Il Ccnl di categoria va applicato sino alla sua scadenza definita

di Gabriele Fava , Avvocato in Milano

 

È illegittimo il comportamento del datore di lavoro che, in maniera arbitraria e senza il consenso delle rappresentanze sindacali, decide di disappliccare il Ccnl di categoria a seguito del recesso dalla propria associazione datoriale.

Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione lo scorso 20 agosto 2019 con la sentenza n. 21537, ribaltando le sentenze di merito e accogliendo il ricorso promosso dalla Filctem-Cgil per comportamento antisindacale da parte di una azienda. Quest’ultima, all’indomani della propria fuoriuscita da Confindustria, aveva cessato tout court di applicare ai propri lavoratori dipendenti il contratto collettivo del settore gomma, dichiarando di applicare un nuovo e diverso contratto.

Successivamente, il sindacato che aveva all’epoca firmato il contratto del settore gomma aveva lamentato l’antisindacalità del contegno datoriale per essere stato escluso dalle trattative per il nuovo contratto.

Sia all’esito del giudizio di primo grado che all’esito del giudizio di impugnazione, i giudici si erano espressi in senso favorevole all’azienda, sulla scorta della precedente sentenza n. 14511/2013 della Corte di Cassazione, che aveva sul punto affermato l’inesistenza nell’ordinamento di un obbligo a carico del datore di trattare e stipulare contratti collettivi con tutte le OO.SS., rientrando nell’autonomia negoziale dell’azienda la possibilità di sottoscrivere un nuovo contratto collettivo con OO.SS. anche diverse da quelle che avevano trattato e sottoscritto il precedente contratto.

Di conseguenza i giudici del merito, negando la lamentata antisindacalità dell’azienda, avevano ribadito la legittimità della stipula di un nuovo contratto collettivo con OO.SS. in tutto o in parte diverse (anche per settore) da quelle che avevano stipulato il precedente, richiamando espressamente l’orientamento della Suprema Corte in tal senso.

Sottoposta però la questione al vaglio dei giudici di legittimità, questi hanno osservato come nel contratto collettivo di lavoro la possibilità di disdetta spetti unicamente alle parti stipulanti, ossia alle associazioni sindacali e datoriali che di norma provvedono anche a disciplinarne le conseguenze in caso di disdetta. Al singolo datore di lavoro, pertanto, non è consentito recedere unilateralmente dal contratto collettivo, neppure adducendo l’eccessiva onerosità dello stesso ai sensi dell’art. 1467 c.c. in conseguenza ad una propria situazione di difficoltà economica, salva l’ipotesi di contratti aziendali stipulati dal singolo datore di lavoro con sindacati locali dei lavoratori.

Ne segue, ha proseguito la Suprema Corte, che non è legittima la disdetta unilaterale da parte del datore di lavoro del contratto applicato, seppure accompagnata da un congruo termine di preavviso. Solo al momento della scadenza contrattuale infatti sarà possibile recedere dal contratto ed applicarne uno diverso, a condizione che ne ricorrano i presupposti di cui all’art. 2069 c.c..

Il Supremo Collegio ha poi specificato come altro consolidato approdo giurisprudenziale fosse quello secondo cui debba essere invece riconosciuta al datore di lavoro la legittima facoltà di recesso da un contratto collettivo postcorporativo, stipulato a tempo indeterminato e senza predeterminazione del termine di scadenza; ciò in quanto il contratto stesso non può vincolare per sempre tutte le parti contraenti. Diversamente si vanificherebbe la causa e la funzione sociale della contrattazione collettiva, la cui disciplina è su termini temporali non eccessivamente dilatati. Tale principio è valido sempre che – osservano i giudici – il recesso sia esercitato nel rispetto dei criteri di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto.

In altre parole, la Suprema Corte, cassando la sentenza della Corte d’Appello di Torino, ha statuito la possibilità del recesso da un contratto collettivo alla sola condizione che tale contratto non abbia scadenza; tale facoltà invece non esiste qualora gli accordi collettivi abbiano una durata definita. D’altra parte, nessun principio o norma dell’ordinamento induce a ritenere consentita l’applicazione di nuovo Ccnl prima della prevista scadenza di quello in corso di applicazione che le parti si sono impegnate a rispettare.

Dopo il recesso, prosegue la Corte di Cassazione, confermando quanto in precedenza osservato nel 2013 con la sentenza n. 14511, un nuovo accordo anche con sindacati diversi sarà invece possibile.

 

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