La convocazione delle organizzazioni sindacali dei dirigenti nell’ambito della procedura collettiva di riduzione del personale

di Gabriele Fava , Avvocato in Milano

 

 

La Cassazione, con la sentenza n. 2227 del 25 gennaio 2019, si è recentemente espressa sul tema della mancata convocazione delle organizzazioni sindacali dei dirigenti nell’ambito di riorganizzazioni aziendali.

L’importanza della pronuncia sta nel fatto che la Suprema Corte, nella sentenza in esame, ha dato per la prima volta applicazione all’art. 24 della Legge n. 223/1991, nella versione modificata dalla Legge n. 161/2014.

Come noto, con l’art. 16 della Legge n. 161/2014 (Legge europea 2013-bis), il legislatore italiano ha provveduto a sanare le difformità della Legge n. 223/1991 rispetto all’apparato legislativo comunitario. È stato così modificato l’art. 24 della citata Legge del 1991 con una estensione anche ai dirigenti della procedura prevista in caso di licenziamento collettivo.

Ebbene, con la sentenza resa dalla Suprema Corte, nel mese di gennaio, si è data piena applicazione a tale nuova normativa “armonizzata”. La vicenda prende le mosse dall’impugnazione di un licenziamento da parte di un dirigente, il quale, lamentando la mancata comunicazione di avvio della procedura di mobilità per cessazione dell’attività all’associazione di categoria a cui lo stesso apparteneva, ovvero Federmanager, aveva chiesto che venisse dichiarata l’illegittimità del licenziamento comminatogli in data 12 giugno 2015.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda proposta dal dirigente, ritenendo correttamente adempiuta da parte della società datrice di lavoro la procedura prevista dalla legge; in particolare, erano state considerate sufficienti le comunicazioni di avvio della procedura di licenziamento collettivo inoltrate alle RSU e alle associazioni sindacali di categoria, considerate rappresentative di tutti i lavoratori del settore merceologico dell’impresa, escludendo, nell’ambito di tale procedimento, la rilevanza del profilo professionale dei singoli lavoratori e, quindi, la necessità di inviare la comunicazione anche ai sindacati rappresentativi della categoria dirigenziale. Il Tribunale aveva, inoltre, concluso rilevando la mancanza di prova del concreto pregiudizio subito dal lavoratore per l’omessa comunicazione, di cui doveva intendersi onerato.

Di altro avviso, tuttavia, è stata la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso proposto dal dirigente. A fronte di un’attenta disamina del contesto normativo nel quale doveva essere collocata la vicenda, la Suprema Corte ha rilevato che ratione temporis avrebbe dovuto trovare applicazione l’art. 24 della Legge n. 223/1991, nella nuova formulazione, a seguito dell’intervento legislativo del 2014.

Chiarito tale passaggio normativo, quindi, la Corte, verificando che nessuna comunicazione fosse stata indirizzata all’associazione sindacale rappresentativa dei dirigenti, che non era stata in alcun modo consultata, ha rilevato la violazione della procedura e ha riconosciuto al dirigente licenziato il diritto al regime sanzionatorio previsto espressamente dalla norma.

In particolare, con tale pronuncia è intervenuto un chiarimento anche sul punto riguardante la prova del danno: dalla violazione della procedura prevista dalla legge, anche per i dirigenti, deriva l’applicazione di una sanzione indennitaria, compresa tra le 12 e le 24 mensilità, che prescinde dalla prova del danno. Unicamente la determinazione della misura è rimessa al giudice di merito, in considerazione della natura e della gravità della violazione.

All’esito di tale esame della vicenda, pertanto, la Suprema Corte ha cassato la sentenza, disponendo il rinvio al Tribunale al fine di determinare la misura dell’indennità spettante al dirigente, come detto, stando nel limite minimo di 12 mensilità e nel limite massimo di 24 mensilità.

 

 

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