IL SOCIO LAVORATORE DI COOPERATIVA ed il contratto di apprendistato

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

 

La funzione sociale del lavoro quale strumento di elevazione sociale personale e collettiva è ben descritta dagli articoli 1, co. 1 e 4, co. 2 della Costituzione italiana. Nella stessa ottica, uno degli strumenti “privilegiati” per conseguire il progresso di persone e comunità è considerata la cooperazione per le sue intrinseche finalità di mutualità, così come sancito nel seguito dall’articolo 45, 1° comma. Da questa cornice di “lavoro e progresso”, che permea il mondo della cooperazione, tuttavia, per lungo tempo si è ritenuto fosse escluso il contratto di apprendistato, e ciò sulla base delle previsioni della legislazione speciale che, in tema di requisiti del socio di cooperativa di lavoro, espressamente prevedeva: “i soci delle cooperative … [omissis] … devono essere operai” (art. 2, c. 2 del R.D.L. 12 febbraio 1911, n. 278) e ancora “I soci delle cooperative di lavoro devono essere lavoratori ed esercitare l’arte o il mestiere corrispondenti alla specialità delle cooperative di cui fanno parte o affini” (art. 23, co. 1 del D.L.C.P.S. 14 dicembre 1947, n. 1577 – Legge “Basevi”). Né la questione era mitigata dalla L. 3 aprile 2001, n. 142, che su questa falsariga disponeva che “I soci lavoratori di cooperativa … [omissis] … mettono a disposizione le proprie capacità professionali anche in relazione al tipo e allo stato dell’attività svolta, nonché alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa” (art. 1, co. 2, lett. d). Come si vede, spazio per un contratto di lavoro a causa mista come l’apprendistato, che per sua natura presuppone una assenza o quanto meno una carenza di capacità professionali1 , non ce n’è. Eppure, nel 1991, con la Legge n. 381 inizia a far capolino l’idea di un contratto a causa mista. Per i beneficiari, cosiddetti “svantaggiati”, dell’attività delle cooperative sociali di tipo B e miste 2 , infatti, la prestazione lavorativa non segue unicamente lo schema del sinallagma classico, ma si arricchisce con la finalità – tipica della cosiddetta “mutualità esterna” – dell’inserimento o reinserimento sociale e lavorativo e del recupero terapeutico del soggetto in difficoltà: non è ancora la finalità formativa vera e propria, ma ci siamo vicini.

Il 2003 è un anno di riforme: i Decreti legislativi nn. 5 e 6 modificano il diritto societario, con riferimento anche alla società cooperativa ed il Decreto n. 276 (Legge “Biagi”) disegna un nuovo quadro per il diritto del lavoro rinnovellando tra gli altri istituti anche quello dell’apprendistato. È previsto, in particolare, per l’apprendistato professionalizzante, il requisito della maggiore età, laddove la previgente normativa lo vedeva come un contratto “tagliato su misura” per i minori3 (è appena il caso di ricordare che dopo la Legge 24 giugno 1997, n. 196 – Legge “Treu” – erano le previsioni dei Ccnl a prevedere, per determinate aree geografiche, la sua estensione anche ai maggiorenni e fino al ventiseiesimo o addirittura al ventinovesimo anno d’età).

In questa nuova prospettiva acquista una particolare rilevanza la nuova formulazione dell’articolo 2527 del codice civile che dispone come “l’atto costitutivo stabilisce i requisiti per l’ammissione dei nuovi soci … [omissis] … secondo criteri non discriminatori coerenti con lo scopo mutualistico e l’attività economica svolta”, e più avanti, che lo stesso “può prevedere … [omissis] … l’ammissione del nuovo socio cooperatore in una categoria speciale in ragione dell’interesse alla sua formazione ovvero del suo inserimento nell’impresa”.

Ed ecco disegnata la cornice entro cui collocare il contratto di apprendistato nelle cooperative, che fino ad allora si era considerato come un rapporto da riservare agli ausiliari non soci: la coerenza con lo scopo mutualistico (e l’esperienza delle cooperative sociali ci ha insegnato che la finalità formativa è coerente con la mutualità di lavoro) e l’interesse alla formazione ovvero all’inserimento nell’impresa (e questo è un elemento tipico del contratto di apprendistato).

Non solo, continuando quella tradizione riconosciuta proprio dall’ultimo comma dell’art. 5 del D.P.R. 30 dicembre 1956, n. 1668, il contratto di apprendistato si prefigura come lo strumento atto a garantire la continuità intergenerazionale delle imprese in generale e di quelle cooperative in particolare.

Affinché la nostra cooperativa di lavoro possa stipulare contratti di apprendistato, tuttavia, non è sufficiente la sola previsione della categoria speciale in cui ammettere il nuovo socio lavoratore – che, ricordiamo, è soggetta a limiti numerici e temporali; è necessario che tale possibilità sia contemplata dal regolamento interno di cui all’articolo 6 della Legge 3 aprile 2001, n. 142, che dovrà anche stabilire il criterio per il sottoinquadramento (ove il Ccnl non preveda il meccanismo della percentualizzazione e non sia esplicito in tal senso).

Troveranno, per il resto, piena attuazione le disposizioni di cui al capo V (articoli dal 41 al 47) del D.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, nonché gli accordi interconfederali in materia, tra i quali merita menzione quello del 26 luglio 2016 in tema di apprendistato di 1° e 3° livello e le normative regionali in quanto applicabili. Con una particolarità: il piano formativo dell’apprendista non contemplerà solo l’insegnamento tecnico – professionale e l’addestramento pratico, ma anche quegli elementi di pratica cooperativa e mutualistica che ne possano fare un buon socio lavoratore e che incentivino la partecipazione al funzionamento degli organi sociali 4 .

E se la nostra cooperativa fosse artigiana? L’unico limite oltre a quelli già visti, sarà quello di natura numerica, legato alle disposizioni dell’articolo 4 della Legge 8 agosto 1985, n. 443 (cosiddetta Legge Quadro sull’Artigianato) espressamente richiamato dal comma 7 dell’articolo 42 del D.lgs. n. 81/2005.

1. Disponeva infatti l’articolo 2 della Legge 19 gennaio 1955, n. 25 che “L’apprendistato è uno speciale rapporto di lavoro in forza del quale l’imprenditore è obbligato ad impartire o a far impartire, nella sua impresa, all’apprendista assunto alle sue dipendenze, l’insegnamento necessario perché possa conseguire la capacità tecnica per diventare lavoratore qualificato, utilizzandone l’opera nell’impresa medesima”.

2. Si veda l’articolo 4 della Legge 8 novembre 1991 n. 381.

3. Si veda l’articolo 12 del D.P.R. 30 dicembre 1956 n. 1668 “Regolamento per l’esecuzione della disciplina legislativa dell’apprendistato” e si consideri come la maggiore età fino al 10 marzo 1975, data di approvazione della riforma del diritto di famiglia fosse fissata al ventunesimo anno d’età.

4. E qui giova ricordare l’esperienza conseguente al Protocollo d’intesa tra Confcooperative e Ministero della Pubblica Istruzione del 3 maggio 1995 con la nascita del- le CPT (cooperative per la transizione scuola – lavoro), che seguiva e in parte riprendeva l’esperienza della fine degli anni ’70 delle Associazioni di Diritto Cooperativo.

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