Indebiti retributivi e ripetizione delle ritenute fiscali e previdenziali

di Sabrina Pagani, Consulente del Lavoro in Milano

 

La sentenza in commento (Cass., sez. Lav., 11 gennaio 2019, n. 517) ribadisce l’orientamento della Suprema Corte secondo cui il datore di lavoro non può pretendere dal lavoratore la restituzione di somme retributive indebitamente percepite al lordo delle relative ritenute fiscali, in quanto gli importi corrispondenti a dette ritenute non sono mai entrati nella sfera patrimoniale del dipendente.

Nel caso esaminato dalla Corte, il datore di lavoro aveva ottenuto decreto ingiuntivo per la restituzione integrale (ovvero al lordo delle ritenute fiscali e contributive) di somme percepite dalla dipendente a titolo retributivo in esecuzione di una sentenza di primo grado successivamente riformata, e quindi a quel punto divenute indebite.

In sede di opposizione, con pronuncia successivamente confermata anche dalla Corte di Appello, il Tribunale aveva accolto parzialmente l’opposizione della lavoratrice e conseguentemente circoscritto l’ammontare della somma dovuta da parte di quest’ultima nei confronti della società datrice di lavoro, escludendo gli importi corrispondenti alle ritenute.

Avverso tale decisione la società proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo nello specifico la propria assenza di legittimazione a richiedere all’Amministrazione finanziaria il rimborso della ritenuta di acconto versata indebitamente in qualità di sostituto d’imposta, ritenendo inapplicabile al caso de quo la disciplina del rimborso delle imposte sui redditi prevista dall’art. 38, D.P.R. n. 602/1973.

Si ricorda che la disposizione citata dell’art. 38 prevede:

  • al 1° comma che “il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’Intendente di Finanza nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso la quale è stato eseguito il versamento istanza di rimborso, entro il termine di decadenza di 48 mesi dalla data del versamento stesso, nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento”;
  • al 2° comma che “l’istanza di cui al primo comma può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di 48 mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata”.

La Suprema Corte rigetta il ricorso sulla scorta dei seguenti principi che dichiaratamente riafferma:

  1. è vero che legittimati a richiedere alla Amministrazione finanziaria il rimborso delle somme non dovute sono sia il soggetto che ha effettuato il versamento (cd. “sostituto di imposta”), che il percipiente delle somme assoggettate a ritenuta (cd. “sostituito”). In tal senso cfr. Cass. n. 16105/2015 e Cass. n. 5653/2014.

La disposizione citata dell’art. 38, D.P.R. n. 602/73 prevede peraltro al 1° comma che in via principale sia il soggetto che ha effettuato il versamento a presentare istanza di rimborso all’Agenzia delle Entrate nei casi di errore materiale, e nelle ipotesi di inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento a cui correttamente deve ricondursi il caso in esame dopo la riforma in appello della decisione di merito;

  1. peraltro, e qui il secondo principio riaffermato, “il datore di lavoro non può pretendere di ripetere somme al lordo delle ritenute fiscali, allorché le stesse (somme corrispondenti alle ritenute fiscali) non siano mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente (…)”: in senso conforme Consiglio di Stato, sez. 6 del 2.3.1164 e Cass. 2.2.2012, n. 1464.

La pronuncia in esame ribadisce quindi che, poiché nel rapporto di lavoro subordinato il datore di lavoro versa al lavoratore la retribuzione al netto delle ritenute fiscali, quando corrisponde per errore una retribuzione maggiore del dovuto opera ritenute fiscali erronee per eccesso: pertanto in tali casi può richiedere al lavoratore la restituzione dell’indebito esclusivamente nei limiti di quanto questi abbia effettivamente percepito. Diversamente, qualora si ammettesse la possibilità del datore di lavoro di chiedere al lavoratore la restituzione delle somme al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sua disponibilità patrimoniale, si avrebbe un aggravio ingiustificato per il lavoratore medesimo costretto a rifondere più di quanto concretamente ricevuto (v. Cass., 25 luglio 2018, n. 19735).

Il datore di lavoro potrà quindi ottenere la restituzione delle suddette somme agendo direttamente, ai sensi del citato art. 38, D.P.R. n. 602/1973, nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

La Corte di Cassazione conclude infine precisando che tale principio non viene smentito dall’indirizzo giurisprudenziale sorto a seguito di una decisione relativa a rapporti con il fisco (cfr. Cass. 19/11/2007, n. 23886) che ha stabilito che debitore principale verso il fisco, cui compete il diritto di richiedere la restituzione di quanto eventualmente pagato in eccesso è il percettore del reddito imponibile e non il sostituto. La Suprema Corte ha infatti precisato che tale principio riguarda esclusivamente i rapporti tra sostituto d’imposta, sostituito e fisco (in tal senso cfr. Cass. n. 239/2006), ma non afferma che al lavoratore sostituito possa essere richiesto quanto versato dal sostituto all’amministrazione finanziaria (cfr. supra Sentenza cit. Consiglio di Stato e Cass. n. 19735/23018).

Per quanto di rilevanza secondaria, nella sentenza in commento la Suprema Corte conferma che “in tema di obbligazione contributiva nelle assicurazioni obbligatorie, il datore di lavoro – che ai sensi della L. n. 218 del 1952, art. 19 è responsabile del pagamento dei contributi anche per la parte a carico dei lavoratori che egli trattiene sulla retribuzione corrisposta ai medesimi – è direttamente obbligato verso l’ente previdenziale anche per la parte a carico dei lavoratori dei quali non è rappresentante ex lege, con la conseguenza che, in ipotesi di indebito contributivo, il datore è l’unico legittimato all’azione di ripetizione nei confronti dell’ente anche con riguardo alle quote predette”. In caso di indebito contributivo, quindi, il datore di lavoro che ha effettuato le ritenute, quale responsabile diretto presso l’ente previdenziale anche per la parte a carico del lavoratore, è quindi l’unico legittimato a chiederne la restituzione all’ente previdenziale.

 

 

 

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