La consultazione sindacale ai tempi del Covid. DALL’INUTILITÀ ALLA FARSA

a cura di Alberto Borella, Consulente del lavoro in Chiavenna (SO)

Una delle tante complicazioni di cui si poteva certamente fare a meno in una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo è rappresentata dalla previsione della consultazione sindacale per l’accesso agli ammortizzatori sociali, prevista sia dall’art. 19 che, seppur con un distinguo, dall’art. 22 del D.l. n 18 del 17 marzo 2020. Una complicazione che irrita ancor di più per come poi nella pratica l’interlocuzione con le rappresentanze sindacali è avvenuta. Ma andiamo con ordine.

LA CONSULTAZIONE SINDACALE

Le regole generali riguardanti l’informativa e la consultazione sindacale nei casi di sospensione e riduzione dell’attività produttiva sono contenute nell’art. 14 del D.lgs. n. 148 del 14 settembre 2015 che dispone che in caso di sospensione o riduzione dell’attività produttiva, l’impresa debba preventivamente comunicare alle Rsa o alle Rsu, se esistenti, nonché alle articolazioni territoriali delle OO.SS. comparativamente più rappresentative a livello nazionale, le cause di sospensione o di riduzione dell’orario di lavoro, l’entità e la durata prevedibile, il numero dei lavoratori interessati. A tale comunicazione segue, su richiesta di una delle parti, un esame congiunto della situazione di crisi dell’impresa. Un esame finalizzato – la norma ce lo indica chiaramente – alla tutela degli interessi dei lavoratori. La consultazione serve, in teoria, alle parti per individuare il meglio possibile per i lavoratori. Non il meglio per l’azienda. Non il meglio per la controparte sindacale. Ma per i lavoratori.

È del resto la stessa tempistica dettata per il completamento della procedura (comprendente l’eventuale sottoscrizione dell’accordo raggiunto) a confermare lo scopo di questo adempimento.

Nelle aziende di grosse dimensioni (sopra i 50 dipendenti) presumibilmente la valutazione della crisi e delle possibili alternative all’ammortizzatore sociale necessita di più tempo. Tempo individuato dalla norma in un massimo di 25 giorni.

Se l’impresa è fino a 50 lavoratori basterà meno. In questo caso entro 10 giorni va concluso il tutto.

Ma il Legislatore ha anche compreso che vi sono situazioni in cui l’esame serve a poco o a nulla. Parliamo dei casi di eventi oggettivamente non evitabili (incendi, crolli, alluvioni, mancanza di energia elettrica, tanto per citarne alcuni). In questi casi la consultazione viene prevista solo se si prevede una contrazione dell’orario di lavoro superiore alle sedici ore settimanali, disponendo che la procedura deve esaurirsi entro termini ridotti ovvero nei cinque giorni successivi a quello della richiesta.

Stona un po’ invece quanto previsto per l’intero settore edile o lapideo, dove gli obblighi di informazione e la consultazione sindacale vengono addirittura esclusi, disponendone l’obbligatorietà solo in caso di richiesta di proroga del trattamento Cigo oltre le 13 settimane continuative.

Da un altro punto di vista la procedura può essere considerata come una sorta di argine contro eventuali giochetti da parte dell’impresa la quale potrebbe essere tentata di accedere immediatamente all’ammortizzatore sociale evitando, per enne motivi, l’adozione di soluzioni alternative che potrebbero invece garantire la continuità, pur ridotta, dell’attività produttiva. In questo senso il confronto tra le parti rappresenta, qualora non si raggiunga un accordo, un teorico campanello d’allarme per chi deve autorizzare l’ammortizzatore; una sorta di preliminare via libera ove venga sottoscritto.

LA DISCIPLINA SPECIFICA IN TEMPO DI COVID

In relazione alla situazione emergenziale da Coronavirus è stata prevista una disciplina speciale che, per quanto riguarda il trattamento ordinario di integrazione salariale e l’assegno ordinario, è contenuta nell’art. 19 del D.l. n. 18 del 17 marzo 2020.

1. I datori di lavoro che nell’anno 2020 sospendono o riducono l’attività lavorativa per eventi riconducibili all’emergenza epidemiologica da COVID-19, possono presentare domanda di concessione del trattamento ordinario di integrazione salariale o di accesso all’assegno ordinario con causale “emergenza COVID-19”, per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020 per una durata massima di nove settimane e comunque entro il mese di agosto 2020. 2. I datori di lavoro che presentano domanda di cui al comma 1 sono dispensati dall’osservanza dell’articolo 14 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 e dei termini del procedimento previsti dall’articolo 15, comma 2, nonché dall’articolo 30, comma 2 del predetto decreto legislativo, per l’assegno ordinario, fermo restando l’informazione, la consultazione e l’esame congiunto che devono essere svolti anche in via telematica entro i tre giorni successivi a quello della comunicazione preventiva …

Non posso  esimermi dall’evidenziare, ancora una volta, la scarsa dimestichezza del Legislatore con la lingua italiana quando, dopo aver dispensato i datori di lavoro dall’osservanza dell’art. 14 del D.lgs n. 148/2015, conclude con l’infelice inciso “fermo restando l’informazione, la consultazione e l’esame congiunto”. Una formulazione che – data l’espressa inapplicabilità dell’intero art. 14 del D.lgs. n. 148/2015 – potrebbe far pensare che l’esame congiunto sia un obbligo e non, come risaputo, un passaggio da svolgere solo ove richiesto da una delle due parti. In tal senso sarebbe stata preferibile una espressione del tipo: “fermo restando quanto previsto dalle regole generali in tema di informazione, consultazione ed esame congiunto”.

Ma tant’è. Con tutte le possibili critiche sul contenuto del provvedimento, che facciamo? Ci impuntiamo sulla cronica inadeguatezza terminologica?

Passiamo quindi oltre e notiamo subito come risulti cambiato l’impianto della procedura consultiva in relazione alla causale Covid-19 nazionale.

Qui la regola generale dispone l’obbligo per tutte le imprese, a prescindere dalla loro dimensione, dell’informazione, della consultazione e dell’esame congiunto per la richiesta sia del trattamento ordinario di integrazione salariale che dell’accesso all’assegno ordinario. Salvo quanto previsto dal successivo art. 22 per gli ammortizzatori in deroga (dove la consultazione è stata esclusa nelle aziende fino a 5 lavoratori), l’unica semplificazione riguarda la durata della procedura. Questa può essere svolta anche in via telematica (opportunamente, visti i rischi di contagio) ma deve concludersi entro i tre giorni successivi a quello della comunicazione preventiva.

Tre giorni. Avete capito bene. Ciò significa che anche la valutazione della “situazione di crisi” nell’ottica di tutela degli interessi dei lavoratori occupati nella più grande casa automobilistica italiana deve concludersi in 72 ore. In questo arco temporale forse le OO.SS riescono a malapena a chiedere all’impresa se ci sono i presupposti per l’anticipazione del trattamento di integrazione salariale.

Da sottolineare anche il fatto che, seppur la causa della sospensione (o riduzione) dell’attività sia da ricondurre ad un evento assolutamente non evitabile, forse in assoluto il più “non evitabile” – parliamo infatti di una pandemia – questa non viene ritenuta un motivo sufficiente per abolire la procedura. Al massimo, come detto, rileva giusto giusto per una riduzione della tempistica. Già ridurre la tempistica per fare che? A che serve in questi casi una consultazione e un esame congiunto fatto in via telematica/telefonica? Che suggerimenti potrebbero dare le OO. SS. a tutela degli interessi dei lavoratori? È palese come in una situazione di emergenza epidemiologica nazionale che ha costretto lo Stato italiano a chiudere per legge molte attività e a contingentarne altre, ci sia veramente poco da discutere sul perché e sulle alternative al ricorso all’ammortizzatore sociale.

Ora, è vero che sono solo tre giorni ma una domanda sull’utilità di prevedere ex lege un adempimento che si sarebbe concretizzato in un mero scambio di mail e sulle eventuali conseguenze negative era opportuno farsela prima. Certo, per farlo bisognerebbe avere un minimo di contezza di come funziona il mondo del lavoro.

È un po’ come stabilire che alla frontiera tra due stati i camion sotto i 35 quintali possono entrare e circolare liberamente su tutte le strade mentre quelli sopra i 35 quintali devono fermarsi alla dogana e concordare con le autorità preposte il tragitto, preferibilmente autostradale, da percorrere. Se l’autista è disposto a pagare il pedaggio bene, altrimenti può fare la strada che più gli è comoda.

È chiaro che ti ritrovi la coda alla dogana!

LA CONSULTAZIONE SINDACALE COME AVVENUTA

Diciamolo con franchezza. Tutti noi in ossequio alla procedura non abbiamo fatto altro che preavvisare, in nome e per conto delle nostre ditte, i referenti sindacali dell’inevitabile ricorso all’ammortizzatore, inviando loro tramite mail (o via Pec) una informativa su durata e numero lavoratori coinvolti. Quello che poi ne è seguito credo sia un’esperienza comune a tutti i consulenti del lavoro d’Italia. Provo comunque a raccontarvi la mia.

La consultazione standard. Inviata la solita informativa alla triplice, ricevo una telefonata da uno dei rappresentanti territoriali, il quale mi dice di preparare il “solito” verbale e di inviarglielo e che si sarebbe preoccupato di farlo girare per raccogliere tutte le firme dei colleghi. Tempo due/tre giorni e ho ricevuto il mio bel verbale sottoscritto da allegare alla domanda. Nessuna telefonata interlocutoria. Tutto via mail. Di esame congiunto manco l’ombra se non la richiesta di far anticipare dall’azienda il trattamento ai lavoratori.

Al massimo un cortese avviso: «Sarà mia premura organizzare un’assemblea sindacale non appena avremo possibilità». Come dar loro torto. Mai perdere l’occasione per “entrare” in una nuova azienda.

Nei fatti quindi un inutile e scarsamente proficuo scambio di mail con l’effetto di ritardare – invero di pochi giorni nel mio caso, ma non sono certo che i miei colleghi siano stati altrettanto fortunati – l’invio delle domande di intervento Cig all’Inps.

Centri sportivi. Invio l’informativa per un Centro polisportivo gestito da una associazione sportiva dilettantistica. Contattato prontamente (questo va riconosciuto) da uno dei tre sindacalisti (in questo caso della Cgil) gli illustro la situazione. Oddio c’era poco da dire: gli impianti sportivi sono stati chiusi per legge praticamente da inizio emergenza. Gli faccio presente che purtroppo la ditta non è in grado di anticipare il trattamento. In questo caso parliamo di Fis e di assegno ordinario.

Mi chiede di preparare una bozza del verbale, e di mandargliela. Cosa che faccio con un rapido copia-incolla, inserendo i dati della ditta in questione.

Nella stessa giornata ricevo la risposta dove mi si dice: «prendo atto della non possibilità di sostenere l’anticipo del trattamento da parte dell’Azienda e, pur apprezzando gli sforzi che farete per accelerare i tempi della liquidazione da parte di Inps, devo declinare la richiesta di sottoscrivere un accordo. Da parte nostra, come SLC per quel che riguarda i Dipendenti degli impianti sportivi e Filcams per quelli di turismo e pubblici servizi, per posizione generale, sottoscriviamo accordi sugli ammortizzatori solo in presenza della disponibilità all’anticipo del trattamento da parte del Datore di lavoro». 

Per posizione generale? Rimango basito. La tutela degli interessi dei lavoratori è solo in funzione dell’ottenimento dell’anticipazione da parte del datore di lavoro del trattamento di cassa integrazione. In pratica: se anticipi la Cigo (o l’assegno ordinario) firmo l’accordo, altrimenti nulla.

Eppure, lo stesso Inps nella sua circolare n. 47 del 28 marzo 2020 ha riconosciuto, in termini perentori diremmo, la facoltà del datore di lavoro di richiedere il pagamento diretto da parte dell’Inps:

… in conseguenza della particolare situazione di emergenza, in questo ultimo caso, le aziende potranno chiedere il pagamento diretto senza obbligo di produzione della documentazione comprovante le difficoltà finanziarie dell’impresa.

Ma non solo. Il portale dell’Inps non prevede l’allegazione del verbale alla domanda di cassa integrazione. Addirittura, non chiede nemmeno la compilazione del Quadro N relativo ai Dati sulle comunicazioni alle rappresentanze sindacali.

Scuole materne FISM. Per il settore delle scuole materne aderenti Fism all’informativa, alla consultazione ed all’esame congiunto ci hanno invece pensato in sede regionale. La cliente infatti mi gira la mail a firma del Direttivo Fism della Lombardia. Un bell’accordo standard, non modificabile, ma già siglato da Flc-Cgil, Cisl-Scuola e Uil-Scuola Rua, da completare con i dati dell’azienda ed il numero dei lavoratori interessati. Una firma del legale rappresentante dell’Istituto ed è tutto pronto. Consultazione “telematica” terminata. Accordo raggiunto. Solo da allegare alla pratica.

Ops, mi stavo dimenticando di un piccolo particolare. Al punto 6 del verbale standard si legge la clausola che «il trattamento di integrazione salariale è anticipato dalla scuola». E questo vale per tutte. Nessuna preoccupazione se in funzione del mancato pagamento delle rette (o delle richieste di riduzione delle stesse) le scuole avranno carenza di liquidità. Si anticipa. Si deve anticipare. Punto e basta. Se un istituto non avesse la liquidità necessaria dovrà fare da sé: inviare l’informativa e gestire la consultazione, rappresentare le difficoltà economiche alle OO.SS. e, con tutta probabilità, vedersi negare la firma di un qualsiasi accordo. Questo perché l’anticipazione del trattamento è conditio sine qua non per la firma dell’accordo. Del resto l’avevamo detto, questa è l’unica preoccupazione delle OO. SS. a tutela degli interessi dei lavoratori.

In verità vi è un’altra preoccupazione delle Organizzazioni sindacali: garantire il mantenimento dell’adesione al Sindacato. La Filcams-Cgil Lombardia ha infatti rammentato alle aziende che «nel modello SR41 (prospetto per il pagamento diretto dell’ammortizzatore sociale) da trasmettere all’Inps dovrà essere compilato, per ciascun lavoratore nostro iscritto, il campo denominato Delega sindacale rilasciata …»

Un cortese pro-memoria? Pare proprio di no ed infatti segue una perentoria diffida: «Eventuali inadempimenti ci costringeranno a valutare le conseguenti azioni ai sensi dell’art. 26, L. n. 300/70».

Credo volessero far riferimento all’art. 28, ma ci siamo capiti ugualmente. Il messaggio è arrivato. Inequivocabile. I soldi li vogliono. A prescindere dalla crisi. Nessuno sconto. Anche se questi soldi son quelli di un lavoratore. In cassa integrazione. A meno di mille euro netti al mese.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il quadro descritto è davvero desolante.

Vi è una norma che prevede l’obbligo, pressoché generalizzato, della informativa sindacale per l’accesso agli ammortizzatori sociali in tempi talmente ridotti da non permettere nessun esame della situazione di crisi. E di converso sentiamo l’Inps dirci chiaramente che del suddetto accordo non gliene può fregar di meno, anche qualora gli venisse chiesto dalle aziende il pagamento diretto della integrazione salariale.

Vi è una consultazione sindacale che di fatto si trasforma in uno semplice invio di mail dove precisare l’ovvio: la chiusura dell’attività per decreto, o comunque per fatti estranei alla propria volontà, e la messa in cassa integrazione dei lavoratori.

Un esame congiunto che si preoccupa degli interessi dei lavoratori solo in funzione dell’anticipazione degli importi Cig da parte dell’impresa.

Troviamo la firma di accordi quale pretesto per richiedere un’assemblea con i lavoratori a cui spiegare che i loro interessi sono stati tutelati da questo o quel sindacato. Il tutto palesemente finalizzato alla raccolta premi (tessere di adesione sindacale).

Registriamo il diniego alla sottoscrizione di accordi ove le imprese non accettino di metter mano al portafoglio, nonostante sia chiaro a tutti che questa crisi economica non è la crisi di qualche settimana ma che sarà devastante nel lungo periodo.

Infine, il top. La sottoscrizione di accordi sindacali su modelli standard, predisposti da organizzazioni regionali, da far firmare a livello territoriale. A favore di qualsiasi scuola lombarda di cui manco si conosce la città in cui opera.

Dall’inutilità alla farsa, il passo è breve.

Preleva l’articolo completo in pdf