I contributi a percentuale dovuti dagli iscritti alla gestione artigiani e commercianti: LA DISTINZIONE TRA REDDITI DI IMPRESA E REDDITI DI CAPITALE NELLA PIÙ RECENTE GIURISPRUDENZA DI MERITO

di Andrea Ottolina – Avvocato in Milano

 

Per gli iscritti alla gestione artigiani e commercianti dell’Inps esistono due tipi di contributi previdenziali, quelli fissi e quelli a percentuale. Nello specifico, i primi vengono versati in misura fissa e il loro importo è predeterminato e indipendente dal reddito effettivamente percepito dal soggetto contribuente, perché calcolati su un reddito minimale imposto convenzionalmente dallo stesso Istituto.

I contributi a percentuale, a differenza di quelli fissi, vengono invece calcolati sul reddito conseguito dal soggetto contribuente, nell’anno di riferimento, in eccedenza rispetto al reddito minimale fissato dall’Inps. Ed è proprio in tema di contributi a percentuale che l’Inps, soprattutto negli ultimi tempi, ha effettuato una serie di controlli a tappeto sulle posizioni contributive degli iscritti alla gestione artigiani e commercianti, arrivando a notificare comunicazioni di debito aventi ad oggetto, appunto, quote di reddito eccedenti il suddetto minimale.

Nello specifico, gli accertamenti dell’Inps si fondano su quanto previsto dall’art. 3 bis del D.l. n. 384 del 19.09.1992, in base al quale i contributi previdenziali di artigiani e commercianti sono calcolati sulla totalità dei redditi di impresa denunciati ai fini Irpef e prodotti nello stesso anno al quale il contributo si riferisce. Questo significa che i contributi sono dovuti non solo sui redditi derivanti dall’attività artigiana o commerciale che ha dato origine all’iscrizione alla Gestione, ma su tutti i redditi di impresa altrimenti conseguiti dal contribuente nel periodo di riferimento.

Il caso tipico, su cui peraltro si concentrano gli accertamenti da parte dell’Inps e le conseguenti azioni di riscossione, è quello dei redditi derivanti da una partecipazione del contribuente in società di capitali e ciò, come precisato dallo stesso Istituto con circolare n. 102 del 2003, a prescindere dalla destinazione che l’assemblea abbia riservato a detti utili, che saranno comunque considerati come base imponibile previdenziale anche se non distribuiti ai soci.

In caso di accertamento dell’esistenza di una partecipazione ad una società di capitali, quindi, l’Inps verifica i redditi derivanti da essa e pone in riscossione i corrispondenti contributi a percentuale non versati, notificando al contribuente la relativa comunicazione di debito, nella quale vengono peraltro conteggiate le sanzioni.

Quello che tuttavia l’Inps spesso omette di verificare è se tali redditi siano effettivamente da considerare come base imponibile ai fini contributivi e ciò tenendo presente la formulazione letterale dell’art. 3 bis del D.l. n. 384/1992, che, nello specifico, precisa che detta base imponibile è rapportata alla totalità dei redditi di impresa dell’anno di riferimento.

La questione dibattuta, che è stata oggetto anche di una recentissima sentenza del Tribunale di Monza Sezione Lavoro (sentenza n. 304 del 25.05.2021, est. Dr.ssa Rotolo), è infatti la seguente: nella base imponibile sulla quale calcolare i contributi dovuti dall’iscritto alla gestione artigiani e commercianti, vanno ricompresi anche i redditi derivanti dalla sua partecipazione a società di capitali nelle quali egli non svolge attività lavorativa?

La risposta del Tribunale di Monza, che richiama la più recente giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. sent. n. 23792 del 24.09.2019), è chiara: tenendo presente la formulazione letterale dell’art. 3 bis in argomento, che parla appunto di redditi di impresa, al fine di individuare quale sia il reddito rilevante ai fini contributivi occorre fare necessariamente riferimento alle norme fiscali e, dunque, al D.P.R. n. 917/1986, cioè il testo unico delle imposte sui redditi, che all’art. 6 elenca i vari tipi di reddito e, tra gli altri, elenca i redditi di impresa e i redditi di capitale, configurando così una netta distinzione tra i due.

Nello specifico, i redditi di impresa, ai sensi dell’art. 55 del T.U., sono quelli che derivano dall’esercizio di attività imprenditoriale, mentre tra i redditi di capitale, ai sensi dell’art. 44 lettera e) del T.U., sono ricompresi gli utili derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di società.

Considerato che, secondo il testo unico delle imposte sui redditi, gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali, senza prestazione di attività lavorativa, sono inclusi tra i redditi di capitale, il Tribunale di Monza arriva quindi alla conclusione che questi ultimi non concorrono a costituire la base imponibile ai fini contributivi Inps.

Peraltro, con la recentissima circolare n. 84 del 10 giugno scorso, anche l’Inps ha di fatto recepito i principi ormai consolidatisi in giurisprudenza.

Alla luce di quanto detto, in caso di ricezione di una comunicazione di debito riguardante la riscossione da parte dell’Inps dei contributi a percentuale calcolati sulla totalità dei redditi di impresa, va necessariamente fatta una valutazione concreta sulla modalità di partecipazione del soggetto contribuente alla società di capitali da cui i redditi in questione derivano.

Nel caso in cui la partecipazione alla società configuri una mera partecipazione al capitale, allora sarà ipotizzabile una contestazione della pretesa dell’Inps. Caso diverso è ovviamente quello in cui il soggetto contribuente sia socio lavoratore nella Srl: in tale ipotesi il reddito percepito è da configurare come reddito di impresa, che rientra pacificamente nella base imponibile ai fini del calcolo dei contributi a percentuale eccedenti il minimale.

 

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