Il conglobamento degli istituti economici contrattuali correnti e del Tfr: CONFIGURABILITÀ E OPPORTUNITÀ

di Paolo Palmaccio – Consulente del Lavoro in Formia (Lt) e San Leucio del Sannio (Bn)

 

Con l’approssimarsi del mese di luglio – e del Natale – molti dei nostri assistiti tornano a farsi sentire chiedendoci se non sia possibile ripartire gli importi delle mensilità aggiuntive su dodici mesi piuttosto che corrisponderli alle scadenze.

Non è una richiesta priva di una sua logica, in particolar modo in un periodo come l’attuale in cui i datori di lavoro si trovano in difficoltà finanziarie poiché questo consentirebbe loro di evitare picchi del fabbisogno di liquidità alle scadenze relative a questi periodi e permetterebbe una più agevole programmazione dei flussi finanziari.

La stessa giurisprudenza ne ha ammesso la possibilità (infra multis Cass. nn. 6681/2019, 25734/2018, 1644/2018 e 8255/2010) laddove si abbia l’accortezza di indicare i titoli (cioè la voce della retribuzione) a cui si fa riferimento.

Valga per tutte Cass. n. 6681/2019:

“Il patto di conglobamento …[omissis]

… può essere ammesso solo se dal patto risultino gli specifici titoli cui è riferibile la prestazione patrimoniale complessiva, poiché solo in tal caso è superabile la presunzione che il compenso convenuto è dovuto quale corrispettivo della sola prestazione ordinaria, e si rende possibile il controllo giudiziale circa l’effettivo riconoscimento al lavoratore dei diritti inderogabilmente spettanti per legge o per contratto (cfr. Cass. 4.6.02 n. 8097, Cass. 8255 del 2010, cit., da ultimo v. Cass. 23.1.2018 n. 1644)”.

E poiché si parla di “titolo”, chi scrive aggiunge che – non potendosi prescindere dalla ratio della singola voce – tale pratica andrebbe anche sancita da un accordo in sede di stipula del contratto di lavoro o, quanto meno, da una nota aggiuntiva genuinamente accettata dal lavoratore.

Questo perché le scadenze di corresponsione di tali istituti sono indicative (almeno dal punto di vista storico) di una funzione che è quella di fornire al lavoratore i mezzi economici per far fronte alle spese in vista del Natale o delle ferie estive1.

Ci si aspetta quindi che siano le parti a derogare espressamente a queste modalità di erogazione.

Per le mensilità aggiuntive ulteriori rispetto alla tredicesima2 poi, il discorso si fa più articolato laddove il Ccnl individui le stesse come veicolo di strumenti premianti il ridotto assenteismo o l’acquisizione di competenze piuttosto che la formazione continua (mi riferisco all’evoluzione che la quattordicesima mensilità ha avuto nei Ccnl Cifa – Confsal): in questo caso, infatti, sarà non solo conveniente ma necessario uno specifico accordo che deroghi a tali modalità di corresponsione.

Se su queste voci esiste ormai una certa pacificità per quanto attiene la possibilità di conglobamento, la questione si fa più complessa per quanto riguarda il trattamento di fine rapporto.

Si tratta, infatti, di un istituto che nel tempo ha avuto una considerevole evoluzione.

Esso nasce come “Indennità di Licenziamento” inizialmente riconosciuta (ex articolo 10 del R.D. n. 1825/1924) ai soli impiegati e nelle sole ipotesi di licenziamento non dovuto a colpa del lavoratore. Successivamente viene esteso, come “Indennità di Servizio” o “Indennità di Anzianità” a tutti i dipendenti delle “imprese a lavoro continuo” dall’articolo 17 della Carta del Lavoro pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 100 del 30 aprile 19273, anche se l’esecutività di tale previsione si ha solo con la promulgazione del Codice Civile del 1942 (articolo 2120)4, che stabilisce anche il regime di calcolo dell’anzidetta indennità, parametrata all’ultima retribuzione e con modalità diverse in ragione della categoria di appartenenza del lavoratore5. Resta comunque in vigore, per i soli impiegati, la possibilità di stipulare appositi contratti di assicurazione di natura privatistica ai sensi dell’art. 4 del R.D.L. 8 gennaio 1942, convertito con Legge 2 ottobre 1942, n. 1251.

La successiva legislazione (L. n. 604/1966) e l’attività della Corte Costituzionale e della Cassazione estendono l’istituto a tutte le altre ipotesi di cessazione e a tutte le tipologie di lavoro: si vedano all’uopo le pronunce della Corte Costituzionale n. 75/1968 in materia di dimissioni e licenziamento per giusta causa, n. 204/1971 in tema di rapporti di lavoro di durata inferiore all’anno, nn. 7/1971 e 47/1972 in materia di lavoro dirigenziale, n. 85/1972 per quanto attiene il contratto di lavoro a domicilio, n. 189/1980 in tema di risoluzione durante il periodo di prova e le sentenze della Cassazione nn. 3711/1988 e 72/1988 in materia di contratto a termine.

È la Legge 29 maggio 1982 n. 297, che novella gli articoli 2120 e 2121 del codice civile6, che istituisce il trattamento di fine rapporto così come lo conosciamo.

Esso non è più una indennità la cui esistenza e debenza sorgono con la fine del rapporto, bensì una vera e propria retribuzione differita che matura e viene accantonata (con relativa rivalutazione) per ogni anno e frazione di anno.

Il credito del lavoratore, pertanto, esiste ed è determinato e determinabile già in costanza di rapporto: è l’esigibilità dello stesso ad essere rimandata al momento della cessazione. Prove di tale evoluzione sono sia il costante richiamo, nelle anzidette pronunce del Giudice delle Leggi, all’articolo 36 della Costituzione, sia la stessa sentenza del 19 gennaio 1972, n. 8, sempre della Corte Costituzionale, laddove questa statuisce la disponibilità per testamento delle indennità ex articoli 2120 e 2121 del codice civile.

Non a caso, prevedono gli ultimi due capoversi del rinnovellato articolo 2120, la contrattazione collettiva o i patti individuali possono individuare criteri di maggior favore per quanto attiene la corresponsione anticipata del trattamento di fine rapporto. Tale regime viene ulteriormente modificato con l’entrata in vigore del Decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 e dell’articolo 1, commi 755 e seguenti, della Legge 27 dicembre 2006, n. 196, in ragione dei quali il lavoratore è tenuto a scegliere dal 1° gennaio 2007 se destinare le quote maturate ai sensi dell’art. 2120 del codice civile ai fondi di previdenza complementare, optare per il sistema previgente, ovvero – in assenza di disposizioni – vedere le stesse accantonate presso gli appositi Fondi istituiti presso l’Inps.

In altri termini, se il lavoratore non opta espressamente per l’accantonamento presso il datore di lavoro, gli importi maturati a titolo di trattamento di fine rapporto finiscono col costituire – nelle intenzioni del Legislatore – una forma di previdenza integrativa , ovvero di risparmio (o secondo qualcuno – quando riferito al Fondo di Tesoreria Inps – “prestito”) forzoso.

Una parentesi ormai chiusa nello scenario ora delineato è stata quella del D.P.C.M. 20 febbraio 2015, n. 29 che, in attuazione dei commi da 26 a 34 dell’articolo 1 della Legge 23 dicembre 2014, n. 190, ha previsto le modalità attuative delle “disposizioni in materia di liquidazione del Tfr come parte integrante della retribuzione per il periodo di paga decorrente da marzo 2015 a giugno 2018” (cosiddetto Qu.I.R.).

Rebus sic stantibus si può tornare al quesito che ci si è posti inizialmente, e cioè se il Tfr si possa conglobare nella retribuzione mensile, ed a quali condizioni.

Intanto è evidente che tale operazione sia possibile solo in quei casi in cui il Tfr maturato e maturando non sia stato oggetto di destinazione presso fondi pensione ed equivalenti fondi Inps, vuoi per disposizione espressa, vuoi per assenza di indicazioni da parte del lavoratore: solo in questa ipotesi, infatti, le somme accantonate non hanno cambiato la loro natura di retribuzione differita. È poi necessario che vi sia un espresso accordo di conglobamento tra il datore di lavoro ed il lavoratore (meglio se assunto in sede protetta), con cui quest’ultimo qualifichi la dazione come trattamento migliorativo rispetto a quello di cui al contratto collettivo ed individuale, considerando la possibilità di ricondurre latamente il Tfr ad una ipotesi di risparmio forzoso, a tutela sia del dipendente rimasto senza lavoro, che degli eredi7. È infine doveroso (ma questo vale per tutti gli istituti oggetto di conglobamento) che alle scadenze originariamente previste per la loro corresponsione, accantonamento o maturazione, si provveda alla riliquidazione degli stessi per la determinazione ed imputazione di eventuali differenze a credito o a debito. È quindi il caso di chiedersi se vi sia effettiva utilità nell’inserire anche il trattamento di fine rapporto nel computo di una retribuzione corrente forfetizzata, assodato che dopo il D.lgs. n. 252/2005 e la L. n. 296/2006 si tratta di una ipotesi ormai residuale, e che, costituendo somme soggette a tassazione ordinaria, il D.lgs. 2 settembre 1997, n. 314 di armonizzazione della base imponibile fiscale e tributaria potrebbe riportare le stesse nell’alveo dell’imponibile contributivo.

Non manca infatti chi, sostenendo il carattere eccezionale delle disposizioni ex articoli 1, comma 26 della L. n. 190/20148 e 4, comma 2, del D.P.C.M. n. 29/20159, argomenta che dalla corresponsione corrente dell’intera quota maturata di Tfr, verrebbe meno l’esclusione di questa dall’imponibile previdenziale di cui al comma 4 lett. a) dell’articolo 12 della Legge 30 aprile 1969, n. 153 nella parte in cui modifica il Decreto Luogotenenziale 1° agosto 1945, n. 692, rientrando invece le stesse negli importi di cui al comma 1 del predetto articolo 1210.

  1. È appena il caso di ricordare come la tredicesima mensilità trovi la sua origine nell’art. 13 del Ccnl stipulato il 5 agosto 1937 e poi nell’accordo interconfederale dell’industria del 27 ottobre 1946, reso efficace erga omnes con D.P.R n. 1070/1960.
  2. Che ricordiamo essere tutte di derivazione contrattuale.
  3. Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore.
  4. Fino a quel momento, infatti, essa era inserita tra i principi generali dell’ordinamento giuridico, con valore non precettivo ma interpretativo delle leggi vigenti.
  5. Per gli impiegati si moltiplicava l’ultima retribuzione mensile per il numero di anni di servizio maturati presso la stessa azienda; per gli operai si moltiplicava l’ultima retribuzione oraria per il numero di ore annue (fissato convenzionalmente dalla contrattazione collettiva di categoria) e quindi per il numero di anni di servizio.
  6. Ed istituisce inoltre il relativo Fondo di Garanzia presso l’INPS.
  7. Si veda all’uopo il secondo comma dell’articolo 2122 del codice civile, laddove statuisce che in assenza di accordo tra gli eredi del prestatore di lavoro, la ripartizione delle indennità ex articoli 2120 e 2121 avvenga in ragione dello stato di bisogno di ciascuno.
  8. 8. “… [omissis] … La predetta parte integrativa della retribuzione è assoggettata a tassazione ordinaria, non rileva ai fini dell’applicazione delle disposizioni contenute nell’articolo 19 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e non è imponibile ai fini previdenziali … [omissis] …
  9. .“ … [omissis] … Ai sensi dell’articolo 1, comma 26, lettera a), della legge di stabilità, ai fini dell’imposta sui redditi di lavoro dipendente, la Qu.I.R. è assoggettata a tassazione ordinaria e non è imponibile ai fini previdenziali … [omissis] …”
  10. “… [omissis] … Costituiscono redditi di lavoro dipendente ai fini contributivi quelli di cui all’articolo 46, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, maturati nel periodo di riferimento … [omissis] …”

 

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