HR&Organizzazione – Come dimostrare di aver fatto tutto il possibile per l’obbligo di GREEN PASS NEI LUOGHI DI LAVOR

di Andrea Merati, Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Si è conclusa la bufera acida di cieca obbedienza (un mojito di normativa facilona, diluvio di risposte urticanti e asservimento di gregge) ed è tempo di fare ordine per tenere traccia di ciò che, un giorno, ci potrebbero chiedere per dimostrare di aver ovinamente e placidamente eseguito il nostro compito, naturalmente senza dimenticare che “sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re”. A monte di tutto c’è l’informativa sulle modalità di accesso in azienda e di controllo delle certificazioni, nonché sulle finalità e le modalità di trattamento dei dati, ai sensi dell’art. 13 del GDPR (non servono particolari sproloqui, basta indicare che la finalità ex art. 6 è l’obbligo di legge e le solite modalità di conservazione e d’esercizio dei diritti).

Di seguito un regolamento sulle modalità di controllo e le regole comportamentali per chi verrà designato alla verifica (queste sono importanti per poter dimostrare che dietro al delirio inconcludente della legge vi è una seria procedura e presa in carico da parte del datore di lavoro), che verrà allegato al Protocollo aziendale in applicazione di quello del 24 aprile 2020 e s.m.i. (non dimentichiamoci che il 6 aprile 2021 vi è stata una modifica significativa). Il terzo passaggio è il verbale di riunione del comitato di verifica e controllo degli adempimenti relativi al Protocollo Covid (di cui sopra) che, ricordo, ha come protagonista assoluto il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (per gli amici RLS) affiancato da DL e RSPP, se poi abbiamo un Medico Competente valoroso lo segniamo anche lui per la gita.

Tutta questa allegra documentazione sarà allegata al Protocollo modificato con le regole suddette, oppure inclusa in un addendum. Consiglio questa seconda ipotesi, molto meglio creare un documento a parte, con i suoi allegati, che possa essere facilmente integrato e modificato (qualche interpello di parti sociali e Conferenza delle regioni vaga ancora insoddisfatto per le stanze ministeriali), nonché archiviato e dimenticato per sempre nell’armadietto delle scope, quando tutto questo sarà un ricordo molesto.

Non potranno mancare naturalmente le nomine formali per gli addetti al controllo, anche in questo caso sovvengo che una postilla riguardante i doveri di privacy è necessaria, associate a un piccolo registro di attestazione del momento in cui sono state date istruzioni e formazione per svolgere tale compito. Anche qui non serve niente di pomposo e strabordante: argomenti trattati, data, durata e firme di chi ha parlato e di chi ha ascoltato.

Per concludere degnamente questa collezione di importantissimi oggetti d’inestimabile valore, il must have dell’autunno: il registro delle attività di controllo. Date che se ne sono sentite di ogni, da chi lo ritiene inutile ad altri che scriverebbero pure la lista dei medicinali e delle patologie in atto di chiunque entri in azienda; mi sento di suggerire, ancora, sobrietà ed eleganza dettate dalle regole privacy ma, soprattutto, dall’intelligenza: registriamo data, chi effettua i controlli, se questi sono generalizzati o a campione, quanti se ne fanno (per i lavoratori interni), tipo e provenienza degli esterni (le diciture “consulente” o “avvocato” oppure “idraulico ditta Persichetti” vanno benissimo), ciò che sicuramente è da escludere è la scrittura dei nominativi delle persone, anche nel caso di verifica negativa questa sarà comunicata, con nome e cognome, via mail al datore di lavoro.

Naturalmente anche tutto questo dovrà finire in allegato al Protocollo (o all’addendum) senza dimenticare che “sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam.

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