La Cassazione Penale restringe l’ambito del reato di esercizio abusivo della PROFESSIONE DI CONSULENTE DEL LAVORO

di Riccardo Bellocchio – Consulente del lavoro in Milano 

Non commette reato di esercizio abusivo della professione di Consulente del lavoro chi si occupa degli adempimenti del lavoro nelle cooperative delle imprese artigiane e delle piccole imprese

Con sentenza depositata in data 11 luglio 2021, la sezione Penale della Corte di Cassazione (Sez. 6 Penale, Sentenza 17 maggio 2021, n. 26294) interviene, mandando assolto l’imputato dal reato di esercizio abusivo della professione di Consulente del lavoro, sulla disciplina prevista dall’art. 1 comma 4 della Legge 11 gennaio 1979, n. 12 che prevede che “Le imprese considerate artigiane ai sensi della legge 25 luglio 1956, n. 860, nonchè le altre piccole imprese, anche in forma cooperativa, possono affidare l’esecuzione degli adempimenti di cui al primo comma (adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti) a servizi o a centri di assistenza fiscale istituiti dalle rispettive associazioni di categoria. Tali servizi possono essere organizzati a mezzo dei consulenti del lavoro, anche se dipendenti dalle predette associazioni.”

 

Il caso affrontato in giudizio riguardava il titolare di un Centro servizi terziario (Cts) costituito in forma di società in accomandita semplice e facente capo a un’associazione fornitrice di servizi alle piccole imprese associate sia in quanto centro di assistenza fiscale (Caf), abilitato ai sensi dell’art. 11 del decreto Finanze n. 164/1999, sia in quanto centro di servizio di associazione di categoria, come prescritto dall’art. 1, comma 4 della Legge n. 12/1979.

La Cassazione, nell’analizzare minuziosamente quanto affermato nei primi due gradi di giudizio (per i quali l’imputato era stato considerato colpevole del reato di cui all’art. 348 c.p. esercizio abusivo della professione -,) ritiene che l’art. 1, comma 4 della Legge n. 12/1979 costituisca una deroga al regime “dell’obbligatorio affidamento dei servizi di assistenza in materia di lavoro ad un consulente iscritto all’albo, con la conseguente affermazione di responsabilità per esercizio abusivo della professione di consulente del lavoro. Non si tratta, invero

continua la Corte nella fattispecie di evitare l’aggiramento delle norme stabilite a tutela dell’interesse a che possono essere garantite determinate prestazioni professionali solo da soggetti che hanno un minimo di standard di qualificazione. Quanto, piuttosto di salvaguardare gli interessi dei piccoli imprenditori, trattandosi di servizi che vengono delegati per volontà degli stessi soggetti tutelati dalla normativa che regola la professione dei consulenti del lavoro grazie alla facoltà loro consentita di avvalersi di servizi gestiti in forma di assistenza cooperativistica con l’evidente intento di favorire quelle categorie di imprese che per le ridotte dimensioni e caratteristiche socio-economiche, potrebbero essere esposte a costi non sostenibili per curare dette onerose incombenze di carattere amministrativo”.

 

La ricostruzione della Cassazione porta a considerare che la disciplina dell’art. 4 sia esclusivamente limitata a tali previsioni normative, piccole imprese, imprese artigiane associate e null’altro, dovendo anche rispettare i requisiti di appartenenza societaria, senza possibilità alcuna di estensione ad altre categorie di soggetti.

“In conclusione, sostiene la Corte -, l’unico spazio per ravvisare il reato di esercizio abusivo della professione di consulente del lavoro in questo ambito rimane quello ristretto alla diversa casistica della utilizzazione di tale sistema operativo oltre l’ambito delle piccole e le imprese artigiane associate.”

La sentenza in commento, se da un lato ha il pregio anche di sottolineare l’ambito e le precise modalità nel quale affidare gli adempimenti del lavoro a soggetti qualificati, ha determinato anche alcuni autori1 a spingersi in campi che non solo non sono nemmeno citati nel dispositivo, ma neanche giuridicamente appropriati. Essendo una sentenza di natura penale (reato di esercizio abusivo della professione) e riguardando l’ambito dell’art. 1 comma 4 della legge 12/79, affermare che sia possibile eludere la stretta disciplina della riserva prevista dalla legge 12/1979 estendendo il principio ad altre situazioni giuridiche, appare fuori luogo e contravviene ad una regola giuridica fondamentale che si impara durante il percorso abilitante per la professione di Consulente del Lavoro. Le norme penali non possono essere applicate in maniera analogica come ben definisce l’art. 14 delle Preleggi: “Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerate”.

Poiché l’art. 1, comma 4 costituisce una norma in deroga al normale affidamento degli adempimenti del lavoro a professionisti iscritti all’Albo dei consulenti del lavoro (art. 1, Legge n. 12/1979) non è possibile trarre i medesimi principi di esclusione ad altre ipotesi normative che riguardano tra l’altro fattispecie diverse da quelle trattate dall’art. 1, comma 4 (quali i consorzi di società cooperative nonché le cooperative e i consorzi di imprese della pesca).

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