Il Punto – IL PRIMO MAGGIO: Festa dei Lavoratori o del Lavoro?

Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (MI)

 

 

Anche se quest’anno arriva in un periodo particolarmente critico della Storia mondiale, è giusto – quasi doveroso – ricordare il primo maggio, in una rivista che di lavoro si nutre e che ha, come professione e come interesse umano, il lavoro al centro. Il titolo di queste brevi riflessioni potrà sembrare sciocco (o provocatorio), ma vale la pena di ricordare cosa si festeggia e si commemora in questo giorno. Senza nessuna pretesa enciclopedica, l’esigenza di una giornata mondiale nacque nell’ambito delle lotte operaie che, intorno alla metà dell’800, cominciarono a rivendicare i diritti dei lavoratori, nel contesto di una vita resa particolarmente critica dalla rivoluzione industriale. Si voleva identificare una giornata-simbolo di queste lotte. Via via, le manifestazioni e i susseguenti scontri, e purtroppo morti, a causa della repressione di questi moti in diverse parti del Mondo, conferirono a questa ricorrenza un’aurea di sacralità. Potremmo in qualche modo disprezzare queste lotte e il loro anelito verso condizioni di lavoro e di vita migliori? Possiamo dimenticare o relativizzare il contributo che hanno dato ad un positivo sviluppo del diritto e della considerazione sociale dei lavoratori? Certo che no, al contrario dobbiamo loro sicuramente gratitudine. Possiamo dire che di lotte contro lo sfruttamento e la povertà, contro l’ingiusto arricchimento e contro deteriori condizioni economiche e di vita, di possibilità e di salute, non vi sia ancora necessità e forse, per assurdo, con più forza oggi, in un mondo in cui le differenze fra ricchezza e povertà (geograficamente, ma non solo) si acuiscono? Anche qui la risposta non può che essere negativa.

E quale condizione migliore per una riflessione di quella in cui tanti posti di lavoro sono messi in forse da un fatto naturale, certo, ma dei cui effetti nefasti sicuramente un certo tipo di organizzazione umana non è affatto scevra di responsabilità? Detto questo, si lasci osservare che la Festa in questione più che una festa del lavoro appare una festa dei lavoratori. Una festa di lotta, e pertanto in qualche modo divisiva, una rappresentazione di uomini “contro”. E quando si dice lavoratori si parla di quei lavoratori lì, e solo di quelli lì, degli operai, degli sfruttati, in ogni caso dei proletari. Una festa, scusate la parola forte, “comunista”. Prettamente e radicalmente comunista. E certo, nei confronti di certi risvolti della società e dei modelli di vita attuali (tutti, compresi quelli ereditati dal sistema comunista) non si può in qualche modo non sentirsi “contro”, radicalmente contro, radicalmente disposti a combattere per affermare la giustizia (almeno un poco di più), la solidarietà, la condivisione, la libertà. Giorgio Gaber, in suo noto monologo (“Qualcuno era comunista”) ad un certo punto dice: “Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.” Cioè, forse a pensarci bene quel qualcuno non era propriamente un comunista, sentiva solamente una “fame e sete di giustizia”, un naturale desiderio verso il bene di cui Qualcuno aveva parlato molto prima, grosso modo 2000 anni fa, ad esempio. Un anelito, se scusate anche questa seconda parolaccia, spirituale. Un anelito che accomuna, su cui ci si può riconoscere. Non solo per la lotta. Perché la lotta ha portato grandi e notevoli cambiamenti, sarebbe ingiusto non solo dimenticarli ma anche solo tentare di ricordarli frettolosamente. Ma la lotta non può essere fine a se stessa. La lotta può essere un mezzo, ma molto spesso è diventata semplicemente lo scopo (chi ha vissuto gli anni di piombo e quelli dopo, fino ad assassinii più recenti e comunque ingiusti, in nome delle lotte per i lavoratori) lo ricorda bene. L’idea di lottare contro qualcosa, da affermazione del bene ha avuto derive che propendevano verso altre ingiustizie. La lotta per i diritti dei lavoratori (quest’anno, proprio a maggio, sono 50 anni dello Statuto dei lavoratori) ha portato anche all’abuso del diritto, alla deturpazione del diritto del lavoro verso la perdita del significato del lavoro. E anche verso la perdita del significato del diritto, perché ogni diritto visto in senso trasversale è radicalmente un dovere. Ma oggi, anche solo parlare di diritto-dovere del lavoro suonerebbe una bestemmia. Cosi come a chi scrive è sembrato di bestemmiare (per lo meno a giudicare dalle numerosi reazioni scomposte ricevute) solamente con il pronunciare su un social la semplice affermazione che l’impresa può essere un’avventura comune. Eppure abbiamo due strade, che ad un certo punto prendono una divaricazione netta di percorso. In una strada, continuiamo a dire che fra il lavoratore e “il padrone” c’è un’antitesi insormontabile, scavalcabile solo con la “lotta dura, senza paura”. Il che nasce da un rispettabile anelito di giustizia, come abbiamo detto, che tuttavia rischia di essere manicheista e di vedere le cose solo da una parte. Quella di chi è più debole, certo (e non va dimenticato) ma non certo di chi in forza di questa debolezza ha sempre ragione, ha la sola ragione. In tal modo si rinuncia a cercare una giustizia, un equilibrio, una pace; o si rischia di credere fideisticamente che essi arrivino dalla lotta, quando il realtà succede il contrario. Con il paradosso, per giunta, di essere colpiti alle spalle, da un parte, dal populismo, che smarrita una ragione collettiva delle cose, cavalca con successo la pancia delle persone in difficoltà, dall’altra dall’ostilità di chi sente che la giustizia, comunque è qualcosa di diverso, e per errore va radicalmente contro, va “contro chi va contro”, in posizione eguale e contraria, assurdamente negazionista o nostalgica. Intanto, una frotta di fottutissimi furbi semplicemente, e purtroppo quasi indisturbati, se ne approfittano e se la spassano; alla faccia della giustizia. E con il rischio ulteriore di non vedere tutti gli aspetti dei lavoro, anzi dei lavori, che entro questo modello stanno stretti, senza nemmeno saperli riconoscere, oppure fronteggiandoli con strumenti vecchi, inseguendo miti e difendendo principi totemici. L’altra strada è quella che cerca di costruire un significato diverso alla società e al lavoro. Si potrà lottare, con decisione, contro l’ingiustizia, senza ubriacarsi nella lotta, senza sentirsi apostolo di una verità, ahimè, parziale (e quindi distorta). Anche nel nostro mondo, e proprio alla viglia del cinquantesimo della ricordata legge n. 300 del 1970, ce lo potremmo chiedere: un giuslavorismo solo per riequilibrare le posizioni di uomini contro o un giuslavorismo per far andare questi uomini nella medesima direzione? Senza ingenuità (c’è ancora un oceano di ingiustizia, senza andare troppo lontano, anche dietro la porta di casa), senza facile ottimismo (c’è una lotta dura, una … “lotta continua” da combattere), senza sciorinare buoni propositi un po’ fini a se stessi. Con una ricerca di senso, con una “morale diversa” come diceva Gaber (ma si sprecherebbero altre citazioni ed esperienze; volendo pervenire a più alte e compiute riflessioni, sarebbe impossibile dimenticare la “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II – e molto altro ancora); una visione che diventa un equilibrio rispettoso di tutte le istanze, accogliente di tutte le esperienze, dove non si tira da una parte ma si cerca la sintesi del tutto (o almeno se non il tutto, con le nostre povere forze e le nostre idee limitate, di tutto quello che riusciamo a farci star dentro). Una cultura del lavoro che abbraccia tutti i lavori, lo sforzo dell’uomo di costruire un presente ed un futuro per sé e per i suoi cari, i lavori (non inquadrabili in nessuno schema) della cura famigliare e del volontariato, il lavoro degli artigiani e delle imprese, che non è tendenzialmente cattivo come si pretenderebbe di dipingerlo, il lavoro dei lavoretti (“gig”) che non è automaticamente sfruttamento ma può essere un’occasione fra tante. Perché lottare e basta significa rinunciare ad educare e limitarsi a cercare di sconfiggere un ipotetico nemico, non lavorare su un riconoscimento. Con il rischio di legittimare (altro paradosso) i comportamenti devianti e le resistenze del (presunto) nemico. Un gran bel risultato. Chiudo con un ricordo emblematico. Nel gennaio del 1981, poco dopo il terrificante terremoto che sconvolse l’Irpinia, mi trovai in quelle terre, ad Avellino, con un gruppo di soccorso. Ci capitò (sapete, una di quelle botte di fortuna inaspettate ed immeritate) di assistere ad un incontro di una delegazione di Solidarnosc, il sindacato polacco allora emergente, in visita di solidarietà a quelle terre così colpite. L’incontro era gestito da alcune sigle sindacali che, nell’enfasi di quel confronto, alla fine intonarono “L’Internazionale” (sapete, quella che comincia, nella versione italiana, con “Compagni, avanti, il gran partito noi siamo dei lavorator”). Notammo nei polacchi un diffuso pallore ed un improvviso irrigidimento, che contennero per spirito di ospitalità, ma di cui poi ci spiegarono in privato, in un italiano stentato, la ragione: “per noi quel canto rappresenta un’offesa e una ferita”. Comprensibilmente direi, visto che quelli venivano dal mondo “ipoteticamente ideale”. Ma chi vedeva la verità solo da una parte, non poteva coglierlo, perché “lavoratori” voleva dire, ideologicamente, una cosa sola, un concetto acriticamente monotematico (e che col passare del tempo sa sempre più di stantio). Allora come oggi, per troppi. Forse questo episodio mi aiuta a spiegare perché vorrei che il primo maggio fosse (e ancora non è) la Festa del Lavoro, non semplicemente quella “dei lavoratori”, la festa di un significato liberato e liberante del lavoro come edificazione del bene e dell’unità, non come simbolo di divisione e di contrasto; la festa di una morale condivisa (anche faticosamente condivisa) che stigmatizzi e metta all’angolo l’ingiustizia e la meschinità, la mancanza di rispetto per la vita e per il proprio dovere (da qualsiasi parte crescano queste male erbe), per far crescere la pace e la costruzione sociale.

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