La bilateralità alla luce del disegno di Legge di Bilancio per il 2022: LA FINE DI UN’AVVENTURA ?

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

A volte ritornano: come i demoni nel racconto di Stephen King (che li si voglia intendere in senso proprio o psicoanalitico), a volte anche il Legislatore tende a ritornare sui suoi errori.

E che ciò avvenga con le migliori intenzioni, visto che si è parlato di demoni, è l’ennesima conferma che di queste è lastricata la via per l’inferno.

Mi riferisco agli articoli da 66 a 71 del disegno di Legge di Bilancio per il 2022 che integrano e modificano le previsioni di cui agli articoli da 26 a 40 del D.lgs. 14 settembre 2015, n. 148, Testo Unico degli Ammortizzatori Sociali, introducendo anche un articolo, il 40 bis.

L’intento è lodevole: estendere a tutte le categorie la copertura della cassa integrazione e nello stesso tempo uniformare la disciplina dell’assegno ordinario, onde evitare di tornare ad assistere alle disparità che hanno caratterizzato l’intervento in tempi di emergenza per il Covid 19.

È prevista, infatti, la possibilità di costituire nuovi fondi bilaterali di solidarietà e nello stesso tempo si fa obbligo a quelli esistenti di modificare i propri statuti onde estendere l’intervento anche alle imprese con un solo dipendente.

Si dispone, infine, che nel rilascio del documento unico di regolarità contributiva si debba tener conto anche dell’esatto adempimento all’obbligo di contribuzione agli stessi (articolo 71 del disegno di Legge che istituisce l’articolo 40 bis del D.lgs. n. 148/2015).

La norma rafforza la previsione del vigente art. 33, comma 4, del D.lgs. n. 148/2015, laddove suggerisce la possibilità di recupero da parte dell’Inps della relativa contribuzione con le stesse modalità previste per la contribuzione ordinaria1.

È in sostanza l’estensione concettuale di un principio già previsto per le casse edili dall’art. 3, comma 8 lett. b-bis) del D.lgs. 14 agosto 1996, n. 494.

Se l’intento è meritorio2, tuttavia, l’operazione si presta a non poche perplessità. In primo luogo questi enti erogano prestazioni di sostegno al reddito, laddove la cassa edile è demandata al pagamento di istituti retributivi: dove sarebbe quella eadem ratio che consentirebbe concettualmente l’estensione dell’emissione del Durc?

In secondo luogo, la bilateralità si è sempre fondata sulla libera adesione delle categorie, sindacale e datoriale prima, e delle parti, datoriale e lavoratrice poi: dobbiamo pensare che il Legislatore voglia dire addio a questa possibilità?

Sicuramente l’evoluzione normativa va in questo senso, e chi scrive, nell’esprimere un giudizio sostanzialmente favorevole sulla bilateralità, l’ha affermato in tempi non sospetti, ma sarebbe intellettualmente onesto che lo si dica apertamente e magari si valuti anche la possibilità di un confronto aperto su questo argomento.

In ultimo, uno degli elementi che regolano la materia è il principio contrattuale della “prestazione equivalente” a cui non di rado si associa la corresponsione di un elemento aggiuntivo della retribuzione: che fine fanno? L’impresa che – in ossequio alle previsioni contrattuali – si sia regolata in questo modo, come sarà considerata ai fini dell’emissione del Durc? … atteso che, rebus sic stantibus, nessuna norma ad oggi vieta tale comportamento.

Queste le perplessità.

Ed ora mi sia concessa una malignità. Ho iniziato queste note col titolo di un racconto horror: non voleva essere una battuta. Purtroppo, dai tempi della “Legge Vigorelli3” è sempre stata forte la tentazione del Legislatore (e ribadisco, sempre con le migliori intenzioni!) di dare stabilità a provvedimenti i normativi che invece vengono emanati in condizioni eccezionali e la cui efficacia dovrebbe essere limitata ai tempi in cui le stesse si verificano4.
Peccato che tutto questo alla fine si riveli una palese violazione dell’art. 39 della Costituzione. Se proprio si vuole dare un fondamento costituzionalmente corretto a previsioni che istituzionalizzano accordi di diritto comune, si dia una volta per tutte attuazione a tale disposizione laddove prevede non solo la verifica delle condizioni di rappresentanza – che vivaddio la giurisprudenza ha cominciato a far uscire dall’alveo del “fatto notorio” – ma si promuova l’unitarietà della rappresentanza sindacale nella stipula dei contratti collettivi5 , piuttosto che continuare con la politica dei tavoli separati.

  1. “… Ai contributi di finanziamento di cui ai commi da 1 a 3 si appli-cano le disposizioni vigenti in materia di contribuzione previdenziale obbligatoria, ad eccezione di quelle relative agli sgravi contributivi …”.
  2. Si consideri l’articolo 38 della Costituzione.
  1. Legge delega 14 luglio 1959, n. 741.
  2. Corte Costituzionale, sentenza 19 dicembre 1962, n. 106.
  3. “… I sindacati registrati (… omissis …) possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce …” .

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