche nelle cooperative sane si guardi con un po’ meno fastidio alle forme di controllo legale ed all’audit interno, considerandole opportunità e non costi aggiuntivi, cappi e lacciuoli 11. Vi è infine un’ultima osservazione (e poi prometto di non annoiare oltre chi legge): l’amministratore truffaldino di cooperativa di cui parlavo prima, non ha capacità “mefistofeliche” tali da non necessitare di un minimo di know how fornito da professionisti; e quando frequenta i nostri studi o ci chiede di collaborare con lui, si riconosce nell’attimo stesso in cui inizia a parlare, da come espone i suoi “progetti di sviluppo”; se non sembrasse un esercizio di arroganza potrei azzardare che quelli tra noi più esperti potrebbero riconoscerlo quasi dalla fisionomia. Ed allora è anche compito nostro far sì che attorno a questi soggetti si crei il vuoto, che li si metta in condizione di non nuocere, che gli si dica chiaro e tondo che stanno commettendo un illecito … parafrasando una frase celebre, che “a questi pesci si tolga l’acqua in cui nuotare”.

1. Si vedano gli articoli 9 e 10 del R.D. 12 febbraio 1911 n. 278 “Regolamento per le cooperative e i loro consorzi ammessi a pubblici appalti”

2. Riunioni del Comitato Centrale per le Cooperative del 16/9/1953, del 27/7/1955 e del 6/10/1955, del 23/01/1957 e del 24/7/1959: “è da ritenere contrastante con lo scopo mutualistico delle società cooperative l’attività di quelle cooperative di lavoro, le quali, prive di propria gestione sociale, si limitano ad avviare i soci ad aziende industriali nel cui normale ciclo produttivo i soci stessi si inseriscono accanto alla rimanente maestranza. L’attività delle cooperative in questione è anzi illecita qualora lo scopo dei dirigenti sia quello di eludere le norme sul collocamento o evadere gli obblighi assicurativi e previdenziali ovvero quelli derivanti dai contratti collettivi. Le cooperative di cui si tratta non possono essere iscritte nel registro prefettizio”.

3. Art. 45: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”

4. A seconda di come si guardi all’arti- colo 39 della Costituzione.

5. E questa, non me ne voglia il Prof. Alleva, è una bellissima espressione che testimonia il superamento della dialettica tra teorie monistica e dualistica. 6. Ipotesi che ricorre nella stragrande maggioranza dei casi.

7. Si veda il comma 1 lett. d) del citato articolo 6 della L. 142/2001.

8. E questo valga anche per il 2° comma dell’art. 5 del d.d.l. n. 2604 presentato il 23 luglio 2020 a firma Ascari e oggetto di esame congiunto col citato d.d.l. 1423.

9. Si veda il 1° comma dell’art. 3 del citato d.d.l. 1423 laddove vorrebbe introdurre il c. 1-bis all’art. 3 della L. 142 10. Ai sensi dell’articolo 32 della Legge 24 novembre 2000 n. 340.

11. E il d.d.l. n. 1818 del 2 maggio 2019 a firma Murelli ed altri, all’art. 13 sembra muoversi in questo senso.

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