IL DIRITTO EUROPEO DEL LAVORO: perche’ abbiamo bisogno di conoscerlo ?

di Luigi Degan, Ricercatore del Centro Studi e Ricerche, Bruno Gerolimetto,  Avvocato in Milano   

APPUNTAMENTI CON IL DIRITTO EUROPEO E INTERNAZIONALE
Le relazioni di lavoro, sia negli aspetti individuali sia in quelli collettivi, sono soggette ad una serie di normative
di origine internazionale. In particolare, in alcuni casi, i rapporti di lavoro presentano degli elementi di
internazionalità – ad esempio la volontà delle parti, la nazionalità di uno di esse, o il luogo di svolgimento della
prestazione – che collegano il rapporto ad un altro ordinamento giuridico le cui norme è necessario tenere in
considerazione per individuare la disciplina applicabile al caso concreto. In questi casi ci si riferisce normalmente
al diritto del lavoro internazionale o, meglio, al diritto del lavoro con elementi di internazionalità. Si tratta di
casi, benché sempre più numerosi, che richiedono delle conoscenze specialistiche estremamente raffinate e di
nicchia. In questa sede non abbiamo intenzione di occuparci di questo ambito bensì di quella parte del diritto che
ci coinvolge quotidianamente come cittadini e professionisti: il diritto del lavoro europeo. A questo primo articolo
ne seguiranno altri diretti a illustrare l’incidenza delle normative sovranazionali nelle nostre materie.
Il diritto dell’Unione Europea costituisce oggi un corpo normativo la cui conoscenza è divenuta imprescindibile
per chiunque si occupi di diritto, e soprattutto per chi si occupa di diritto del lavoro. La ragione è semplice:
l’ordinamento eurounitario produce norme che possono avere una efficacia diretta nell’ordinamento italiano,
quindi senza che sia necessaria l’emanazione di un atto interno perché queste possano produrre effetti. Inoltre, il
diritto europeo prevale su eventuali norme nazionali contrarie a esso. L’UE, infatti, ha un ordinamento giuridico
a sé stante rispetto a quello internazionale e, inoltre, entra a far parte del sistema giuridico degli Stati membri.

LE FONTI DEL DIRITTO UE

L’UE è fonte di diritto che si suddivide in diritto primario, secondario e complementare. Le norme di diritto primario sono quelle contenute nei trattati istitutivi dell’UE che stabiliscono la ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli Stati membri e descrivono i poteri delle istituzioni europee. Altre norme di diritto primario importanti per noi sono la Carta dei diritti fondamentali e i principi generali stabiliti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Vi sono poi le norme di diritto derivato contenute in alcuni atti unilaterali quali: i regolamenti, che sono atti a carattere generale immediatamente precettivi e, quindi, producono direttamente effetti all’interno dell’ordinamento degli Stati membri; le direttive, atti che vincolano gli Stati membri per quanto riguarda gli obiettivi da realizzare ma non vincolano gli Stati all’utilizzo di un determinato strumento per la realizzazione di essi ma, nel caso contengano delle disposizioni dettagliate, possono essere immediatamente applicabili; le decisioni, atti che contengono norme obbligatorie ma solo per i destinatari di esse; raccomandazioni e i pareri quali atti non vincolanti.

Oltre a queste fonti, sono per noi importanti quegli atti atipici che costituiscono comunque diritto derivato quali i libri bianchi e verdi, le comunicazioni e le risoluzioni. A queste fonti se ne aggiunge una, il diritto complementare, che nella costruzione del diritto europeo del lavoro, ma non solo, ha avuto una importanza fondamentale: la giurisprudenza della CGUE. Ad essa si sommano poi il diritto internazionale e i principi generali di diritto.

In particolare, la CGUE ha svolto un ruolo fondamentale nella costruzione del diritto europeo in generale, e del lavoro in particolare, tanto che esso è da considerarsi grandemente un diritto giudiziario dove trova ampio risalto il valore interpretativo di una decisione precedente.

Questo sistema di fonti così sinteticamente riportato acquista complessità nel rapporto con gli ordinamenti degli Stati membri in quanto la relazione ha come obiettivo quello di una integrazione in un sistema unico in cui il diritto europeo abbia una prevalenza sui diritti nazionali.

 

IL PRIMATO DEL DIRITTO EUROPEO Questa caratteristica del diritto europeo, questo principio, chiamato primato del diritto europeo è stato introdotto dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) per garantire che il diritto eurounitario prevalga su quelli nazionali ed è relativo a tutti gli atti europei di carattere vincolante. In base ad esso gli Stati membri non possono applicare una norma nazionale contraria al diritto europeo sia che sia successiva sia che sia precedente a una norma UE. In particolare, la CGUE ha sancito il principio del primato nella sentenza Costa contro Enel del 15 luglio 1964 e, nel caso Simmenthal del 1978, lo ha ribadito individuando nel giudice nazionale l’organo che debba assicurare tale primato mediante la disapplicazione delle norme nazionali in contrasto col diritto europeo. Il diritto nazionale non è né annullato né abrogato, ma la sua forza vincolante viene sospesa.

Tale principio si applica a tutti gli atti europei di carattere vincolante e riguarda tutte le norme nazionali, riscontrandosi tuttavia alcune criticità rispetto alle Costituzioni degli Stati membri come reso evidente nel recente caso polacco.

Questo primato del diritto UE determina che lo stesso si applichi anche nei rapporti tra privati ma ha acquisito caratteri particolari in relazione alle direttive in quanto esse hanno come destinatari gli Stati membri e non direttamente i cittadini. Nel nostro ambito, quello del lavoro, le direttive europee sono spesso state attuate con notevole ritardo tanto da mettere in discussione il primato del diritto UE. Per ovviare a ciò, fin dal 1970 con il caso Marshall I relativo ad un licenziamento discriminatorio per ragioni di sesso, è stata affermata l’efficacia diretta verticale delle direttive, ossia l’efficacia di esse nei confronti dello Stato e dei suoi cittadini. Tale ormai consolidato principio ha trovato poi compiutezza con la sentenza Francovich del 1991 con la quale è stato affermato che i cittadini, a certe condizioni riportate più avanti in questo scritto, possono ottenere un risarcimento nel caso in cui la violazione dei loro diritti dipenda da una violazione imputabile allo Stato membro.

Inoltre, per evitare che una direttiva non trasposta nell’ordinamento interno, o trasposta in modo inadeguato, impedisca il godimento di alcuni diritti da parte dei cittadini, si è affermato il principio dell’obbligo di interpretazione conforme in forza del quale il giudice, chiamato a pronunciarsi su una questione che investa il contenuto di una direttiva, deve interpretare il diritto nazionale alla luce della lettera e dello scopo della direttiva stessa. Tale obbligo, elaborato a partire dal caso Von Colson e Kamann relativo ad una controversia in materia di discriminazione di sesso nell’accesso al lavoro, impone al giudice di interpretare il diritto nazionale in modo che abbia un significato compatibile con la direttiva.

LA PARTICOLARE RILEVANZA DELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA

Nell’ambito dei principi poc’anzi esaminati, un ruolo preminente è stato svolto, nel corso degli anni dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Prima di evidenziare la rilevanza della giurisprudenza della Corte, soprattutto con riferimento ad alcune recenti pronunce nell’ambito giuslavoristico, è utile delinearne almeno alcune caratteristiche essenziali. Essa, è una delle istituzioni dell’Unione Europea, con sede a Lussemburgo. Ha funzioni giurisdizionali e sebbene sia una istituzione unica, è articolata in: Corte di giustizia, Tribunale (istituito nel 1989, con la denominazione Tribunale di primo grado) e Tribunali specializzati. La Corte inoltre giudica su:

  1. Ricorsi per inadempimento contro uno Stato membro (artt. 258, 259, 260 TFUE) su intervento della Commissione o di uno Stato membro verso un altro Stato membro;
  2. Ricorsi di annullamento o per carenza contro le Istituzioni dell’Unione (artt. 263 e 265 TFUE). In termini brevi, si tratta dell’attribuzione agli Stati membri e alle Istituzioni da un lato e ai soggetti privati (persone fisiche e giuridiche) dall’altro, del diritto di ricorrere alla Corte per motivi di legittimità contro gli atti delle Istituzioni ➤ stesse per chiederne l’annullamento;
  3. Sulle c.d. questioni pregiudiziali (art. 267 TFUE) sollevate da Giudici nazionali degli Stati membri. Tale rinvio consente al Giudice nazionale di chiedere alla Corte una pronuncia sull’interpretazione o sulla validità di una norma comunitaria ogni qual volta tale pronuncia sia necessaria per emanare la sua sentenza su una determinata controversia in atto1.

Fatta questa breve premessa, la rilevanza delle decisioni di questa Corte in molti ambiti del diritto, è di grande portata anche alla luce delle finalità descritte all’inizio di questo articolo.

Alcune decisioni della Corte testimoniano quanto detto con riferimento al diritto del lavoro e in questo senso vale la pena darne conto segnalando alcune recenti pronunce:

  1. Con sentenza del 15 luglio 20212 (C-152/20 e C-218/20) la Corte di Giustizia Europea, ad esempio, ha dichiarato non derogabile la disposizione che prevede l’applicazione dei minimi retributivi del Paese in cui si svolge abitualmente l’attività lavorativa a prescindere dalla sussistenza di un distacco transnazionale. Tale controversia era nata nel settore dell’autotrasporto, dove, alcuni lavoratori di una società con sede in Romania, svolgevano le proprie prestazioni anche presso fornitori e/o clienti dislocati in altri stati UE.
  2. Con sentenza del 17 marzo 2021 (C652/19) la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato conforme al diritto comunitario quanto stabilito dall’art. 10 del D. lgs. n. 23/2015 che, in caso di violazione dei criteri di scelta a seguito di procedura collettiva di riduzione di personale, prevede una indennità risarcitoria nei confronti dei lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015, in luogo della reintegra nel posto di lavoro prevista per i lavoratori assunti prima di tale data. Per la Corte UE la disparità di trattamento, rilevata dal Tribunale di Milano rispetto alla Direttiva Comunitaria n. 98/59, non sussiste in quanto la stessa fa riferimento alla procedura collettiva da seguire e non alle conseguenze del licenziamento. La disparità di trattamento (reintegra e indennità risarcitoria che, dopo le modifiche introdotte con il Decreto legge n. 87/2018, è compresa tra 6 e 36 mensilità) non vìola il principio di non discriminazione, ma dipende dalla necessità di promuovere l’occupazione stabile a tempo indeterminato e, di conseguenza, ciò giustifica l’adozione di norme speciali.
  3. Con la sentenza del 27 febbraio 20203 (C – 298/18) la Corte ha affermato, con riferimento a un rinvio pregiudiziale, che l’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, deve essere interpretato nel senso che, allorché un’entità economica rileva un’attività il cui svolgimento richieda importanti mezzi di esercizio, secondo una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico, il fatto che detta entità economica non rilevi tali mezzi, di proprietà dell’entità economica che esercitava precedentemente la suddetta attività, a causa di vincoli giuridici, ambientali e tecnici imposti dall’amministrazione aggiudicatrice, non preclude necessariamente la qualificazione della fattispecie quale trasferimento di impresa, qualora altre circostanze di fatto, come la riassunzione di una parte sostanziale del personale e il proseguimento, senza soluzione di continuità, dell’attività di cui trattasi, consentano di concludere per il mantenimento dell’identità dell’entità economica interessata, circostanza che spetta al giudice nazionale valutare.

 

IL DIALOGO TRA LE CORTI – LA TEORIA MONISTA E QUELLA DUALISTA

Alla luce di quanto esaminato all’inizio di questo articolo, è utile evidenziare un peculiare aspetto connesso al rapporto tra diritto interno e diritto dell’Unione, vale a dire lo stato del dialogo esistente tra la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia dell’Unione. Tale dialogo rientra nell’ambito della discussione tra monisti e dualisti vale a dire del confronto tra coloro (i monisti) che ritengono che il diritto statale trovi fondamento nel diritto internazionale e coloro (i dualisti) i quali, al contrario, ritengono che l’ordinamento statale sia originario e quindi distinto dall’ordinamento internazionale. In realtà tale discussione se può essere di assoluto interesse da un punto di vista accademico, da un punto di vista pratico lo è meno4, essendo in questo caso preminente esaminare come le norme internazionali possano applicarsi e coordinarsi con il diritto interno. In tal senso è interessante esaminare una sentenza della Corte Costituzionale5 nella quale viene affermato che l’inapplicabilità di una norma interna, nella fattispecie della Regione Sicilia, incompatibile con la normativa comunitaria, non fosse di per sé sufficiente a garantire la certezza del diritto dell’Unione e che, quindi, fosse necessaria una declaratoria di illegittimità costituzionale.

Un simile orientamento è stato ribadito in modo ancor più deciso sempre dalla Corte Costituzionale in una sentenza successiva6 nella quale la Corte riconosce che, per esigenze comunitarie, è possibile modificare anche principi costituzionali connessi al rapporto Stato-Regioni, modificandone il sistema di ripartizione delle competenze. Con tali interventi, la Corte Costituzionale è giunta così a ribadire l’efficacia e la prevalenza delle norme comunitarie, almeno di quelle direttamente applicabili (Regolamenti e Direttive self-executing), trovando così un chiaro allineamento con l’orientamento prescritto dai Giudici della Corte di Giustizia UE7.

COME AZIONARE I DIRITTI VIOLATI

Da ultimo è di rilevante interesse, soprattutto da un punto di vista pratico, esaminare la questione connessa all’azionabilità dei diritti lesi.

Qualsiasi persona fisica e giuridica può proporre un ricorso contro: – gli atti adottati nei suoi confronti;

  • gli atti che la riguardano direttamente e individualmente8;
  • gli atti regolamentari che la riguardano direttamente e non comportano alcuna misura d’esecuzione. Su quest’ultima categoria di atti merita di essere fatta una breve considerazione. Va, infatti, ricordato che l’art. 264, co. 4, TFUE, ritiene che gli atti tipici impugnabili, non siano più solo le decisioni e i regolamenti, ma anche gli atti regolamentari definibili come tutti quegli atti di portata generale ad eccezione degli atti legislativi, i quali, per essere impugnati, richiedono solo che l’atto riguardi direttamente, non più anche individualmente, il ricorrente e non comporti misure di esecuzione9.

Deve inoltre essere precisato però che, affinché un atto riguardi direttamente e individualmente il ricorrente, devono essere rispettate alcune condizioni:

  1. l’atto impugnato deve generare dirette e immediate conseguenze nella sfera giuridica del ricorrente;
  2. il soggetto che decide di presentare ricorso deve provare che la propria situazione giuridica è direttamente pregiudicata dall’atto. Va, infine ricordato che l’eventuale ricorso deve essere presentato entro il termine di 2 mesi a decorrere dalla pubblicazione, dalla notifica ovvero dal giorno in cui il ricorrente ha avuto conoscenza dell’atto10.

 

1. Roberto Adam e Antonio Tizzano, Lineamenti di Diritto dell’Unione Europea, Torino, G. Giappichelli, 2014. Cfr. anche
Ugo Villani, Istituzioni di Diritto dell’Unione Europea, Bari, Cacucci Editore, 2017.

2. http://www.dottrinalavoro.it

3. Corte Suprema di Cassazione, Ufficio del Massimario Notiziario sulla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in sede di rinvio pregiudiziale, Numero 1/2020.

4. Benedetto Conforti, Diritto Internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica Napoli, 2010.
5. Sentenza 30 marzo 1995, n. 94, Regione Sicilia, in Foro.it 1995, I, 1081.
6. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126 del 1996.
7. Girolamo Strozzi, Diritto dell’Unione Euro- pea, Torino, G. Giappichelli Editore, 2009.
8. Sulla differenza tra effetto diretto e indivi- duale degli atti, Cfr. Stefano Bastianon, Univer- sità degli Studi di Bergamo, Dipartimento di Giurisprudenza Diritto dell’Unione Europea, La tutela giurisdizionale.
9. Roberto Adam e Antonio Tizzano, Linea- menti di Diritto dell’Unione Europea, Torino, G. Giappichelli, 2014.
10. http://briguglio.asgi.it/immigrazione-e-asi- lo/2017/ottobre/doss-parl-ue-ricorsi-individua- li.pdf, I ricorsi individuali dinanzi alle più alte giurisdizioni, una prospettiva di diritto comparato UE: Corte di giustizia dell’Unione europea, Servizio Ricerca del Parlamento Europeo.

 

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