Il lavoro sostenibile E IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI*

di Andrea Asnaghi, Consulente del lavoro in Paderno Dugnano (Mi)

(*) Pubblicato anche su Lavoro Diritti Europa 1/2021

 

Il “Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile” pubblicato nel 2020 su questa Rivista [NdR il riferimento è alla rivista Lavoro Diritti Europa], elaborato a cura dei Proff. Caruso, Del Punta e Treu, è un documento di tale pregnanza concettuale che le direttrici entro cui muovere il pensiero e le sollecitazioni che propone sono davvero tante. E del resto gli interventi che ha provocato tale riflessione organica, pubblicati sullo scorso numero [NdR il riferimento è alla rivista Lavoro Diritti Europa], sono così numerosi ed autorevoli che risulta arduo aggiungere qualcosa di nuovo.

Personalmente, vorrei sottolineare una particolare soddisfazione nel leggere di un diritto del lavoro che non sia disciplina autosufficiente ed autoreferenziale. Mi sembra questo un buon metodo per non perdersi in dibattiti di alta concettualità dottrinale ma che poi non di rado risultano privi di efficacia pratica o particolarmente astratti: non di questo sembra aver bisogno un sistema lavoro come quello italiano, attraversato da momenti di crisi profonda sotto diversi aspetti e tuttora in cerca di definizioni cruciali. La contaminazione interdisciplinare offre inoltre il vantaggio di misurare gli effetti e la portata degli interventi normativi al di fuori di sollecitazioni di tipo ideologico, se non addirittura talvolta meramente propagandistiche.

Infatti, entrambe tali componenti (ideologia ed astrattezza) hanno caratterizzato, con risvolti estremamente negativi, una discreta parte della produzione normativa e della riflessione concettuale, talvolta anche delle scelte della magistratura, soprattutto dell’ultimo periodo.

Sul campo si avverte l’impellente necessità di uno sguardo sistemico, direi olistico, che colleghi non solo il giuslavorismo ad altre branche del diritto (il diritto tributario e civile, solo per fare alcuni esempi semplici e di immediato riflesso) ma che misuri gli obiettivi del diritto del lavoro con i concreti effetti che le manovre lavoristiche portano a livello (micro e macro) economico e all’elaborazione di una società civile più giusta, equilibrata, intelligente, propositiva. Cioè, sostenibile a tutto tondo.

Da queste premesse, risulta particolarmente speranzosa la lettura delle riflessioni in argomento da parte di un “artigiano del lavoro”, che tende – forse per deformazione professionale – a misurare le norme sulla base della loro efficacia, della loro coerenza con l’assetto generale e della loro praticabilità.

È pertanto non per mancanza di rispetto verso il Manifesto, ma al contrario sposandone in pieno obiettivi e metodo (sia pure con qualche inevitabile differenziazione di pensiero su alcuni passaggi), che vorrei focalizzare la mia attenzione sul percorso verso la sostenibilità ed in particolare sugli attori che possono essere fattori di cambiamento. L’indirizzo di fondo che mi sembra da rivalutare, in questo cammino tutt’altro che piano, è quello dell’abbandono di un sistema fondamentalmente repressivo/difensivistico, sicuramente necessario per intercettare le numerose prassi scorrette ed elusive che falsano il mercato del lavoro italiano, ma che qualora rimanesse l’unico o il principale motore di intervento, sarebbe del tutto insufficiente; d’altronde nella situazione attuale, tale Impostazione mostra la corda non solo per i ritardi, le debolezze e la scarsità  di risorse e di organicità dell’odierno sistema. di vigilanza, ma anche per le distonie culturali e di prassi che questo comporta, tanto che nell’attuale non solo non si intercettano le nequizie ma si creano meccanismi oppressivi (di elevatissima, complessa ed inutile burocrazia) se non addirittura di ingiustizia contraria (l’abuso del diritto del lavoro, lo Stato debole coi forti ma forte coi deboli etc.). Sicuramente per innescare meccanismi virtuosi ed un cambio culturale (senza il quale qualsiasi intervento normativo risulta sterile) può essere molto utile l’aspetto di incentivazione alla responsabilità sociale richiamato dal Manifesto. Questo tuttavia non può non passare anche attraverso una profonda formazione (non solo dei lavoratori, ma anche, se non soprattutto, dell’imprenditore) ed un sistema di tutoraggio su diversi fronti, in particolare rivolto alle PMI, che talvolta stentano, per vari fattori, ad aprirsi a queste tematiche ma che rimangono l’ossatura economica e produttiva del Paese, almeno in questa fase storica. E tale caratteristica italiana porta con sè alcune difficoltà ma anche diversi pregi, se si riescono a ben individuare, in modo da arginare le prime e da sollecitare i secondi.

Sotto questo profilo, cioè dell’individuazione dei facilitatori del cambiamento, è significativo (ma purtroppo in senso negativo) che il Manifesto individui sostanzialmente come attori trainanti le parti sociali (cap. VIII) e lo Stato/Pubblica Amministrazione (cap. XI), trascurando del tutto il ruolo che potrebbero giocare i professionisti del lavoro. Ricordo, purtroppo, che il mondo della rappresentanza in Italia rappresenta una minoranza che non sempre riesce ad intercettare i bisogni di tutto il mondo produttivo, economico e sociale. Mondo che i professionisti conoscono molto bene agendo trasversalmente in ogni settore e soprattutto nelle micro realtà.

Nei c.d. “corpi intermedi”, invece, non viene mai presa in considerazione la funzione che in Italia potrebbero giocare i settori professionali, che sono obiettivamente un grande punto di riferimento delle PMI e talvolta anche di imprese di dimensioni maggiori le quali, come detto, rappresentano (e rappresenteranno anche al termine di questa crisi) l’impronta dell’economia italiana, sia in termini quantitativi che di specificità.

Sembra quasi che ai professionisti, proprio nemmeno menzionati nel Manifesto, debba essere relegato, quasi con una certa sufficienza, un ruolo di mero “raccordo”, sia verso la Pubblica Amministrazione che verso le organizzazioni di categoria (per quanto nessuno possa negare il ruolo fondamentale di questi soggetti nella costruzione di un sistema sostenibile).

Secondo tale visione, che altrove abbiamo letto anche teorizzata concretamente, ai professionisti non rimarrebbe che il compito di “occuparsi della cartaccia” (l’immane Moloch burocratico italiano, complicato ed astruso, che drena energie e risorse al mondo economico, ed anche a quello professionale), oppure quello di fare da vettore e gregario alle relazioni industriali, che tuttavia stentano a decollare per una serie di fattori e che, in ogni caso, mal si attagliano a realtà di piccola dimensione.

Così non è, e basterebbe solo pensare al ruolo decisivo ed al punto di riferimento che i consulenti del lavoro hanno rivestito nel contesto della crisi pandemica, consentendo concretamente l’applicazione capillare degli strumenti di sostegno e di ristoro (ammortizzatori sociali, ma non solo), ma anche interpreti solitari e per certi versi eroici di una normazione stratificata e confusa, e di una prassi altrettanto pressapochista.

Ma anche non volendo focalizzarsi su un presente caotico e in divenire, chi può far decollare in una maniera significativa ed efficace il welfare aziendale e le politiche di sostegno fiscale? Certo, non possiamo contare in questo senso su operatori economici che, al di là di qualche frettoloso concetto di facciata, non puntano tanto al senso del welfare quanto a vendere i propri prodotti, spesso proposti in modo  inconferente e del tutto avulso rispetto alle realtà a cui sono offerti. La stessa cosa potremmo dire rispetto alla  sicurezza sul lavoro ed al benessere: c’è da domandarsi chi, se non professionisti qualificati, può davvero incidere su una nuova mentalità – realmente sostenibile ed universale – di well being con interventi organici ed intelligenti, invece di frettolosi documenti posticci e soluzioni approssimative. Discorsi analoghi potremmo fare sulle politiche demografiche o del territorio, su cui i professionisti sono ben radicati, o ancora sulle politiche attive.

Ma anche nei confronti dell’amministrazione statale, chi non vede il ruolo decisivo che potrebbe giocare il mondo professionale verso gli obiettivi che il Manifesto stesso si prefigge (semplificazione, sburocratizzazione, razionalizzazione delle politiche e delle prassi)?

E ancora, proprio sul fronte della legalità e della vigilanza, perché non affidare ai professionisti, dotati di un sicuro bagaglio di competenze ed assoggettati a precisi canoni deontologici, ruoli sussidiari dell’intervento statale, con funzioni di asseverazione, tutoraggio ed auditing che ben possono servire a promuovere certezze, atteggiamenti, mentalità e comportamenti virtuosi molto più di adempimenti farraginosi (e peraltro tanto onerosi quanto inconcludenti)?

Forse si potrà perdonare questo approccio estremamente pratico al Manifesto se si pensa che, come recita un vecchio adagio, il diavolo si rivela nei dettagli. E quindi, senza volersi abbandonare ad un mero pragmatismo, modulare un percorso verso la sostenibilità deve necessariamente coinvolgere tutte le forze attualmente in campo.

Sia ben chiaro, non si tratta tanto di rivendicare vecchie o nuove riserve di legge o di una qualche esigenza di protagonismo posticcio, perché i professionisti del lavoro già ci sono e già operano, intervengono, favoriscono il cambio culturale, assicurano in genere una terzietà o quantomeno un’indiscutibile affidabilità e probità del proprio operato. Certo, probabilmente scaturisce anche l’esigenza di rivedere alcuni nodi del funzionamento ordinistico, che altrimenti finirebbe per diventare un “sistema jurassico” e destinato all’obsolescenza; ma sarebbe una perdita di competenze che il sistema italiano non si può permettere, rimarrebbero a gestire il mondo del lavoro solo logiche di mercato o azioni collettive (di cui il Manifesto sottolinea un’esigenza di “rivitalizzazione” che, a ben vedere, è anche una mezza ammissione della lontananza talvolta, dalla concretezza e dalla reale rappresentatività).

Offrire la propria competenza per il cambiamento e verso una piena e condivisa sostenibilità; questo i professionisti della L. n. 12/79 (e i consulenti del lavoro in primis) possono e devono fare, magari sollevati (e insieme a loro, tutto il mondo economico) da adempimenti asfissianti, ma con nuovi ruoli, con competenze e funzioni di sicurezza sociale e di promozione di cultura del lavoro e della legalità.

Per questo un capitoletto anche solo qualche frase, purchè puntuale e concreta del Manifesto non può che essere dedicata a loro. Magari, sia concesso osare, potremmo scriverlo insieme.

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